Mitologia digitale della “Girl”. Da boss a moglie, da fidanzata della rockstar a “clean girl”: le molteplici declinazioni del femminile nell’era dei social

di Ginevra Zaretti


Dal “girl dinner” alle 26enni teenager, fino alle mogli influencer mormone che parlano di tradizione: l’esperienza femminile sembra declinarsi sempre di più in diverse forme di performance riproposte a me come ad altre centinaia (se non migliaia o milioni) di mie coetanee dagli algoritmi di Meta in una colorata selezione di donne-possibili da osservare e imitare. Si tratta di un fenomeno sviluppatosi principalmente sulle piattaforme social statunitensi, arrivato poi da noi con una forma più sbiadita, se non addirittura inversa, come spesso accade quando si parla di trend collegati alle caratteristiche socio-politiche peculiari del paese in cui nascono. Ma slavati o vividi che siano, com’è possibile che questi modelli femminili altamente stereotipati trovino al giorno d’oggi grande spazio sui social network? Mi sono immersa in questo mondo, cercando di capirne le origini e i meccanismi; forse non mi sono data una risposta, ma ora il mio sguardo su questi contenuti proposti-ma-non-richiesti è di sicuro più consapevole.

La crisi millennial come origine: #adulting

La difficoltà a identificarsi come adulti ha origine negli anni dieci del 2000 e fa capo alla generazione dei millennial. In questo periodo diventa virale un termine che segnerà la generazione Y: si tratta di “adulting”, un verbo derivativo usato per indicare tutte quelle mansioni solitamente attribuite agli adulti. L’idea stessa della creazione di un verbo per esprimere maturità evoca un senso di inadeguatezza: essere adulti non è più uno stato di esistenza quanto un agglomerato di piccoli gesti quotidiani. I millennial, infatti, reduci dalla Grande Recessione compresa tra il 2006 e il 2013, hanno sorpassato i vent’anni senza ancora aver lasciato la casa dei loro genitori, privə di prospettive economiche adeguate per costruirsi un futuro, sono statə la prima generazione incapace di raggiungere i traguardi che simbolicamente rappresentano la fine dell’infanzia: possedere una casa, mettere su famiglia e accedere a una retribuzione. Azioni ordinarie come fare la spesa o stendere il bucato diventano quindi piccoli successi da cui trarre un senso di riconoscimento effimero, dietro il quale tuttavia si nasconde un’incertezza esistenziale. È giusto però notare come il termine fosse in uso particolarmente tra le giovani donne. Quel nascondersi dietro ai piccoli successi della vita adulta fa leva su una serie di insicurezze tipicamente femminili – legate alla legittimazione e al riconoscimento del proprio lavoro –  e diventa quindi un modo per proteggersi: mettendo le mani avanti, non riconoscendo a se stesse alcun merito, è impossibile fallire, ma diventa altrettanto impossibile pensare all’ambizione. Dalla fine degli anni 2000 in poi gli equilibri economici e sociali non hanno fatto altro che peggiorare; curioso è notare come la generazione a loro successiva non metta in atto questa pratica: certo c’è un uso dell’ironia, ma oggi si è eclissata perfino l’idea di poter “giocare” a fare gli adulti. La generazione gen Z non mette più in scena il teatrino della vita adulta, piuttosto la ripudia completamente. 

Ascesa e caduta del mito della “girlboss”

