Mother Lode | Intervista all’autore Matteo Tortone

Mother Lode | Intervista all’autore Matteo Tortone

Nelle profondità delle montagne peruviane tutti sono in cerca dell’oro. Questo metallo prezioso rappresenta il legame indissolubile tra la vita e la morte, l’impossibilità dell’esistenza dell’una senza l’altra. E Jorge ne è ben cosciente quando, dalla capitale Lima, affronta un lungo viaggio per raggiungere La Rinconada, la miniera più alta del mondo, con l’obiettivo di lavorare per poter mantenere la famiglia rimasta in città. Accetta i rischi del viaggio, la fatica del lavoro e il doversi insinuare nelle oscure miniere dove dimora il diavolo, nella consapevolezza che potrebbe non fare mai ritorno.

Mother Lode di Matteo Tortone è un film dove il bianco e il nero segnano la netta dicotomia tra luce e oscurità, che spesso si amalgamano insieme diventando pastose, facendoci capire come questa distinzione sia di fatto impossibile, che tutto è compromesso. Come un compromesso è la vicenda del protagonista – reale ma che al contempo sembra la raffigurazione di una leggenda – il quale per poter sopravvivere è costretto a perdere sé stesso, affogando nell’alcool il senso di solitudine del lavoro in miniera e del freddo costante.

Presentato alla Settimana Internazionale della Critica della Mostra di Venezia nel 2021 e vincitore del Premio al Miglior Film Sezione Extr’a al 31° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, il film è ora in tour in diverse sale italiane.

Ho avuto modo di parlare con Matteo Tortone dopo averlo incontrato nel corso del 40° Bellaria Film Festival, dove Mother Lode ha concorso al Premio Casa Rossa (insieme, tra gli altri, ad Atlantide di Yuri Ancarani e Re Granchio di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi).

Mother Lode ha avuto una gestazione di quasi 8 anni per poi essere girato in soli 45 giorni. Com’è nata l’idea per questo film?

Nel 2010 stavo facendo le riprese di un documentario nel nord della Tanzania e avevo avuto l’occasione di girare per circa una settimana in un villaggio di minatori d’oro. Lì percepito una sorta di dimensione metafisica, qualcosa che andava al di là della dura vita quotidiana e mi sono reso conto che questo è un aspetto comune a tutti i villaggi informali di minatori sparsi per tutto il globo.

Una volta tornato in Italia, si sono fatte evidenti le conseguenze della crisi economica iniziata qualche anno prima e quindi mi sono reso conto che il prezzo dell’oro era iniziato a salire. Mi sono accorto che quella curva del prezzo che sale corrisponde al movimento di centinaia di migliaia di persone nel mondo, che vanno verso i villaggi in cui si estrae l’oro, tanto da dare vita a fenomeni di nuovi insediamenti urbani. E quindi ho trovato che questa corsa all’oro contemporanea fosse interessante come modalità di raccontare l’altra faccia della crisi economica.

Quindi da lì sono partito, cercando un luogo che potesse rappresentare esteticamente questa conquista dello spazio insita nella produzione di ricchezza. Ho trovato così La Rinconada, che mi è apparsa quasi come un avamposto lunare: ai miei occhi una enorme bidonville sistemata sotto un ghiacciaio che ne minaccia la stessa esistenza.

Come è stato possibile girare in un luogo così remoto come La Rinconada?

Per arrivare a La Rinconada io e le persone coinvolte nella produzione abbiamo attivato una collaborazione con una mediatrice culturale che lavora nel settore delle ONG, che tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 ha attivato una serie di contatti da un punto di vista diplomatico per consentirci una serie di azioni: non tanto arrivare a La Rinconada, che – paradossalmente – non era il problema principale, ma soprattutto per poterci rimanere in maniera consecutiva per due/tre settimane al fine di riuscire a instaurare dei rapporti con le persone che vivevano lì. Nel 2016 abbiamo fatto un primo viaggio e abbiamo iniziato l’iter con la municipalità per avere i permessi. È stato un lavoro diplomatico lungo che poi ci ha consentito di girare il film in sostanziale tranquillità nel 2019.

Come hai scelto José Luis Nazario Campo, che nel film interpreta il protagonista Jorge?

Ho incontrato José grazie al poeta peruviano Feliciano Mejía, attivista che ha creato tanti progetti di scrittura creativa nella periferia di Lima e ha anche attivato biblioteche in vari villaggi sulle Ande. Con la produzione avevamo in mente di fare un casting, ma dopo aver incontrato José – che mi ha raccontato che aveva iniziato ad andare in miniera insieme ai suoi fratelli all’età di tredici anni, scoprendo che “l’oro appartiene al diavolo” – ho deciso che il protagonista sarebbe stato lui.

