Non si può non credere nei sogni a vent’anni | Intervista a Yuri Ancarani sul film Atlantide

Non si può non credere nei sogni a vent’anni | Intervista a Yuri Ancarani sul film Atlantide

Sant’Erasmo è una delle tante isole della laguna di Venezia e vi abitano solo 610 persone. Tra queste c’è Daniele e il centro della sua vita è il barchino, con cui vuole raggiungere il record di velocità, superando tutti i suoi coetanei per dimostrare di essere il migliore.

Nel film Atlantide, presentato nella sezione Orizzonti all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il regista e videoartista Yuri Ancarani racconta la quotidianità di Daniele e di altri ragazzi e ragazze della laguna, in un’atmosfera tenebrosa e psichedelica dove i confini tra reale e immaginario si confondono fino a diventare indistinguibili.

Veri protagonisti infatti sono i giovani abitanti delle isole della laguna, che vedono Venezia come un punto di arrivo: la città è rappresentata in una prospettiva inedita, lontanissima dalla visione romantica e stereotipata a cui siamo abituati.

Anche io sono cresciuta su un’isola della laguna, il Lido, e vedevo spesso i ragazzi sui barchini che venivano da Sant’Erasmo, Burano, Pellestrina, con la musica sparata a tutto volume. Mi sono sempre sentita distante da quel mondo, non lo comprendevo, e in Atlantide l’ho finalmente scoperto. La prospettiva della città è sconquassata, narrativamente e visivamente: Venezia non è solo arte, cultura, turismo. In questo film si vede che la città è fatta anche dalla laguna e dalle persone che la abitano.

Ho parlato con Yuri della genesi del film, del prevalere delle immagini sui dialoghi, della colonna sonora che spazia dalla trap alla techno, e soprattutto della necessità di un cambiamento di visione non solo di Venezia e di chi la abita, ma anche del sistema distributivo cinematografico.

Come hai vissuto la dicotomia tra la città e la laguna quando hai girato il film?

Inizialmente non riuscivo a uscire dalla mia posizione, dal meccanismo che ti porta a vivere Venezia sempre nello stesso modo, come un cliché, come un luogo immobile, statico: essenzialmente solo una città di cultura. A un certo punto è successo che sono riuscito a vedere i veneziani come amanti della laguna. Ho avuto la percezione che questa laguna fosse gigantesca, e ho iniziato a voler vedere tutte le isole, anche quelle abbandonate, quelle inaccessibili perché ci sono troppi rovi. È stata un’idea un po’ assurda, perché sono veramente tante. E così è successo che mi sono ritrovato davanti a un universo incredibile, a una sottocultura assurda. Si parla sempre dei problemi del Sud Italia, ma ho potuto notare come in questi luoghi, che pure sono nel “progredito” Nord, non ci sia cultura e soprattutto cultura della scuola: qui addirittura gli adulti dicono che a scuola non si deve andare. Aleggia la sensazione che non ci sia futuro. Io invece ho sempre pensato che il futuro te lo costruisci prima di tutto grazie alla cultura.

Qual è stata la Genesi del film?

Ho iniziato facendo la cosa più faticosa: seguire dei pescatori. Sono riuscito a entrare facilmente in contatto con loro semplicemente andando al ristorante e parlando di cucina. Così mi sono ritrovato alle quattro di un freddissimo mattino di dicembre a tirar su delle reti e tirar giù delle casse piene di moeche (granchietti molto teneri caratteristici della laguna veneziana, ndr). Spesso parlo di cucina perché penso sia l’unico modo veramente efficace per iniziare a rapportarsi con qualcuno che non si conosce. Ecco: ho trovato questo modo per iniziare a comunicare, ma poi mi sono trovato a disagio su altri piani, come il fatto che per molte di quelle persone l’istruzione non fosse importante. E quindi mi è venuto da pensare: “com’è possibile che questi apprezzino l’anguilla come me, ma poi pensano che l’istruzione sia inutile?”. Tutto questo ha cominciato a farmi riflettere, ed è stato il punto di partenza per andare in esplorazione.

