Kissing Gorbaciov | Intervista agli autori

Kissing Gorbaciov | Intervista agli autori

Alla fine del torrido luglio del 1988, in uno stadio polverosissimo del remoto paese salentino di Melpignano, venne organizzato un evento straordinario: il festival “Le Idi di Marzo”, che per due giorni ospitò per la prima volta in Italia e in Europa alcune rock band provenienti dai territori sovietici. Merito del sindaco dell’epoca Antonio Avantaggiato e della sua giovane giunta comunista.

Tale spettacolo, più unico che raro per l’epoca in un qualsiasi paese occidentale, ebbe un clamore tale al di là della cortina di ferro, che lo stesso Presidente sovietivo Michail Gorbačëv decise di invitare quattro gruppi italiani a Mosca e Leningrado l’anno seguente. Così il 22 marzo 1989 i CCCP, i Litfiba, i Rats e i Mista & Missis, insieme a una delegazione coordinata dall’Arci Nova Pugliese e dal Comune di Melpignano, partirono per una incredibile tournée.

Da questa storia è nato il documentario Kissing Gorbaciov, acclamato dal pubblico in sala in occasione della prima mondiale al Festival dei Popoli di Firenze lo scorso 10 novembre. Prodotto da SMK Factory e distribuito da OpenDDB, realtà indipendenti e dalla vocazione collettiva nate a Bologna rispettivamente nel 2009 e nel 2013 dalle menti di alcuni giovani visionari, il film racconta in profondità, ma allo stesso tempo con divertimento e nostalgia, un episodio poco conosciuto ma ancora di sconcertante attualità per le istanze culturali e politiche che trasmette.

Dopo la folgorante prima visione a Firenze, ho intervistato i due registi e sceneggiatori Andrea Paco Mariani e Luigi D’Alife e lo sceneggiatore Roberto Zinzi. 

Andrea Paco Mariani e Luigi D’Alife
foto di Michele Lapini

Come è nata l’idea per questo film? 

Andrea Paco Mariani: Durante la tournée di un altro nostro film, abbiamo avuto la possibilità di conoscere questa vicenda tramite la testimonianza di Valentina Avantaggiato, che oggi è la sindaca di Melpignano e che è anche nel cast del film. All’epoca era assessore alla cultura e ci aveva invitato come OpenDDB per organizzare una rassegna di cinema sia di film nostri che di altri autori.

Abbiamo così scoperto una storia talmente incredibile – anche per il calibro di personalità, personaggi e artisti coinvolti – che ci siamo accorti subito di avere in mano una storia preziosissima. E quando dico preziosissima, non intendo semplicemente dal punto di vista dell’efficacia filmica, ma anche per il suo valore politico incredibilmente forte in un momento come quello che stiamo vivendo attualmente, dove la situazione è decisamente complessa su più fronti e dove la stessa cultura, da essere uno strumento di incontro e di dialogo, spesso viene usata al contrario come strumento divisivo, che è una cosa molto pericolosa.

Proprio dal punto di vista culturale, è molto interessante l’aspetto collettivo del film, sia in termini di produzione sia all’interno del racconto filmico.

Luigi D’Alife: Noi di SMK Factory, infatti, ci dichiariamo e ci riconosciamo come collettivo, oltre che come casa di produzione naturalmente, e anche per questo film, come per tutti quelli precedenti, abbiamo voluto lanciare una campagna di crowdfunding, o di “coproduzione popolare”, come piace chiamarla a noi. Sicuramente è stato un modello ibrido, perché ha tenuto insieme una modalità di produzione più standard, quindi con la vincita di diversi bandi di finanziamento, come quello dell’Emilia Romagna Film Commission e quello del Ministero. Ma c’è stata anche una dimensione di stretto legame con le comunità che abbiamo conosciuto e con cui ci siamo relazionati in questi anni, che anche in questo caso hanno sostenuto il nostro lavoro.