Nasce sempre negli anni 10 del 2000 negli Stati Uniti l’utilizzo del termine “girlboss”, la cui nascita e diffusione è da attribuire alla popolarità dell’omonimo libro di Sophia Amoruso, classe 1984, e dalla serie Netflix che ne è stata tratta (2017). L’autrice definisce il termine  “[..] un sentimento, una filosofia. È un modo per le donne di costruire il proprio successo, per la prima volta nella storia”. Usato per definire una giovane donna in carriera, competente, spietata e allo stesso tempo disimpegnata,  proprio come il merchandise fatto di magliette rosa confetto e scritte kitsch. Nel corso degli anni si è riflettuto sulla natura infantilizzante dell’uso della parola “girl” come suffisso: una donna nel mondo del lavoro dovrebbe essere considerata infatti non una ragazza ma un’adulta. Anche l’operazione di branding creatasi attorno all’idea della “girlboss” è stata fortemente criticata: in questi anni era possibile trovare frasi o disegni facenti riferimento alle donne nell’ambito lavorativo su qualsiasi cosa, da maglie a tazze. In un momento di rifiuto generazionale per l’ideale del successo e del lavoro, il termine ha iniziato ad essere usato ironicamente con connotazione negativa: la cultura online l’ha trasformato da sostantivo in un verbo, accostandolo ai termini “gaslight” e “gatekeep” – che indicano rispettivamente la manipolazione psicologica e il tenere per sé le informazioni invece di condividerle con gli altri,”- ed è tirato in causa per parlare di quel femminismo legato al successo lavorativo che oggi viene disprezzato (o in riferimento a donne moralmente esecrabili o addirittura a criminali condannate); il mito della ragazza in carriera si è rivelato per quello che era: un escamotage capitalistico progettato per convincere le donne che fosse possibile ottenere potere nel luogo di lavoro adattandosi a schemi maschili.  

La nuova sindrome di Peter Pan

L’estetica adolescenziale femminile sembra essere in parte anche una reazione difensiva alla questione della disoccupazione giovanile. Caduto il mito della girlboss, si tenta una nuova strada: il ritorno a un mondo infantile, stavolta rovesciando la messa in scena dell’adulting in una specie di regressione, per non doversi confrontare con la responsabilizzazione economica che implicherebbe crescere davvero. In sostanza, invece che arrancare nel raggiungere obiettivi considerati adulti, come gestire la casa o fare la spesa, ci si lascia andare a una rassegnazione post-adolescenziale che vede i millennial come degli eterni giovani.

Nel caso delle donne, si tratta di un meccanismo psicologico che risulta estremamente conveniente per chi lo mette in atto: identificandosi con l’idea della bambina e della ragazzina viene in apparenza meno la capacità decisionale, ma in realtà l’atto stesso di mettersi in una posizione vulnerabile viene elaborata  dal nostro cervello come un modo di avere controllo su ciò che ci circonda. L’idea dell’infanzia come nido sicuro e scappatoia da una vita adulta percepita come fredda e minacciosa risulta estremamente rincuorante, soprattutto se consideriamo cosa il mondo del lavoro offra alle donne (wage gap, senso di colpa causato dalle aspettative legate alla scelta tra lavoro di cura e lavoro retribuito).

Gioventù e desiderio

Se la tendenza all’auto infantilizzazione non è di per sé codificata come femminile, lo è invece l’ossessione per un aspetto fisico fanciullesco. Caposaldo delle insicurezze femminili da sempre, il mito della giovinezza passa attraverso l’approvazione del desiderio maschile: a essere richiesti sono corpi glabri e minuti – corpi che, nella loro fragilità, constano di una presenza inversamente proporzionale alla mascolinità e al potere, facendo sì che una bambina o una ragazzina appaia sempre più in linea con un canone di bellezza per adulti.

La “coquette aesthetic” di tiktok è un esempio di questa estetizzazione della prima giovinezza: si tratta di un’estetica basata sull’ emulazione dell’infanzia, che non passa solo attraverso i vestiti (uniformi da studentessa, fiocchetti, gioielli da bambine) e dalle acconciature (ricorrenti sono codini e trecce) ma spesso anche da un profondo controllo su timbro e prosodia (l’utilizzo di una voce più acuta, una grammatica volontariamente approssimata). Se per ottenere potere bisogna essere desiderabili in una cultura che ha reso bellezza e gioventù termini interscambiabili allora non dovrebbe stupire che le donne sembrano oggi aver accettato che la loro gioventù assume il valore di capitale-sociale.