Come si vede dal film, gli abitanti di Venezia non sono solo quelli del centro storico, ma anche appunto le persone che vivono sulle isole, che sono a tutti gli effetti luoghi periferici della città. Essendoti tu rapportato con persone di entrambi questi universi, hai notato delle differenze tra di loro?

Se si può essere naturalmente portati a pensare che gli abitanti del centro e gli abitanti delle periferie siano tanto diversi, devo dire che in realtà non è così. In particolare, ho notato che il problema legato al disinteresse nei confronti della scuola non c’è solo a Sant’Erasmo, che è stato solo il punto di partenza della mia indagine. Infatti sono arrivato fino a Venezia centro storico, dove questa mancanza di cultura e di incentivo allo studio nei ragazzi è ugualmente presente e sfocia in fenomeni saliti agli onori della cronaca come quello delle baby gang, dove gruppi di ragazzini non si fanno alcuno scrupolo a usare la violenza. E i componenti di queste “bande” sono adolescenti abitanti del centro storico, non della periferia come si potrebbe essere portati a supporre. Quindi questo problema della mancanza di cultura nelle isole periferiche, in realtà, non è altro che un’emanazione dell’isola principale che è Venezia, che di fatto è il punto di riferimento dei giovani delle periferie. Nel film Venezia arriva dopo un’ora, perché per i protagonisti rappresenta il punto di arrivo, ciò a cui loro ambiscono maggiormente. Ma Venezia ha un’energia fortissima, nel bene e nel male, e proprio per questo raggiungerla può rivelarsi anche fatale.

Perché hai deciso di partire proprio dall’isola di Sant’Erasmo?

Paradossalmente, io sono dovuto andare a Sant’Erasmo perché lì era l’unico modo per trovare una prima vera apertura, per darmi la possibilità di entrare a far parte delle persone che vivevano nella laguna, amare la laguna e iniziare a fare il film. Venezia è stato anche per me, come per i ragazzi, un punto di arrivo. Non poteva essere il punto di partenza, perché all’inizio a Venezia non potevo fare nient’altro che consumare: non c’è attenzione per il visitatore, perché vige la logica del “tanto dopo di te ne arriva un altro”. Invece a Sant’Erasmo non è così. Lì tu arrivi e devi guadagnarti il rispetto della comunità. Se fai una cazzata lo sanno tutti ed è importante che rispetti il fatto che per loro la coltivazione è un bene importante, che la conosci, che ne fai parte e che la vivi a tutti gli effetti, mangiando insieme e condividendo con loro il lavoro della terra. Perché poi è anche un lavoro della terra duro: pensa a lavorare sotto il sole per ore coi mussatti (termine veneziano per indicare le zanzare, ndr) che ti tormentano. A Venezia si parla spesso di Sant’ Erasmo come un problema. Ma il problema non è Sant’Erasmo, è proprio Venezia.

Si può dire che il barchino sia a tutti gli effetti uno dei protagonisti del film?

Certo, però bisogna smettere di considerare il “barchino” come qualcosa di straordinario. Il barchino è la normalità a Venezia. Il film in realtà parla di altre cose. Parla di traumi e soprattutto di ragazzi che non credono nei sogni. Questo è il film. Il barchino, il motore, il rumore sono fanno solo parte del contesto specifico. Basta che ti sposti in Emilia Romagna ed è anche peggio: i ragazzini fanno le gare di velocità con le macchine, passano coi semafori rossi. Quello dei ragazzi che hanno bisogno di sfidarsi è un problema vecchio come il cucco. Hanno bisogno di sentirsi dei vincenti in questa società e iniziano ad avere questi comportamenti da adolescenti, per poi diventare uomini competitivi e aggressivi.

Atlantide è praticamente privo di dialoghi, il che potrebbe farlo risultare a tratti poco accessibile.