Per quel che riguarda la logistica e la produzione esecutiva, José e la sua famiglia sono stati fondamentali sia per la parte girata a Lima sia per la parte girata a Secocha, la prima miniera che il film attraversa e che è un luogo nell’entroterra desertico di Camaná.

Nel film José interpreta Jorge, ma le vicende che vive il personaggio non sono poi così lontane da quelle della persona reale: realtà e fiction si confondono.

Dopo una settimana di lavoro a Lima con José, gli ho proposto di effettuare il viaggio che era pensato per il film e quindi siamo giunti a La Rinconada facendo diverse soste in luoghi che appartengono alla storia sua e della sua famiglia. Durante la strada lui mi ha introdotto a ciò che è il pensiero magico riguardo alla miniera e mi ha raccontato del suo passato: infatti a me interessava soprattutto l’impatto della “prima volta” con la miniera e con il pensiero magico e di come quest’ultimo vada a determinare le dinamiche interpersonali.

Quindi durante il viaggio ho potuto esplorare i luoghi che incontravamo attraverso le lenti di un ragazzino di tredici/quattordici anni (ovvero il José del passato, ndr). Anche perché nel frattempo José aveva riesumato un quadernino su cui aveva scritto una sorta di diario, dei piccoli racconti che aveva iniziato durante l’adolescenza proprio per cercare una linea di confine tra la realtà e il pensiero magico.

Alla fine è apparso chiaro come la storia di José fosse la stessa storia di migliaia e migliaia di altri ragazzi come lui in questo momento storico. Ma se pensiamo alla storia dell’oro in ottica storica, sono esistite addirittura milioni di persone nel corso dei secoli che come lui hanno fatto lo stesso percorso.

Il film rimane sempre al confine tra realtà e finzione e il suo filo conduttore è proprio il cosiddetto “pensiero magico”, che consiste nell’attribuire spiegazioni irrazionali e indimostrabili a determinate cause, senza la mediazione di prove concrete.

Con José abbiamo deciso di lavorare su questa molteplicità della natura del suo personaggio, e naturalmente per farlo abbiamo dovuto giocare con cosa è realtà, cercando di non rimanere dentro agli schemi di un classico documentario, anche perché il tema del film è proprio il pensiero magico, che è qualcosa che tendenzialmente non è reale, anche se agisce in maniera concreta mediante i comportamenti degli individui. Diciamo che il pensiero magico da una parte è reale perché agisce, determina la quotidianità delle persone, dall’altra è qualcosa che non esiste concretamente e che, soprattutto, non è dimostrabile.

Come non è dimostrabile la pratica del sacrificio umano, il cosiddetto pagacho, che viene fatto alla montagna per trovare più oro.

Nel film infatti viene raccontato qual è il punto in cui il pensiero magico raggiunge il suo apice: il sacrificio umano che viene compiuto per ingrandire la miniera con una nuova vena, ovvero la possibilità di trovare più oro. E il sacrificio stesso è qualcosa di indimostrabile, esiste sì, ma è come un mito metropolitano: vengono fatte delle indagini al riguardo, ma tendenzialmente non portano mai a niente perché manca sempre il corpo del reato, visto che si tratta sempre di persone scomparse. Questo fa sì che anche la ricerca di una verità processuale sia pressoché impossibile. Riflettendoci poi a posteriori, il fatto che questi sacrifici rimangano a livello del mito metropolitano, che siano indimostrabili, implica che essi abbiano il potere di determinare la vita delle persone e delle loro relazioni molto di più che se fossero dimostrati come serie di omicidi, oggettivi e con delle responsabilità conclamate. Il mistero è ciò che rende veramente potente questo meccanismo.

Nel film è altrettanto evidente un processo di perdita dell’individualità e dell’identità delle persone che lavorano nella miniera, anche a causa delle mansioni alienanti e della lontananza dalle famiglie.

Questo avviene soprattutto nei contesti, come quello de La Rinconada, dove è difficile creare delle reti sociali solide. Infatti nelle persone che ho incontrato lì ho trovato una enorme solitudine, anche perché il lavoro della miniera è stagionale e quasi nessuno risiede nel villaggio tutto l’anno. Inoltre, tutto il sistema fa sì che le relazioni interpersonali non siano rette veramente da un rapporto di fiducia forte, perché chiunque può trasformarsi all’improvviso in un carnefice. Questo perché il sistema del sacrificio è qualcosa che da una parte può essere strutturato come un rituale, ma dall’altra è qualcosa di molto “banale”, assimilabile ad un incidente sul lavoro. Tutto ciò rende i minatori e in generale chi vive in questi villaggi persone estremamente sole.