Economia e branding: la ragazza ideale

Nell’ampio repertorio di “ragazze possibili” offerte da tiktok, ciclicamente appaiono trend relativi all’espressione della femminilità: una pelliccia e una bottiglia di vino e diventi una mob wife, sandali e toni azzurri e sei una coastal grand daughter, fino ad arrivare alla creazione di nicchie nemmeno più inquadrabili come specifiche ma come vere e proprie forme di astrazione, come nel caso delle tomato girl (ambasciatrici di un’estetica basata su una vaga associazione tra il colore rosso e la spontaneità). Il concetto di “it girl” non è di per sé un fenomeno nuovo, ma la sua rapidità è esacerbata dai tempi nevrotici del nostro mondo, e così la ragazza copertina degli anni novanta su tiktok si fa incorporea e cambia ogni settimana. Questo è di grande interesse soprattutto per chi fa marketing, in quanto la creazione continua di trend si traduce in nuovi prodotti da vendere, nuove esperienze da brandizzare. Questa ragazza – sia essa una “clean girl” (ragazza acqua e sapone) o una “rockstar girlfriend” (Kate Moss, per capirci) – non esiste davvero, è un modello aspirazionale fabbricato per essere desiderabile. 

Col passare degli anni i social si sono affiancati alla televisione come forme di intrattenimento popolari: se un tempo si configuravano come luoghi in cui pochi avevano successo e tanti postavano nella loro bacheca, la situazione sembra però essersi modificata: negli ultimi anni, tuttə siamo impegnatə nella creazione di un immagine da vendere. Siamo tuttə intrattenitorə e intrattenutə. 

@vikipeocz

I wish to be an elevated rockstar girlfriend every day #styleanalysis #trendanalysis #fallfashion #rockstargirlfriendaesthetic #officechic #fashionanalysis #fashiontok #olsenstyle #katemoss

♬ original sound – Viki Peocz

L’angelo del focolare

Un’altra immagine di donna ideale è quella incarnata dalle trad wives, casalinghe tradizionali che ostentano valori legati ad una concezione conservatrice del genere femminile. L’ascesa della casalinga come modello aspirazionale è stata decretata dalla disillusione verso l’idea della ragazza di successo, segnando così la nuova era post-girlboss e trovando un rifugio nel totale rifiuto del lavoro salariato attraverso la creazione di un’utopia domestica che contempla soltanto giovani ragazze, mai veramente adulte, o donne occupate a fare le madri.

Tuttavia spesso queste donne non sono solo delle casalinghe, ma delle influencer che hanno costruito un personaggio riassumibile nell’immagine di una bellissima giovane vestita iper-femminile che prepara il pane. L’idea rassicurante di vivere una vita semplice, che segue i dettami dei valori tradizionali della cura del focolare e della devozione verso il proprio marito è la facciata dietro cui si cela una vera e propria produzione audiovisiva si tratta infatti di un set preparato per produrre un contenuto che porti visualizzazioni e soprattutto arrivi alla monetizzazione. Come ogni immaginario assorbito dalle coordinate capitaliste, il significato più superficiale viene amplificato nello stesso momento in cui quello più profondo viene tradito, generando così incomprensioni che rischiano di essere pericolose: il rischio è che giovani ragazze vengano attratte dall’idea comoda e conciliante di diventare delle mere ancelle verso un marito, senza però essere imprenditrici digitali come le influencer che seguono sui social. Peraltro, nelle pratiche delle trad wives c’è ben poco di tradizionale, in quanto l’idea stessa della “single income house” nasce solo col boom economico, che ha diffuso l’idea che la manodopera femminile, sempre presente fino a quel momento, non fosse necessaria, permettendo così la nascita della figura della casalinga. 

L’idealizzazione di questo stile di vita porta con sé la rischiosa normalizzazione della rinuncia all’indipendenza economica da parte delle donne, ovvero uno dei capisaldi dell’uguaglianza di genere. L’emancipazione finanziaria femminile è infatti uno strumento imprescindibile attraverso cui rendersi autonome dal proprio partner e acquistare la libertà di azione, anche in reazione a situazioni di violenza domestica.

