Dal 2019 l’associazione culturale Line Culture – composta soprattutto da giovani under 30, pienə di energia, che vogliono portare nella loro città un fermento culturale di cui si sente la mancanza – organizza il Brixia Film Fest, nato come festival di cortometraggi e che a oggi si è ampliato con dibattiti, laboratori per sostenere le regie giovani ed emergenti e una rassegna di lungometraggi, composta sia da titoli più istituzionali che da altrettante opere prime e addirittura opere zero. Sono giornate, quelle del BRIFF, in cui la città di Brescia ha l’opportunità non solo di guardare film spesso fruibili solo nelle realtà festivaliere, ma anche di riflettere sulla settima arte e costruire dei momenti di socialità intorno ad essa. È proprio quello che è successo al dibattito con il regista Mino Capuano dopo la proiezione del suo Quanno chiove: nonostante la conversazione sia durata una quarantina di minuti, ovvero una tempistica capace di svuotare completamente la sala, il pubblico è rimasto ad ascoltare con interesse e partecipazione fino alla fine, dando la controprova di quanto la cittadinanza abbia bisogno di questo genere di eventi.
È altrettanto vero però che il film di Capuano, dietro le sue immagini intime e delicate, nasconde una storia produttiva incredibile, quella di un ragazzo poco più che ventenne che si imbarca nell’impresa di girare un lungometraggio sorprendentemente consapevole, data la giovane età, nei temi e nel linguaggio e tuttavia totalmente autoprodotto – e di conseguenza troppo poco distribuito.

Siamo quello che ricordiamo, dopotutto.
Quanno chiove, celebre brano di Pino Daniele del 1980, dà il titolo all’opera zero di Mino Capuano, giovane regista che si è fatto conoscere nel 2022 grazie alla rassegna di opere indipendenti Bimbi Belli istituita da Nanni Moretti.
La canzone parla di una prostituta affaticata dal lavoro e ferita dalla vergogna sociale; ma non tutto è perduto, la pioggia infatti arriverà e porterà aria di cambiamento: «ma po’ quanno chiove / l’acqua te ‘nfonne e va / tanto l’aria s’adda cagnà». Il cantante partenopeo sembra ottimista in quello che potrà succedere nel futuro: non ci racconta se la protagonista effettivamente si ritroverà in una situazione migliore, tuttavia tra le righe sembra suggerire che il miglioramento sarà inevitabile. Bello o brutto che sarà, creerà inevitabilmente uno iato tra il prima e il dopo, uno spazio esistenziale in cui la memoria può radicarsi e formarsi, creare una geografia emotiva essenziale alla condizione umana.
Siamo quello che ricordiamo, dopotutto. Scrive il filosofo Galimberti:
È il ricordo il tema attorno cui ruotano le tre storie che compongono il film, nato come un cortometraggio di diploma canonicamente sbagliato già nelle sue premesse: «ti insegnano che in sceneggiatura una pagina è un minuto e io ne avevo scritte 20 e alla fine sono usciti 35 minuti. Anche se le persone intorno a me continuavano a dirmi di tagliarlo per farlo rientrare nei circuiti festivalieri, ho capito che quello era il tempo necessario per raccontare quell’emozione», il ricordo che per i tre fratelli protagonisti di Appocundria diventa un luogo in cui smettere, almeno per una notte, di discutere. L’appocundria è qualcosa a metà strada tra la nostalgia e la malinconia, traduzione campana di saudade, un senso di perdita e di caducità della vita. È ciò che prova il giovane protagonista del racconto di apertura A‘mbriana nei giorni prima di lasciare il paesello per andare a lavorare a Milano: si aggira per le strade come se se ne fosse già andato e quei luoghi fossero già diventati un ricordo. Se si arriva ad apprezzare l’appocundria, ecco allora che si potrà esperire l’Alleria, «il termine più bello», proprio come Ciro ed Elisabetta, che in questo ultimo episodio non possono tornare nel passato ma possono comunque provare a riviverlo e addirittura a immaginarne una versione diversa, una in cui non si sono mai persə.