Dal film emergono diverse tematiche, che seppur avvolte in un’aura misteriosa e quasi di leggenda, sono attualissime e trasversali, come la ricerca ossessiva della ricchezza, il lavoro non tutelato e lo sfruttamento dell’ambiente. Per produrre ricchezza è necessario un sacrificio e questo è evidente anche nella nostra società occidentale con le morti sul lavoro. È un compromesso, un contrappasso: se qualcosa prendi, qualcosa devi dare. E questo vale per chiunque, in ogni luogo del mondo.

Dico sempre che Mother Lode è sì un film ambientato in Perù, ma che in realtà è una grande metafora dello stato attuale del neoliberismo, di questa completa assenza di un pensiero collettivo.

Per esempio, in Italia ci sono circa tre morti sul lavoro al giorno, cioè circa mille persone all’anno. Da noi non esistono dei rituali, è tutto molto oggettivo. Abbiamo da una parte la giusta tendenza a cercare di ridurre le morti con un sistema di regole, ma forse non abbiamo bene in mente l’idea che non si può annullare la logica di sfruttamento che sta dietro alla produzione di ricchezza e alla crescita del PIL. Uno sfruttamento che è da una parte dell’ambiente e della natura, e dall’altra un vero e proprio sacrificio umano, anche se facciamo fatica ad ammetterlo. Il punto è che nelle nostre società occidentali si è persa la consapevolezza che tutto ciò che abbiamo deriva dal sacrificio di qualcun altro, perché di fatto siamo riusciti a farne pagare il prezzo ad altri in altri paesi, nascondendo tali situazioni dalla nostra vista.

Ritornando poi alla storia dell’oro e dei metalli, che hanno reso ricchi alcuni paesi e soprattutto l’Europa, si parla di milioni di morti nel corso dei secoli. Ci tengo a dire, però, che il film ha più relazioni con la letteratura che con delle analisi socio-politiche vere e proprie.

Infatti per la figura del diavolo, centrale nel film e che incarna la brutalità della montagna e il fascino malefico dell’oro, ti sei ispirato anche alla letteratura e in particolare al libro Il diavolo e il feticismo della merce scritto da Michael T. Taussing nel 1980.

Nel testo Taussing analizza tutte le figure demoniache delle diverse parti dell’America Latina e i rituali ad esse connessi, con l’intento di dimostrare che la quantità e la ferocia di queste pratiche sono direttamente proporzionali al prezzo dell’oro.

Facendo questo viaggio mi sono reso conto di una cosa molto interessante, ovvero che stavamo costruendo una sorta di teologia inversa. Se l’unione e l’avvicinamento a Dio sono sempre stati identificati con un’ascensione che porta a una conoscenza ulteriore – come ne La montagna sacra di Alejandro Jodorowsky – in Mother Lode accade esattamente il contrario e l’ascensione corrisponde all’incontro con l’oblio, con l’abisso e con questo essere demoniaco. Tutto ciò sapendo bene il diavolo è una figura introdotta in America Latina dall’Europa, che va a sovrapporsi alla Pachamama (Madre Terra, ndr) e che è funzionale a creare un timore reverenziale in coloro che lavorano in miniera.

Come vivevano la vostra presenza le persone del villaggio?

Non riuscirei a mettermi a pieno nei panni delle persone che riprendevamo. Però quando le persone hanno visto che noi eravamo disposti a dormire, a mangiare, a fare la fila per il bagno esattamente come loro, si è innestato un meccanismo che ha ridotto il nostro essere alieni e che ci ha dato la possibilità di creare degli scambi umani molto belli. Di base ho trovato delle persone che avevano tanta necessità di parlare e soprattutto di farlo con persone distanti, che non avrebbero in alcun modo potuto giudicarle come avrebbero potuto fare dei connazionali. Abbiamo percepito anche il loro bisogno di potersi esprimere liberamente e di mostrarsi deboli proprio davanti a chi condivide la loro quotidianità.

Per concludere, perché hai deciso di fare il film in bianco e nero?

Nel momento in cui ho deciso che avremmo girato in Perù, ho avuto bisogno di individuare un processo di astrazione che togliesse il film da una specifica localizzazione, e l’uso del bianco e nero mi è sembrato un espediente interessante per raggiungere tale scopo.

Inoltre, l’oro ripreso in bianco e nero non è distinguibile da nessun’altra pietra. Così ho pensato che questa scelta estetica potesse essere una soluzione estremamente sintetica e metaforica di come, seppur nel concreto sia una semplice pietra, questo metallo si porti dietro una tragica vicenda secolare di sacrificio e morte: il minatore, il quale storicamente è sempre riuscito a godere pochissimo del frutto del proprio lavoro, è come un moderno Sisifo che fa un lavoro estenuante a livello fisico che però si rivela totalmente inutile.

Zoe Ambra Innocenti