La Trilogia Uomo-Macchina | Una conversazione con Andrea Gatopoulos al BRIFF 2024

La Trilogia Uomo-Macchina | Una conversazione con Andrea Gatopoulos al BRIFF 2024

Dal 22 al 25 agosto 2024 nella verdissima Brescia ha avuto luogo un piccolo delizioso festival cinematografico – organizzato dalla giovane associazione Line Culture – a cui Spinosa Magazine è stato chiesto di partecipare in qualità di media partner: il Brixia Film Fest, giunto alla sua quarta edizione. Dopo l’incontro con il cinema gentile di Mino Capuano, abbiamo avuto modo di dialogare di tutt’altri temi con il regista pescarese classe 1994 Andrea Gatopoulos.

Nonostante abbia solo trent’anni, Gatopoulos è attivo nel mondo del cinema da molto tempo anche come produttore (Il Varco), distributore (Gargantua Films) e organizzatore di festival (Il Varco – International Short Film Festival). Da sempre interessato alle nuove tecnologie e alle realtà virtuali, ma in un’ottica anticapitalista e critica verso il progressismo, dopo diversi altri lavori realizza quella da lui stesso nominata Trilogia Uomo-Macchina, composta dai due cortometraggi Happy New Year, Jim (2022, selezionato per partecipare alla Quinzaine des Réalisateurs) ed Eschaton Ad (2023, realizzato alla Spring Academy di Locarno e presentato all’omonimo Festival) e dal documentario d’esordio A Stranger Quest (2023, che ha avuto la sua prima al Torino Film Festival).

Tutte e tre le opere riguardano il controverso rapporto tra l’essere umano e la tecnologia, in particolare quella dell’intelligenza artificiale (AI), sempre utilizzata dal regista come mezzo per mostrare la sua visione del mondo. Ma se i due corti presentano una prospettiva speculativa, quasi intellettuale, il lungometraggio ribalta questa visione, ponendosi su un piano decisamente osservativo. Happy New Year, Jim è interamente ambientato dentro un videogioco, in cui due amici interagiscono, ma solo a livello virtuale, riflettendo sull’esistenza e sulle inquietanti derive di una mancata interazione sociale nella vita reale. Eschaton Ad è composto da immagini in bianco e nero disturbanti e apocalittiche interrotte all’improvviso da una strana pubblicità: è l’umanità stessa artefice del suo destino catastrofico, generando la sua stessa fine pensando invece di progredire. Infine A Stranger Quest segue un tratto della vita di David Rumsey, collezionista statunitense di mappe di cui ha curato anche un enorme database digitale.

Dopo la proiezione di questi tre film, nell’atmosfera intima e raccolta della sala 2 del Cinema Nuovo Eden, l’autore ha intrattenuto un pubblico curioso e attento parlando specialmente del suo lungometraggio e soffermandosi molto sul tema della relazione tra l’essere umano e l’intelligenza artificiale.  

Happy New Year, Jim

Controllo

Le nuove tecnologie pervasive, tra cui l’intelligenza artificiale, si stanno insinuando in ogni aspetto della nostra vita quotidiana, con derive che ci stanno facendo avvicinare a sistemi di controllo sempre più efficaci e sofisticati e che, senza che ce ne rendiamo conto, ci stanno togliendo gran parte della libertà e della capacità critica di interpretare la realtà che ci circonda. Questo è ciò che emerge prepotentemente dalla Trilogia di Andrea Gatopoulos, e che ritorna anche nel suo ultimo cortometraggio The Eggregores’ Theory, presentato in apertura della 39^ Settimana Internazionale della Critica all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

«Credo sia indubbio che oggi la tecnologia interagisce con la democrazia in una maniera per cui ne riesce a influenzare fondamentalmente il contenuto e l’esito», afferma il regista, citando un caso emblematico avvenuto recentemente in Francia, dove Jordan Bardella – successore di Marine Le Pen alla guida del partito di estrema destra Rassemblement National – sfruttando l’algoritmo di TikTok, ha accresciuto talmente tanto la sua popolarità da riuscire a ottenere ben 30 seggi al Parlamento Europeo, fatto che ha portato poi le dimissioni del Presidente francese Emmanuel Macron. 

Tali tecnologie digitali, dunque, dovrebbero essere studiate e ben approfondite, proprio perché «l’intelligenza artificiale è in grado di dare a chi possiede i dati una capacità di sintesi e di controllo del sistema che prima non esisteva». E questo appare pericoloso in una società che è fortemente statistica, ovvero basata su pure distribuzioni di voti e di piaceri: «se questa statistica si riesce a controllare in qualche modo, ci troveremo di fronte ai primi sistemi di dittatura voluta e votata». Con questi sistemi, che si evolvono ad un ritmo e a una velocità impressionanti, diventerà sempre più difficile attuare quella distinzione tra reale e virtuale, e questo inevitabilmente «cambierà le caratteristiche del potere», le sta già cambiando, rendendo molto più semplice l’instaurarsi di veri e propri regimi “voluti” dagli stessi cittadini, dove regneranno «l’apatia, l’indifferenza e la fine dei desideri». E non sappiamo ancora davvero quali ne saranno le derive.