In verità Atlantide è un film molto comprensibile anche da chi non ha cultura, diciamo così. La grammatica audiovisiva è un linguaggio comprensibile anche agli analfabeti. Ad esempio uno spot pubblicitario o un videoclip lo capisce anche un analfabeta. Quindi, per quanto possa sembrare strano, questo film utilizza i linguaggi grammaticali dell’audiovisivo senza rimanere fossilizzato e chiuso dentro a un cliché, ma con l’apertura e la volontà di raccontare in maniera diversa. È vero, ci sono pochi dialoghi, ma sono giusti, perché l’unica cosa che deve rimanere è adeguatamente espressa solo con quelli: Daniele che dice “io non sono una merda di nessuno” e “non credo nei miei sogni”. Questo è quello che deve capire un ragazzo, e poi man mano che cresce la sua cultura e la sua immaginazione potrà avere diverse letture del film. Siamo in un periodo dove una delle persone più seguite sul pianeta è Khaby Lame (influencer con più di 123 milioni di follower su TikTok, ndr) che produce dei video muti, la cui efficacia comunicativa non è assolutamente data dal dialogo. Quindi, se io sono sveglio e voglio fare un film fresco, comprensibile anche ai protagonisti del film con cui ho lavorato, non posso non considerare che Khaby Lame è un’ispirazione. Non avrebbe senso fare un film in cui ci sono ore e ore di dialoghi: questo non frega più a nessuno. Ormai si accende la televisione e si sentono delle voci che parlano continuamente, ma tanto nessuno le ascolta, perché ormai siamo abituati così, a sentire il rumore. Come siamo abituati a vedere le cose così, a vedere Venezia così. E poi ci lamentiamo. Io con questo film ho voluto mostrare che è possibile una rappresentazione diversa.

Il destino di Daniele è tragico, mentre gli altri ragazzi riescono a raggiungere la tanto agognata città. Nelle ultime scene, però, sembrano quasi fantasmi, fuori fuoco rispetto a Venezia, che si staglia alle loro spalle e alla quale sembrano non appartenere affatto. 

Il destino tragico di Daniele è ispirato da fatti di cronaca. Ho letto diversi articoli degli ultimi anni che riguardavano gli adolescenti, ed erano tutti o sulle baby gang o sugli incidenti coi barchini, anche mortali, dove i ragazzi vanno a schiantarsi contro le bricole (pali di legno che in laguna servono a segnalare le vie d’acqua per le imbarcazioni, ndr). L’interpretazione secondo cui i ragazzi alla fine sembrano dei fantasmi è bellissima. Infatti la cosa fantastica di un film di immagini è che, appunto, ti porta a immaginare, a sognare, a ragionare, e questo è l’importante. Sì, sembrano dei fantasmi. Anche perché Venezia per me non è una città romantica come viene descritta dal cinema hollywoodiano. È una città molto oscura, affascinante, bellissima, tenebrosa. Quindi mi sembrava che rappresentarla così, con questo rito funebre strano, con queste immagini esoteriche, psichedeliche, notturne, fosse il modo migliore per renderle giustizia.

Questa atmosfera tenebrosa e psichedelica è generata anche dalla trap e dalla techno che dominano il film. Si può dire che la musica è l’elemento sonoro principale del film ed è importante quanto il piano visivo. 

Questa è la cosa che rende il film più spettacolare. Per il fatto che a Venezia c’è il conservatorio, si ritiene che la città debba essere raccontata anche musicalmente in un certo modo. Invece a Venezia ci sono anche i ragazzi, appunto. E un sedicenne ascolta la musica dei suoi coetanei, non certo la musica classica.  I barchini sono aperti,  tutti i suoni che vi provengono escono prepotentemente verso l’esterno, non c’è intimità nell’ascolto. Quindi la musica che esce dalle casse installate nelle imbarcazioni rimbalza sulle pareti dei palazzi antichi della città, creando uno stridio, quasi un cortocircuito tra la contemporaneità del suono e l’antichità dell’architettura intorno. È un attimo: spesso camminando in città si sente questa musica rimbalzante e molti potrebbero pensare che sia qualcosa di sbagliato, di fastidioso, che non dovrebbe esistere. Io invece credo che sia necessario avvicinarsi, per comprendere e per apprezzare. Perché Venezia è così potente che riesce assolutamente a gestire questa musica e, anzi, la città ne trae ancora più valenza. I cittadini di Venezia in realtà non dicono nulla a riguardo, perché di fatto questa musica ci sta bene. Io stesso non riesco più a pensare a Venezia senza quella musica.