Poi è un film collettivo anche dal punto di vista realizzativo e tecnico: siamo due registi, lo abbiamo scritto in tre, e tutte le diverse fasi sono state seguite da più persone. È stata una sfida gigantesca, e non avremmo potuto affrontarla se non lavorando insieme, appunto. Inoltre, anche per quanto riguarda il contenuto del film, abbiamo scelto di dare una forma collettiva anche alle interviste: non abbiamo mai intervistato membri delle band singolarmente. E questo perché volevamo restituire questa storia come una storia collettiva, che è accaduta solo perché un gruppo di persone, una comunità, ha deciso di fare questa follia assurda nell’88, di provare a giocare d’anticipo sul resto del mondo e far arrivare delle band sovietiche per la prima volta oltre cortina. E questo ci è sembrato il modo più appropriato per raccontarla, ecco.

Andrea Paco Mariani: Sono quindici anni che andiamo avanti con questo modello, che è cambiato, è cresciuto nel tempo e ha acquisito complessità sia a livello di numero di persone, sia a livello di competenze. Anche perché poi abbiamo sempre creduto molto all’autoapprendimento, in qualche maniera a una “autoprofessionalizzazione”.

La sfida per noi è questa: il fatto che una collettività cresca e si stratifichi, anche a livello professionale, non deve andare a discapito del piano umano in tutte le sue declinazioni. Sicuramente è una cosa che noi abbiamo già nel codice genetico, ma allo stesso tempo va costantemente rinnovata, va attenzionata, perché ci sono tante sensibilità in campo, oltre che tante professionalità. 

CCCP
foto di Michele Lapini

Uno dei tratti che ho trovato più belli e efficaci del film è il suo riuscire a far ridere di gusto, ma allo stesso tempo a far provare allo spettatore un senso di tristezza, nostalgia e rivalsa. E questo mix di emozioni è stato evidente nelle reazioni del pubblico alla prima del film al Festival dei Popoli. 

Roberto Zinzi: Sicuramente è una storia che tiene insieme tante situazioni e tante persone, e quindi ci è venuto naturale raccontarla con una varietà di registri, dalla leggerezza alla riflessione. È una vicenda che di base è divertente e anche assurda. E questa assurdità che abbiamo percepito noi quando ne siamo venuti a conoscenza è ovviamente uno dei motivi per cui questo film fa anche ridere. Credo poi sia fondamentale anche il fatto che noi ci siamo divertiti molto a realizzare il film. Con Paco e Luigi c’è stata un’atmosfera di divertimento sin dai primi momenti collettivi di lavoro, anche perché siamo amici al di fuori della relazione professionale.

Alla prima di Firenze mi ha molto sorpreso la concentrazione di risate da parte del pubblico nella prima metà del film, non me l’aspettavo!

Luigi D’Alife: Noi siamo così tanto dentro questa storia che poi magari le cose per cui ridiamo noi sono diverse da quelle per cui ride il pubblico. Per cui riuscire a mantenere un equilibrio tra emozioni diverse da un lato è stato complesso, dall’altro era sicuramente quello che volevamo ottenere.

In questa complessa stratificazione di emozioni diverse nel corso di tutto il film, si percepisce anche un senso di speranza e che una lotta è ancora possibile. 

Luigi D’Alife: Assolutamente sì: è proprio quello il senso che volevamo trasmettere. Infatti, il rischio su questo film era di scadere nella nostalgia, sia dal punto di vista musicale sia da quello politico. Un po’ della serie: “ah, com’era bella la musica di una volta”, “ah, il mondo di una volta era più bello, era diverso”. 

Noi in realtà non avevamo nessuna intenzione di fare un film nostalgico, ma volevamo attualizzare questa storia il più possibile. E come? Sostanzialmente con quello che per noi è uno dei pilastri narrativi del film, ovvero il ruolo della cultura, come abbiamo detto anche prima. La cultura come strumento per avvicinare i popoli, per far parlare la stessa lingua alle persone. E nel nostro film l’aspetto culturale preponderante è chiaramente la musica, che è un linguaggio universale, che non ha bisogno di interpreti. 

