Il videoclip è un mondo indocile | Intervista a Enea Colombi e Nicolò Bassetto

Il videoclip è un mondo indocile | Intervista a Enea Colombi e Nicolò Bassetto

A cosa pensi quando ascolti una canzone? Quali immagini scorrono nella tua mente mentre suona quel riff di chitarra? E come tutto questo si trasforma in un video? Queste sono alcune delle domande a cui proveranno a rispondere Enea Colombi e Nicolò Bassetto, registi di videoclip che hanno lavorato con musicisti quali Lamante, Brucherò nei pascoli, Cesare Cremonini e Shablo, stasera 4 novembre durante la masterclass di INDOCILI al Cinema Beltrade.

Nell’attesa di incontrarli in sala, potete proseguire con la lettura e conoscere meglio gli ospiti Indocili della serata.

Come vi siete approcciati alla forma del videoclip?

N: Io ci sono arrivato, in realtà, neanche troppo per scelta (ride). Ho iniziato a lavorare con amici che facevano musica e poi con amici di amici, e così via. Per entrare in questo mondo mi sono buttato subito nel lavoro sul campo, partendo con un gruppo delle mie zone, per poi passare a quelli che spingevano di più ed erano più vicini ai miei gusti.

E: Anche io ho cominciato abbastanza per caso, lavorando prima con gli artisti della mia provincia (Piacenza) e poi spostandomi su Milano e Torino, cercando un po’ di espandere la mia rete. Credo che il mondo del videoclip sia una grande palestra, è soprattutto un ambiente democratico e meritocratico, dove se sei effettivamente bravo riesci ad arrivare abbastanza lontano… è un ambiente anche piccolo e Milano-centrico. Crescendo come artista puoi avere il lusso di decidere cosa fare con gli artisti, con quali lavorare e come costruire un proprio immaginario, lavorando con quello che meglio ti rappresenta.

Com’è lavorare nel videoclip in un momento storico in cui questo genere è abbastanza bistrattato?

N: Questo collasso è stato sicuramente influenzato dalla diffusione dei sistemi di streaming. L’Italia ha vissuto un’ultima Golden Age, tra il 2014 e il 2017, quando il videoclip era fondamentale dato che per ascoltare un brano dovevi per forza ascoltare YouTube.

Oggi per  le case discografiche il video è utile soprattutto per la comunicazione, ma è importante distinguere quello che è il videoclip da ciò che è il contenuto per i social, ovvero il reel, che adesso è il tipo di asset video che spopola di più per promuovere un brano. Questo è un sintomo della continua semplificazione, non facendo più spostare l’ascoltatore da un’applicazione all’altra, dato che la soglia dell’attenzione è sempre più bassa. Tutto quello che si crea deve essere sempre più veloce, anche a livello di montaggio, perché altrimenti si rischia lo skip immediato. Una cosa come un videoclip non rientra più tanto negli interessi popolari, a parte per gli MTV Kids e qualche nerd purtroppo.

Perché continuare a lavorare in questo mondo allora?

N: Anche se nel tempo sono diminuiti gli investimenti, io resto molto legato al genere. Quello che soffro è più che altro la possibilità di lavorare con determinata musica, perchè a volte faccio un confronto con l’estero e vedo determinati video a cui però si affiancano progetti e visioni musicali molto interessanti. Nel contesto musicale italiano soffro un po’ l’assenza di progetti musicali più vicini ai miei gusti o che possano aiutare a sviluppare una certa linea artistica.

E: Sono d’accordo con Nicolò. Un problema della discografia italiana contemporanea è che oltre ad essere discutibile da un punto di vista qualitativo, lo è anche da quello quantitativo, quindi ogni anno escono nomi nuovi che bombardano l’ascoltatore senza lasciargli il tempo di scoprire l’artista. Secondo me è cambiato anche il modo in cui si percepisce l’artista, perché prima per vederlo dovevi sperare di incontrarlo per strada, andare al firmacopie o andare al live, mentre oggi basta aprire Instagram o TikTok per saperne ogni dettaglio. Il videoclip è diventato un contenuto aggiuntivo, che le persone devono cercare volontariamente e che quindi è più legato a una nicchia.

Il videoclip è innanzitutto un linguaggio artistico. Come si sviluppa il vostro processo creativo?

N: Per me parte tutto dal primo ascolto ad occhi chiusi del brano. Da lì di solito le idee o fluiscono tutte in cinque minuti oppure mi servono giorni di agonia per lavorarci (ride). Secondo me dipende tantissimo da quanto “vibra” in te quello che ascolti e quello che devi rappresentare.