Questa specie di fenomenologia della memoria nasce dal rapporto fra le diverse storie e i filmati di repertorio provenienti direttamente dagli archivi personali degli attori e delle attrici. «Per me è stato molto importante il filmato di repertorio in tutti e tre i capitoli, vederli, rubare delle cose della vita degli altri e metterle in scena, per poi arrivare a un impatto emotivo maggiore, come i fratelli che giocano a pallone». Così nel primo capitolo i materiali d’archivio presentano come passato momenti ancora da accadere mentre nel terzo i filmati dei due protagonisti, realmente sposati nella vita, permettono di immaginare una storia d’amore mai vissuta. Si tratta di vere e proprie manifestazioni fisiche dell’intangibilità del ricordo che tuttavia rischiano di perdersi se non correttamente gestite: «negli ultimi anni l’home movie è diventato molto frequente anche nel raccontare e nel raccontarsi. Sicuramente da qui ai prossimi anni verrà molto sfruttato. A parte gli archivi però, molti video che noi abbiamo anche online sono amatoriali: sarebbe bene cercare di custodirli. Ad esempio io giro molto con una handycam – di cui ci sono tante immagini nel primo capitolo – e cerco di custodire tutto fisicamente; soprattutto al giorno d’oggi è ancora più importante concentrarsi sul custodire fisicamente la memoria, altrimenti si rischia che diventi nuvola e voli via per sempre».
Un cinema gentile.
Quello di Capuano è un film lento, che vuole prendersi tutto il tempo necessario per osservare il paesaggio emotivo generato dall’appocundria; non gli sconvolgimenti dell’anima portati da grandi accadimenti ma i piccoli sussulti dell’anima che ci attraversano costantemente poiché legati alle piccolezze della vita quotidiana. Ecco allora che il dettaglio di un geco appollaiato sul soffitto, quando correttamente costruito, diventa un’immagine altamente significativa e simbolica. È un’estetica che guarda al cinema – e più in generale a una certa cultura – giapponese e al concetto filosofico di mono no aware, la partecipazione emotiva alla bellezza del mondo e al suo costante cambiamento: «in Giappone si festeggia l’Hanami, la caduta dei fiori di ciliegio, ovvero la morte, vissuta come uno spettacolo bellissimo. Anche se la vita sta finendo godiamoci la sua fugacità»; un concetto dunque vicino all’appocundria e non a caso il regista ha rivolto il suo sguardo a quel cinema giapponese definito gentile, di cui Ozu è il massimo esponente, «che cerca di raccontare il flusso delle cose, delle piccolezze quotidiane. Nel caso di Ozu si tratta di una realtà rurale, mentre nel mio l’idea era di raccontare la realtà provinciale con le sue quotidianità: il bar, la luce che va e viene, il geco, sono tutte cose che riescono a raccontare determinate lentezze che noi poi ci dimentichiamo o finiamo per darle per scontate». Le piccole cose allora assumono molta rilevanza, come l’iconica teiera rossa in Fiori d’equinozio di Ozu; il dettaglio diventa estremamente significativo, più dell’accadimento, proprio perché è attraverso di esso che si può cogliere l’appocundria: «si tende a innalzare e a sottolineare prepotentemente il conflitto. A me piace poco il conflitto, mi piace più raccontare quello che c’è intorno, il contorno, che forse è il vero protagonista del conflitto, rispetto al conflitto in sé per sé».

Opera zero.
Quanno chiove è un’opera zero, «perché non è stato registrato allo Stato, non esiste, non è stato pagato nessuno, è costato molto poco, quindi a tutti gli effetti è un film illegale, nel senso che non potrebbe esistere». Se l’originario corto di diploma fu biasimato per essere canonicamente sbagliato, il film finito continua in qualche modo a sfidare il sistema produttivo e distributivo cinematografico: l’autoproduzione è una pratica intrinsecamente ribelle, perché significa sempre riappropriarsi degli strumenti produttivi al fine di esprimersi in totale libertà. Certo, realizzare un film in questo modo è un’impresa molto difficile che richiede tempo, una troupe totalmente innamorata della causa e la non banale capacità di trasformare i limiti in valore.
La lavorazione è iniziata che Mino aveva 22 anni ed è finita che ne aveva compiuti 28, quindi 6 anni per un costo complessivo di 15 mila euro ed è stato possibile realizzarla grazie allo spirito collettivo di ThreeAB, una casa di produzione improvvisata ai tempi dell’università che, nonostante gli impegni della vita sempre più pressanti col passare degli anni, non ha mai smesso di essere una rete di supporto per i suoi membri nella realizzazione dei loro progetti. ThreeAB infatti «nasce così, con un’idea collettiva del cinema, allo scopo di creare una comunità che condividesse questa idea. Noi ci siamo e anche se tutti facciamo cose diverse ora, ci continuiamo ad aiutare tanto, perché per noi è stato un film importante, così come lo sono stati i corti che abbiamo fatto prima: è sempre il progetto dell’altro quello più importante. Alla fine chiudere Quanno chiove era diventato una sorta di missione per tutti quanti noi».