Nel film non c’è alcun giudizio verso i protagonisti. Anche nelle scene più costruite, come quella d’amore tra Bianka e Daniele sul barchino, permane un senso di rispetto delle realtà e delle vite di questi ragazzi. La verità delle situazioni non è mai perduta. Come hai fatto a raggiungere questo effetto? 

Quasi tutti i ragazzi erano minorenni, quindi non avrei mai potuto girare una scena come quella tra Bianka e Daniele in una situazione documentaristica vera e propria. Devo premettere che il momento è arrivato quando Daniele è maturato e cresciuto all’interno del film. Lui è stato l’ultimo dei ragazzi che ho incontrato per scegliere il protagonista. Di tutti quelli che ho visto, ho scelto l’ultimo, non era rimasto nessun altro. E questo ha scatenato il putiferio, l’odio tra i ragazzi. Perché si parlava da tempo di questo film e per la comunità di Sant’Erasmo non era accettabile che io, il regista, avessi dedicato tutto questo tempo a questo “essere”, perché tutti lo trattavano da emarginato. Era davvero mal voluto, per una serie di motivi. E il film è stata una forma di cura per Daniele, fino a che la scena più complessa – quella dove doveva simulare di fare l’amore con Bianka – l’ha fatta da attore ed è stato bravissimo.
Come dicevo anche prima, nella grammatica audiovisiva non ci sono regole: c’è una scena che sembra un videoclip, c’è una scena che è a tutti gli effetti uno spot del Kinder Pinguì, c’è la scena di fiction, c’è la scena di fuga ispirata al cinema anni Settanta. Insomma c’è un po’ di tutto, e questo è anche merito del produttore Marco Alessi, che ha avuto coraggio e sensibilità nel darmi la possibilità di lavorare in questo modo così stravagante.

Come è andata e come sta andando la distribuzione nelle sale, operata da I Wonder Pictures, e qual è stata l’accoglienza del pubblico?

Questo film ambiva, anche nell’ambiente della distribuzione, dimostrare che non è vero che gli adolescenti non vanno al cinema o che vogliono vedere solo un certo tipo di cinema. Bisogna cambiare anche lì le regole. Nel corso delle proiezioni a cui io ho assistito era pieno di ragazzini col bomber lucido che magari non erano molto abituati al contesto della sala, infatti uscivano, rientravano, facevano casino. Ma è stato comunque un inizio. Magari anche solo a tre di questi ragazzi sarà rimasto qualcosa del film e questo a me basta. Quindi, essendo l’intento anche questo, cioè di portare i ragazzi al cinema, abbiamo pensato a una distribuzione non solo nei cinema d’essai, ma anche nelle sale UCI. Inoltre Sick Luke, musicista trap e uno dei compositori della colonna sonora, che ha un grande seguito di giovanissimi, ha contribuito a portare curiosità nei confronti del film in un ambiente che a noi interessava particolarmente. Le uniche tre città in cui il film è stato proiettato per molto tempo sono state Milano, Padova e Venezia (Marcon), tutte sale UCI. Poi, quando è uscito l’articolo su Vice, molta più gente è andata a vederlo. Il problema di fondo è che la distribuzione tradizionale non crede che sia possibile  creare un nuovo pubblico, preferisce adattarsi alla situazione esistente.

Quindi si può dire che tu e la produzione siate soddisfatti del risultato.

Sì, il nostro esperimento è andato a buon fine, e di fatto il film piano piano sta girando le sale, sia d’essai sia UCI, a quasi un mese dalla prima uscita di fine novembre. Sono stati proprio gli esercenti ad avere coraggio ed è grazie a loro che il film si trova ancora in sala. Non avrebbe avuto senso fare un film sugli adolescenti che poi venisse visto solo dagli adulti e, nello specifico, dagli adulti intellettuali. Questo è un film fatto anche e soprattutto per i giovanissimi, perché il messaggio di fondo alla fine è questo: non puoi non credere nei sogni a vent’anni, non puoi. E il fatto di essere riusciti a portarli in sala è la cosa più bella.

Zoe Ambra Innocenti

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Arianna Callegaro dopo il diploma in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Bologna, si specializza in Progettazione e Produzione delle...

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