E: Lato mio, mi sono sempre molto concentrato sulla melodia, e poi solo in un secondo momento passo allo studio del testo, dato che mi interessa favorire la libera interpretazione del brano per non essere troppo letterale. Poi purtroppo ogni videoclip è sempre un po’ figlio anche delle decisioni che fa il musicista con cui si lavora, non è mai 100% volontà del regista. C’è sicuramente maggiore libertà artistica rispetto ad altri settori, ma resta un prodotto commissionato. Dicevo, l’ispirazione per me è dettata molto dal ritmo e dalla melodia. Ricordo che, prima di trasferirmi a Milano, mi piaceva prendere la macchina, mettere su il brano e andare in giro. Appena lo ascolto capisco se mi piace o no, se non mi piace tendenzialmente non vado avanti, perché è molto difficile se non ho davvero niente che mi ispiri.

Avete mai pensato di avvicinarvi al mondo dei visual per i live, rimanendo in contesto musicale?

N: Devo essere sincero, a me non ha mai attirato  troppo. Una cosa che però trovo molto interessante è l’idea di creare qualcosa dal vivo, perché assomigliava a suonare con l’artista. Ad esempio i BADBADNOTGOOD qualche anno fa, durante un tour, fecero proiettare le visual in pellicola e il materiale andava a ritmo dei brani.

E: Io non sono molto interessato al mondo dei led wall, preferisco lavorare con sistemi illuminotecnici più artigianali e sperimentali. Forse più che le visual dei concerti, mi affascina il mondo delle performance luminose vere e proprie. Ammiro molto il lavoro di alcuni gruppi creativi come il collettivo Tundra che lavora su installazioni luminose custom e performative. Mi ricordo di questa installazione a Berlino, in un hotel abbandonato, dove tu entravi al buio e poi in ogni stanza trovavii diverse situazioni luminose… molto interessante!

Quali sono i registi di videoclip che ammirate di più?

N: Sicuramente Michel Gondry, che oltre a essere un regista di cinema, ha lavorato ampiamente nel mondo del videoclip. Mi piace tantissimo anche il lavoro di Brook Linder, che ha diretto il video per Body Paint degli Arctic Monkeys.

E: Per me due grandi punti di riferimento sono Jonathan Glazer e David Fincher, che dall’ambito video hanno poi sfondato nel cinema. Se devo citare qualche regista più contemporaneo, ammiro molto le videoproduzioni CANADA oppure Jordan Hemingway.

E se invece poteste scegliere tra qualunque musicista al mondo, quello più vicino alla vostra direzione artistica?

E: Questa in realtà è una domanda molto difficile, anche perché ci sono tantissimi musicisti che amo e con cui vorrei collaborare, ma poi magari lavorandoci insieme rischierei di rovinare l’immagine che ho di loro… è pericoloso l’incontro con i propri miti (ride). Forse sceglierei gli M83, che potrebbero darmi la possibilità di sperimentare molto.

N: Sono troppi! (ride) Beh, in generale, sono tantissimi, cioè molto molto difficile. Io direi Maslo Chernogo Tmina, un rapper russo che amo all’infinito e che è stato coinvolto in videoclip pazzeschi!

Durante la serata al Cinema Beltrade i videoclip verranno proiettati sul grande schermo. Cosa pensate di questo cambio dello spazio di visione, dal contesto più privato del cellulare alla condivisione della sala?

N: Secondo me questa nuova connotazione è qualcosa di molto bello! Qualcosa a cui non siamo abituati. Magari vedendo un videoclip sul grande schermo, il pubblico può anche scoprire un mondo a cui non si era mai approcciato.

E: Io ho già vissuto questa cosa della proiezione del videoclip in contesti diversi come il cinema e secondo me è un’esperienza un po’ sui generis. Innanzitutto devi sperare che al pubblico piacciano i video mostrati, perchè su YouTube se non sei interessato puoi chiudere, mentre al cinema lo spettatore è “schiavo” dell’immagine. Allo stesso tempo resta una scelta molto coraggiosa e sono veramente tanto curioso di vedere la reazione delle persone.

Oltre ai videoclip, questa sera verrà proiettato il cortometraggio Il giorno dopo. Enea, quanto dell’esperienza del mondo dei videoclip c’è in questa tua opera breve?

E: In verità nulla (ride). Ho cercato di fare qualcosa completamente diverso… l’unica scelta un po’ stramba, più però di ispirazione cinematografica che video, è che a un certo punto del corto parte in sottofondo un sassofono, completamente in contrasto con la scena. Questa è semplicemente un’ispirazione molto twinpeaksiana, dato che il sax è uno strumento che mi piace tantissimo e sono molto fan di Lynch.

 

Francesca Marchesini