Roger… arrivano i bambini! | Il cinema del reale al 41° Bellaria Film Festival

Roger… arrivano i bambini! | Il cinema del reale al 41° Bellaria Film Festival

La 41^ edizione del Bellaria Film Festival, seppur uggiosa, si è confermata dimora accogliente del cinema indipendente italiano e in particolare del cinema del reale. Non per niente ad aggiudicarsi il premio del concorso Casa Rossa è stato il film di Valentina Bertani La timidezza delle chiome, che segue le vicende reali dei due gemelli ventenni Joshua e Benjamin, che cercano di trovare il loro posto nel mondo dopo le scuole superiori, rincorrendo la loro urgenza di vita e convivendo con una disabilità intellettiva.

In questo ultimo BFF il cinema del reale ha dominato anche le altre sezioni,  soprattutto il Concorso Gabbiano, presentando film come Real Guadagna di Laura D’Angeli e Giusi Restifo – dove le registe seguono alcuni episodi di vita quotidiana di due fratellini che abitano nel Centro Arcobaleno di Palermo – Lala di Ludovica Fales – che propone una forte riflessione sul reale attraverso la riproposizione finzionale ma verosimile di situazioni vissute da una giovane madre rom – e Perduto Paradiso in due rulli di Luca Ferri, Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa – ritratto, girato con soli due rulli in super 8mm, del quasi novantenne regista indipendente Franco Piavoli, che racconta il suo prossimo lavoro.

Sono due film in particolare, però, che hanno rappresentato in maniera sorprendente cosa può essere il cinema del reale oggi in Italia: Roger… arriva il Presidente! di Marco Chiarini, vincitore del premio per l’innovazione proprio del Concorso Gabbiano, e Il cerchio di Sophie Chiarello, proiettato nella sezione BFF FOR SCHOOL e vincitore del Premio Cecilia Mangini per il miglior documentario agli ultimi David di Donatello.

In Roger… arriva il Presidente! Marco Chiarini e il suo cane Roger aspettano la venuta del Presidente Sergio Mattarella in Piazza Garibaldi a Teramo. Passano i giorni, le settimane e i mesi, e questa attesa quasi beckettiana si trasforma piano piano nell’occasione per uno sguardo coinvolto e sincero sui luoghi e le persone che i due protagonisti vivono quotidianamente. La camera diventa una estensione di Chiarini e non è più un filtro sulla realtà, ma un modo unico e personalissimo di guardare il mondo, che gli permette di instaurare relazioni profondamente umane con gli abitanti della piazza. Questo porta il regista a provare, come affermato da lui stesso, «una felicità senza fine», solo per essersi fermato «a guardare con un po’ di attenzione sincera quello che avveniva». 

Roger… arriva il Presidente!

Simili intenti e modalità di utilizzo del mezzo cinematografico stanno dietro alla realizzazione de Il cerchio, dove Sophie Chiarello ha seguito per cinque anni l’evoluzione umana ed emotiva dei bambini e delle bambine di una classe di una scuola elementare di Roma, in cui la maestra proponeva la condivisione in cerchio come strumento educativo. Anche qui la camera non rappresenta un filtro sulla realtà, ma ne fa pienamente parte, tanto che la stessa autrice ha affermato che i piccoli protagonisti molto presto non ne hanno più percepito la presenza: non interagivano con essa ma con Sophie. I bambini quindi sono riusciti a esprimere con naturalezza emozioni e sentimenti, in una condivisione con lei – unica adulta che vediamo interagire attivamente coi piccoli nel film – e soprattutto tra di loro: Chiarello li ha accompagnati in questo percorso come una ulteriore guida nella loro crescita, senza nessun tipo di invadenza, ma anzi con autentica partecipazione.

Il cerchio

Entrambi i film non si basano su una scrittura pregressa, restituiscono lo sguardo soggettivo dell’autore e dell’autrice, che mostrano non solo ciò che essi vedono attraverso gli occhi, ma ciò che provano emotivamente nell’entrare in relazione con le persone e le cose che stanno loro davanti e intorno, anche fuori dall’inquadratura. Proprio come se la camera non ci fosse, da filtro essa diventa una vera estensione del corpo di chi la utilizza: non più mezzo esterno, ma parte integrante dell’entità che sta filmando. Il cinema diviene così un mezzo di riappropriazione del reale attraverso le relazioni umane, rendendo queste ultime un possibile motore di cambiamento, di cui il cinema stesso ha più che mai bisogno.

Zoe Ambra Innocenti