Così, tra il senso della collettività e lo spirito di adattamento, è stato possibile tirare in porto un film che, a vederlo, non si direbbe mai sia costato una miseria: a un certo punto vediamo una chiesa addobbata di fiori, si tratta di un elemento che era stato scritto e che dovevano riuscire a girarlo, tenendo presente che le composizioni di fiori non le regalano, anzi, «quindi abbiamo chiamato il prete per capire se ci sarebbe stato un matrimonio nelle giornate in cui avevamo programmato le riprese e fortunatamente ci sarebbe stato; però, ci disse il prete, per utilizzare i fiori avremmo dovuto contattare l’azienda. L’abbiamo fatto e loro, super tranquilli, ci hanno lasciato i fiori un giorno in più per permetterci di girare». In altre occasioni invece sono entrati nel film elementi che non erano stati previsti in scrittura e che in qualche modo sono stati girati a proprio vantaggio: è il caso della sagra della rana, che si sarebbe svolta nei giorni e nei luoghi in cui avevano programmato di girare. L’evento viene allora inserito nel racconto ma finisce che «tutte le persone guardano in camera, ovviamente guardano in camera, perché c’era una Steadicam… però facciamo sì che i limiti produttivi diventino stile e gli sguardi in camera finiscono per diventare soggettive del protagonista». Ma Capuano non si è fermato davanti a nulla, neanche nel 2016, quando aveva organizzato il set del secondo episodio a una manciata di chilometri da Amatrice, «la casa era in mezzo al nulla e avevamo già speso dei soldi, gli attori non volevano venire, così noi li abbiamo chiaramente ingannati dicendo loro che non c’era stata nessuna scossa, anche se in realtà la casa era crepata. Alla fine siamo sopravvissuti».

Bimbi Belli, BRIFF, e poi?
«Come abbiamo detto è un’opera zero autoprodotta e dopo aver finito il film ho iniziato a farlo vedere a delle produzioni per cercare di chiuderlo, di far sì che potesse diventare un’opera prima, quindi di metterlo in regola. Però le produzioni non è che fossero entusiaste: è molto complesso mettere in mezzo una produzione quando un film è chiuso. Non capivo, avevo fatto un film indipendente, autoprodotto, confezionato, perché non interessa? Decido allora di scrivere, di buttare giù una lettera in maniera molto arrabbiata, piena del mio tipo di cinema, di quello che mi piace, della rabbia che provavo per le difficoltà che pone un film autoprodotto, indirizzata a Nanni Moretti. Dopo mesi la stampo e la metto in una busta insieme a una pennetta usb con dentro il film e la lascio in macchina. Dopo altri mesi mi ritrovo in macchina a Trastevere. Decido di passare dal cinema Sacher. Lascio la lettera nel cortile, dopo averla ricoperta con qualche ago di pino – pioveva e non so perché ho pensato che questa cosa avrebbe potuto proteggerla. Dopo una settimana Moretti mi chiama – avevo lasciato il mio contatto nella lettera. Ma tu vuoi andare a Bimbi Belli? mi chiede. Gli rispondo quello che avevo scritto nella lettera, che volevo soltanto un parere. Mi risponde che la rassegna è chiusa e arrivo io che gli faccio vedere il mio film. Il lunedì dopo mi richiama, dicendo che non solo è indipendente ma proprio autoprodotto e che quindi ero dentro Bimbi Belli 2022».
Finire nella rassegna di Nanni Moretti è sicuramente una bella soddisfazione, soprattutto nei confronti di quella scuola che all’inizio chiedeva tagli e accorgimenti vari per renderlo un prodotto aderente a una certa idea di cinema ormai canonizzata. Ma “il cinema è un’altra cosa”, per usare uno dei motti che animano ThreeAB – e l’hanno dimostrato.
Per ironia della sorte il direttore artistico del Brixia Film Fest, Leonardo Loraschi, ha frequentato la stessa scuola di cinema di Mino Capuano. Durante una lezione hanno proiettato Quanno chiove e così, per un altro caso fortuito, il film è approdato a un’altra rassegna.
Speriamo che altri aneddoti traghetteranno Mino e il suo film su altri schermi.
«ACHILLE: E non hai ricordi, Patroclo? Non dici mai: “Quest’ho fatto. Quest’ho veduto” chiedendoti che cos’hai fatto veramente, che cos’è stata la tua vita, cos’è che hai lasciato di te sulla terra e nel mare? A che serve passare dei giorni se non si ricordano?»
I due – Dialoghi con Leucò, Cesare Pavese
Alessio Chiappi