Eschaton Ad

Umanità (l’uomo David)

Nella prospettiva di questi mondi inquietanti, però, esiste una speranza, un barlume di possibilità dove l’essere umano e la tecnologia possono dialogare fino a integrarsi e farsi del bene a vicenda. Proprio come crede David Rumsey, il curioso protagonista di A Stranger Quest, anziano collezionista statunitense di mappe che ne ha creato anche una versione virtuale tridimensionale sulla piattaforma Second Life.

Andrea Gatopoulos ha scoperto Rumsey letteralmente navigando su Internet, «facendo una ricerca su un mondo privo di nuovi posti da esplorare, privo di terre incognite», imbattendosi sul suo sito personale, ricchissimo e completamente gratuito, dove si possono trovare molte delle sue mappe in alta risoluzione, scansionate nel corso degli ultimi trent’anni. Il giovane regista si è trovato a identificarsi subito con quest’uomo, proprio perché accomunati dall’essere degli accumulatori seriali e condividendo «una sorta di gusto per il massimalismo estetico che le mappe rappresentano perfettamente, essendo oggetti talmente complessi da guardare che eccedono la visione». Così è sorta l’idea di fare un film sulle mappe, proprio perché non ne esistono di mirati per la sala cinematografica e che, soprattutto, considerano questi oggetti come una vera forma d’arte. I cartografi infatti non producevano le mappe a puri scopi utilitaristici, ma proprio come lavori da contemplare, che dunque hanno «un tipo di consumo diverso, antitetico a quello odierno, perché esse non si prestano all’isteria, sono oggetti con cui occorre passare un sacco di tempo».

Gatopoulos si è così messo in contatto con David scrivendogli una semplice mail, presentandosi e proponendogli di fare un film su di lui  e sulle sue mappe. Sorprendentemente Rumsey accetta subito e, una volta avviata la lavorazione del film – in cui oltre al regista c’era soltanto il direttore della fotografia Antonio Morra -, ne è diventato una sorta di coautore. La sintonia tra l’anziano collezionista e il giovane regista si è così tramutata in un viaggio di scoperta per entrambi, in un continuo scambio e in una costante interazione che ha portato alla realizzazione di un film osservativo, lento – nell’accezione più positiva del termine – e, più che lungo, largo: la vastità delle inquadrature e della natura corrispondono alla risolutezza e alla serenità d’animo del protagonista. Nonostante Gatopoulos, infatti, avrebbe desiderato che nel film emergesse una «sinusoide emotiva» del personaggio, ha presto compreso che non ci sarebbe riuscito proprio perché David è veramente una persona risolta e profondamente umana.

A Stranger Quest – David Rumsey al Map Center a lui stesso intitolato alla Stanford Univesity

Tornare

«Io volevo che questo fosse un film sulla condizione umana in un certo senso, e ciò che secondo me lo rende tale – e che fa da fil rouge fin dall’inizio, anche se magari non si coglie – è che David per tutto il tempo cerca di “tornare” dal suo maestro Jim che, anche se deceduto da anni, è sempre stato per lui come una figura paterna». Il viaggio di Rumsey, infatti, è un percorso di attraversamento del passato ma che, nonostante l’età avanzata, sa ancora di futuro, «in una recollezione di tutti i suoi rapporti disseminati nel tempo che poi lo riportano indietro fino al suo ricordo più lontano, che è questa casetta che lui ha costruito con il suo maestro, colui gli ha un po’ insegnato tutto, incluso poi quello che fa abitualmente ancora oggi». 

Nel lungo viaggio della sua vita, Rumsey è riuscito a fare affari fino a guadagnare una immensa fortuna. Reputandosi un «artista con il senso del business», dopo la laurea in arte a Yale, David entra nel mondo della finanza e, ottenendo ingenti somme di denaro, ne investe una cospicua parte per acquistare prima mappe, e poi terreni che cede a enti che operano per la conservazione naturale. E se nella prima parte del film emerge soprattutto questo lato più pratico, e anche scientifico, dell’esistenza di David – di cui assistiamo a diverse incursioni del suo alter ego nel suo database in Second Life – verso la fine ne vediamo emergere la versione più spirituale e quasi mistica, che si lega anche al tema della morte e dei suoi fantasmi, di cui anche Jim naturalmente fa parte, chiudendosi così un cerchio.

Superare la morte 

La morte, qualcosa di apparentemente ineluttabile, appare invece superabile nella visione ottimista e positiva di David, e non solo a un livello spirituale. Il suo alter ego in Second Life, infatti, sopravviverà al suo corrispettivo del mondo reale.

