Portogallo, Angola e postcolonialismo: intervista a Carlos Conceição, regista di Tommy Guns

Portogallo, Angola e postcolonialismo: intervista a Carlos Conceição, regista di Tommy Guns

Presentato in anteprima mondiale nel 2022 al 75° Festival di Locarno e proposto per la prima volta al pubblico italiano al 40° Bellaria Film Festival, Tommy Guns (titolo originale Nação Valente) di Carlos Conceição offre una riflessione sulla guerra, sull’odio politico e sulla paura, in una visione straniante ed onirica nel contesto della guerra d’indipendenza dell’Angola dal dominio portoghese (1961-1975) e delle conseguenze del postcolonialismo. All’inizio della storia seguiamo le vicende di una  ragazza indigena la cui genuina curiosità verso la vita la porterà a fidarsi, sbagliando, di un giovane soldato portoghese incrociato sul suo cammino. La prospettiva, però,  cambia repentinamente, lasciando lo spettatore spaesato in un contesto pienamente militare: un gruppo di soldati portoghesi rinchiusi all’interno di un muro infinito, da cui troveranno il modo di  fuggire solo dopo aver fatto i conti con le atrocità belliche del passato. Un passato che continua ad aleggiare su un presente in fondo non così diverso.

Abbiamo incontrato il regista Carlos Conceição proprio al Bellaria Film Festival e abbiamo colto l’occasione per fargli qualche domanda.

Com’è nata l’idea del film Tommy Guns

Ci sono state diverse scintille che hanno acceso il processo di Tommy Guns. Sono nato in Angola nel 1979, quando la guerra d’indipendenza di cui parla il film era già finita da cinque anni, e sono anche cresciuto lì. In verità in Angola non c’è mai stata una reale pausa della guerra, perché quella d’indipendenza ha subito lasciato il posto ad una guerra partigiana tra tre sezioni che lottavano per il potere: una era sostenuta dall’Unione Sovietica, l’altra dagli Stati Uniti d’America e dal Sudafrica, e poi ce n’era una che era diventata una forza terroristica. Durante la mia infanzia c’è sempre stata una guerra. Quando avevo circa 21 anni e avevo finito l’università stavo per essere arruolato nell’esercito, e allora ho deciso di fuggire in Portogallo per frequentare la scuola di cinema. In realtà la guerra è finita pochi mesi dopo la mia partenza per il Portogallo, ironia della sorte. Sono poi passati dieci anni prima che tornassi in Angola.

Quando ero adolescente negli anni Novanta, mia madre scrisse una tesi sui traumi della guerra e molte delle persone con cui ha parlato avevano combattuto nella guerra per l’indipendenza, sia da parte portoghese che da parte angolana. Continuava a dirmi che queste persone si comportavano come se fossero ancora in guerra o come se quella situazione politica fosse ancora in corso. 

Negli ultimi quindici anni ho acquisito sempre di più la consapevolezza che in tutto il mondo si stanno riaffacciando forze di destra e nazionaliste e sembra che stia comparendo una nuova gioventù fascista. La gente potrebbe dire: “No, questo appartiene al passato”, ma in realtà purtroppo non è così. Quindi l’idea del film è quella di prendere in qualche modo in giro gli spettatori: sì, questa storia è il passato… o forse no?

Quanto si parla oggi della relazione coloniale tra Angola e Portogallo?

Questo discorso sta riemergendo. Ci sono molte persone che sono più consapevoli del discorso razziale e postcoloniale, soprattutto i  giovani, che sono nati e cresciuti in un tempo distante da quegli eventi, cosa che permette loro di  avere una prospettiva fresca e imparziale sul colonialismo e su ciò che è realmente accaduto. Ora è il momento giusto per affrontare certe discussioni, proprio perché certi  valori nazionalistici sembrano spuntare come funghi in tutta Europa e anche nel resto del mondo. In Portogallo esiste ancora una sorta di “lotta razziale” e in tal senso permangono ancora tanti pregiudizi, anche se le persone non li esprimono esplicitamente. Del resto il passato coloniale non è così lontano e c’è ancora molta immigrazione dall’Africa in Portogallo, e il pregiudizio sembra essere alimentato proprio dal fatto che continuano ad arrivare nuove persone, viste come estranee.

Penso spesso ai paesi che non hanno avuto colonie e a come può essere il loro rapporto con le persone provenienti da altri paesi. Infatti, uno dei principali stimoli per il film è stato quello di realizzarlo in modo che anche altri paesi potessero relazionarsi con esso. Non volevo fare un film storico che potesse appartenere solo a quella parte della storia. Era importante che altre persone potessero guardarlo e relazionarcisi.