Senza dimenticare che l’ideale della trad wife ha un carattere intrinsecamente escludente di determinate categorie sociali, dal momento che solo donne bianche aventi alle spalle una situazione economica già agiata possono permettersi di correre il rischio di abbracciarlo. Per tutte le altre donne le conseguenze possono essere pericolose: sposarsi a vent’anni e fare figli per altri cinque, rinunciando alla propria formazione e delegando le preoccupazioni finanziarie al marito può sembrare un dolce idillio a una generazione impoverita e disillusa verso il mondo del lavoro, ma senza le giuste precauzioni si rischia di finire sole, senza l’adeguata esperienza lavorativa per mantenersi e senza un welfare adeguato. 

@herblessedhome

👗🌷✨ #elisabethelliot #christianencouragement #christianwomen #christiangirls #femininewomen #biblicalwomanhood #feminismlied #tradwife #christianwife #inthekitchen #homemaker #homemakingmama

♬ original sound – ashley

Collettivismo ed educazione

Nonostante si stiano muovendo passi nella giusta direzione ed esistano divulgatorə prontə ad analizzare media e trend, rimaniamo oggi ancora in balia di questa tempesta digitale. 

Rimane aperta la questione sul perché abbiamo bisogno di declinare il femminile in migliaia di pacchetti diversi (la ragazza, la moglie, la madre, la it girl, la fidanzata della rockstar, la coquette, e chi più ne ha più ne metta) tutti dalla confezione scintillante. Perché non è possibile abbandonare i modelli di marketing che rendono le donne simili alle barbie – veterinaria o presidente, non importa – e concepire il femminile come naturalmente complesso, ambiguo e sfaccettato? 

Spesso durante la ricerca per questo articolo mi sono chiesta quali possano essere le conseguenze del consumo di questi modelli, irreali, estetizzanti e a volte sminuenti, sulle utenti giovanissime, a cui non sono ancora state fornite le coordinate adeguate per comprendere quello che vedono sui social e per riflettere su come interagiscono con queste piattaforme. Non sarebbe allora forse giusto pensare alla cura l’una per l’altra come prima soluzione? La possibilità di usare la rete per creare ancora più zone sicure, ancora più formazione, luoghi digitali che siano contraltari del magma dell’informazione social, dove ci si possa rifugiare, e dove si possa imparare. 

 

BIBLIOGRAFIA/FONTI 

Gender Performativity and the Surveillance of Womanhood

the ‘”girl-ification” of tiktok trends: girl dinner, girl math, and more

why is everyone dressing like a little girl?

Girl dinner: luci e ombre del trend di Tiktok (dissapore.com)

What to make of TikTok’s ‘strawberry girl’ and ‘tomato girl’ trends (nbcnews.com)

Are You a Girl, a Lady, or a Woman? Why Language Matters | Psychology Today

Feminism and the Politics of Resilience: Spectacular girls and the place of psychoanalytic approaches in feminist media and cultural studies during the Coronavirus crisis – Melanie Kennedy, 2022 (sagepub.com)

Frontiers | Female influencers: Analyzing the social media representation of female subjectivity in Italy (frontiersin.org

Girlification | Siamomine

Che cos’è la Girl Dinner e perché sta spopolando su TikTok (rivistastudio.com)

“Girl dinner” and “hot girl walks” aren’t TikTok trends, they’re marketing campaigns – Vox

The word ‘adulting’ is gross. It’s also sexist. – The Washington Post

Why You Need to Shut Up About “Adulting” (cosmopolitan.com)

Cosa significa essere una Girlboss – DIGITALLY (thedigitally.it)

Gaslight Gatekeep Girlboss, explained – Vox

Girl Dinner is everything and nothing, all at once – The Washington Post

Everyone needs to grow up | Dazed (dazeddigital.com)

Donne sottomesse per scelta: il fenomeno ‘Tradwife” (della moglie tradizionale) (alfemminile.com)

La sottomissione come scelta: il fenomeno Tradwife (ultimavoce.it)

What is a tradwife – and why is it proving so controversial? | Woman & Home (womanandhome.com)

The #Tradwife Persona and the Rise of Radicalized Domesticity | Persona Studies (deakin.edu.au)

Why the rise of the domestic “Tradwife” tells us more about modern work culture than feminism (prospectmagazine.co.uk)

A Psychologist Explains The Dangers Of The ‘Tradwife’ Movement (forbes.com)