Anche se, alla fine, nel film prevale la dimensione umana, non è evitabile una riflessione sul legame tra la morte e le nuove tecnologie, dove «l’intelligenza artificiale stessa può permettere quasi di, non dico cancellare, ma di superare la morte in un qualche modo, concedendo la possibilità di rimanere in questo mondo anche quando il nostro corpo morirà nel mondo fisico, il mondo reale troppo metafisico». Da sempre l’umanità ricerca la resurrezione, «che con l’intelligenza artificiale assume dei connotati nuovi, perché con questi sistemi di riproduzione della nostra personalità – come i large language models tipo Chat GPT oppure le intelligenze artificiali generative – sarà possibile parlare coi morti, ma parlare coi morti di cose nuove, non passate! E questa è una tecnologia che trovo fortemente esistenziale. Mi chiedo come si morirà tra dieci, vent’anni…».

Ma è davvero possibile superare la morte in questo mondo capitalista?

A Stranger Quest

La trappola del capitalismo

Seppur il film abbia una visione molto positiva, finendo con un’immagine di un uomo di ottant’anni anni che continua a volare verso il futuro, le prospettive per l’umanità sono tutt’altro che rosee. Se David Rumsey è convinto che l’intelligenza artificiale sia uno strumento che ci salverà tanto tempo da riempire con pensieri e interessi nuovi, Andrea Gatopoulos è in realtà di tutt’altro avviso. «Non sono molto positivo sul futuro, perché credo che ci siano tanti indizi del fatto che ci stiamo avvicinando verso un’epoca del controllo», ribadisce il regista. «Il mondo ci sta ponendo dei limiti che il capitalismo non ha calcolato, come quello naturale: basti pensare al cambiamento climatico, che sia o non sia “man-made” – la scienza dice di sì. Inoltre c’è il problema della sovrappopolazione: questa vita che il capitalismo sponsorizza non è possibile realmente per tutti». 

Il capitalismo si connota dunque come una trappola, un sistema programmato per una crescita infinita che proprio per questo motivo contiene già in sé il seme della sua rovina. Il vero problema, alla fine, sembra essere l’impossibilità di mettere davvero in discussione questo sistema da nessun punto di vista, perché tale critica è concessa solo «finché non incrina il paradigma della crescita eterna». E questo si vede anche da come certi movimenti, come il femminismo stesso, vengano lasciati correre solo fino a che non incrinano la struttura originale. «Da notare infatti come in corrispondenza di una crisi, arrivino subito dei momenti di guerra orrendi, perpetrati da paesi che si dichiarano progressisti. Israele, per esempio, che cosa sta facendo? Per me c’è una sorta di grosso problema sistemico, e ho ho paura di quello che succederà dopo».

Nella visione pessimista di Gatopoulos, però, rimane il seme della speranza, che può germogliare proprio attraverso l’arte del cinema, dove lui come autore si pone come una persona che può spingerne altre «verso la cognizione e la consapevolezza, al di là di come andranno le cose».

A Stranger Quest – David Rumsey in Second Life

Il futuro (del cinema)

«Nessuna arte che l’essere umano ha inventato si è mai estinta», afferma il regista, ribaltando la sua visione negativa generale sul futuro, e portando un’ondata di positività sulle prospettive del cinema. «Secondo me il cinema non ha nessuna possibilità di soccombere, anzi credo che questo momento storico ne sia l’apice totale: dal Covid in poi non penso che gli esseri umani abbiano mai consumato una tale quantità di film come oggi». Ciò che probabilmente avverrà è una ulteriore frammentazione degli schermi – di cui del resto parlava anche Michelangelo Antonioni già negli anni Settanta – ma la sala resta ancora «qualcosa di rituale, di forte a livello emotivo, quindi non penso che ci sia una possibilità di estinzione». 

Ciò che appare un reale problema è invece la legislazione sul tema, soprattutto in Italia, dove sono state varate nuove regole sul tax credit, che rendono tale misura di sostegno privato al cinema da parte delle aziende impossibile da ottenere per praticamente tutti i film d’autore. «In realtà è questo quello che ci deve preoccupare, perché è questo che uccide veramente il cinema. Ma uccide il cinema non perché smette di esistere la sala. Uccide il cinema perché uccide la comunità del cinema, uccide la possibilità di lavorare, di credere in questo mestiere, di fare gruppo in questo mestiere».

Ecco che l’intelligenza artificiale diventa così una risorsa per poter produrre film a costi decisamente più contenuti. Gatopoulos è la dimostrazione di come riuscire a trasformare un ostacolo in una risorsa, utilizzando una tecnologia che può apparire insieme incomprensibile e spaventosa per creare arte. Che forse è proprio quello che tutti noi dovremmo fare con l’intelligenza artificiale: impegnarci per conoscerla, studiarla per padroneggiarla, al fine di utilizzarla e a non farsi utilizzare da essa. Anche l’intelligenza artificiale può essere una cosa meravigliosa, «ha la sua parte buona, come tutte le cose».

Zoe Ambra Innocenti