​​Questa tua intenzione si percepisce sicuramente dall’elasticità delle strutture relazionali che hai costruito per i personaggi del film. Avevi un’idea su come volevi sviluppare il film e il suo genere?

Molti giornalisti hanno scritto che il film attraversa i generi. Non credo particolarmente nei generi, credo nei codici, nel lessico. Un film può avere diecimila tipi di grammatica, perché la vita non ha un genere, è tutto: è dramma, è commedia. Il film non cambia genere, quello che cerco di fare è stabilire un linguaggio che progredisce. Mi piace parlare allo spettatore usando una sorta di linguaggio riconoscibile, che può diventare un vero e proprio genere.

Puoi parlarci del ruolo e dell’importanza delle donne nel film?

Il ruolo delle donne è l’aspetto più importante del film. In portoghese la parola Patria è una parola femminile, come in italiano, ma c’è una contraddizione perché deriva da pater, cioè padre, quindi si pensa che sia una parola maschile. Dovrebbe invece essere Matria, dove la patria diventa in questo senso una madre per tutti, che protegge e nutre. Se una persona non ha questa “Matria”, diventa una sorta di orfano. La figura della madre per questi soldati, infatti, è quella più importante, perché sentono l’esigenza di recuperare il loro rapporto con l’ambiente familiare, ma cercano anche di capire il loro rapporto con lo Stato, la patria, appunto. Nella ricerca della figura materna e nel ricordo della madre abbiamo l’immagine di Brigitte Bardot, un’immagine che funziona come un’icona. Le altre tre donne del film hanno invece volti specifici, come quasi rappresentassero la triade biblica: la vergine, la suora e la puttana. Anche se non intendo presentarle esclusivamente in questi ruoli, è come se esse rappresentassero un’entità che si trasforma e che alla fine porta la luce e la speranza.

Qual era l’intenzione di fare riferimento ai morti mostrandoli come degli zombie?

Nella filosofia Mwila (tribù angolana, ndr) c’è la credenza che uno spirito torni dalla morte per reclamare vendetta. Questi spiriti sono le vittime della lotta armata, in particolare dei crimini coloniali, e tornano con una predisposizione benevola per trovare finalmente pace. Ho cercato di creare una sensazione di strazio e di sollievo quasi comico con questi personaggi che sembrano zombie.

I soldati invece sono come bambini, non crescono mai. 

Mi sono ispirato a due classici della letteratura. Il primo è L’isola del dottor Moreau di H.G. Wells, dove i bambini protagonisti intrattengono una conversazione in cui ripetono sempre tra loro: “Qual è la legge?”. E la risposta è: “La legge è di non versare il sangue. Non siamo uomini?”. Nel film stiamo parlando di animali a cui è stato fatto il lavaggio del cervello, e c’è un momento in cui un soldato dice a un altro: “Qual è la legge? Non versare il sangue di tuo fratello”. L’altro libro a cui mi sono ispirato è  Il signore delle mosche di William Golding.  Anche in questo caso si tratta di una strana circostanza in cui dei bambini sopravvivono a un incidente aereo, crescono su un’isola e creano la loro società, completamente barbara. Da qui è nata l’idea che dietro ai soldati ci fosse un’infanzia corrotta. 

Da dove viene il titolo internazionale Tommy Guns?

Il titolo originale Nação Valente è un verso dell’inno nazionale portoghese, quasi un metatesto in quanto può avere anche una lettura ironica. L’equivalente francese sarebbe ‘Allons enfants de la Patrie’. Tuttavia, in inglese non sono riuscito a trovare una corrispondenza diretta e se lo avessi intitolato ‘Brave Nation’ non sarebbe stato altrettanto accattivante. ‘Tommy Guns” porta con sé un’altra idea: la gente pensa che Tommy Gun sia il soprannome di una mitragliatrice usata dai gangster, che in realtà però non è presente nel film. I gangster usavano il termine Tommy Gun perché è un’espressione del XIX secolo che significa “pistola giocattolo”, anche se col tempo ha perso il suo significato per essere associato alla mitragliatrice Thompson. L’idea, dunque, è richiamare l’associazione tra la pistola, un oggetto tipicamente adulto, e il giocattolo, da bambini, proprio perché i soldati del film cercano di comportarsi da uomini forti, ma in realtà non sono altro che bambini.

Glesni Williams e Zoe Ambra Innocenti