In generale abbiamo puntato tanto sul ruolo della cultura proprio perché ci siamo resi conto come alla fine degli anni Ottanta – in un mondo completamente diverso, diviso in due blocchi – c’era terreno fertile anche per questo tipo di iniziative, mentre invece ci sembra che oggi viviamo in un mondo dove i muri continuano a essere costruiti, e la cultura viene utilizzata dal potere e dal sistema non per creare dei ponti, ma per isolare e dividere, e questo è inaccettabile dal nostro punto di vista.

Andrea Paco Mariani: Luigi è stato molto chiaro su questo punto. Queste sono consapevolezze che noi abbiamo da molti anni e, ironia della sorte, perché questo non era prevedibile, nel mezzo della preparazione del film è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina. Noi infatti a febbraio del 2022 avevamo una sceneggiatura praticamente definitiva indirizzata verso un viaggio in Russia, e non potevamo immaginare cosa sarebbe successo alla fine di quello stesso mese. Ovviamente poi il discorso è molto più ampio, e il nostro film racconta di una fase in cui di lì a poco cadde in maniera fragorosa il muro di Berlino, che divideva letteralmente in due il mondo. Ora è tempo di tirare le somme su cosa è successo dopo, perché le macerie di quel muro hanno creato tanti altri muri, invece che un mondo senza. Quindi speriamo che questo film contribuisca anche a questo tipo di ragionamento, perché è urgente, è evidentemente urgente.

Rats
foto di Michele Lapini

E a proposito di cultura, per parlarne e trasmetterla, secondo me voi avete fatto un ulteriore lavoro prezioso nel film, che è la valorizzazione del materiale d’archivio attraverso il montaggio.

Roberto Zinzi: È chiaro sin dall’inizio che questo è un film d’archivio, anche perché noi abbiamo collaborato con AAMOD – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico sin dai primissimi momenti, e c’è una parte sostanziosa di archivio che viene da lì. Poi abbiamo attinto anche da altri archivi, tra cui Home Movies (Archivio Nazionale del Film di Famiglia con sede a Bologna, ndr), Superottimisti (Archivio regionale di film di famiglia con sede a Torino, ndr) e fondi privati, come quello dei CCCP. Infine c’è una grande parte proveniente da un fondo russo che si chiama NetFilm

In ogni caso sapevamo fin dall’inizio che sarebbe stato almeno in parte un film d’archivio, banalmente perché ci riferiamo a un periodo storico precedente. E ce ne siamo resi conto man mano quando abbiamo iniziato a trovare sempre più materiale. In principio non avevamo assolutamente niente, solo quattro o cinque fotografie che avevamo trovato in rete. Infatti ad un certo punto ci era venuto il dubbio che il film potesse diventare un mockumentary in cui dei documentaristi cercavano di capire se questa storia fosse davvero successa oppure no, non essendoci delle prove. Poi con il tempo, per fortuna, abbiamo trovato sia l’archivio inedito dei CCCP, sia quello del concerto di Melpignano.

Naturalmente il montaggio è stato fondamentale e ci hanno aiutato molto anche Angelica Gentilini, e Cristina Monti e Paolo Rapalino di Zenit (casa di produzione di Torino, ndr), che sono esperti di archivio e restauro di pellicole. Infatti in alcune parti del film abbiamo attuato anche un montaggio delle attrazioni per certi aspetti, come ad esempio nel momento del concerto di Mosca. Infatti, quando si vedono le immagini dell’Armata Rossa, queste non si riferiscono a quella precisa circostanza dell’esibizione: non è un reperto storico, ma è una ripresa di un altro documentario, che abbiamo deciso di montare lì perché ci permetteva di trasmettere una certa atmosfera.

Mista & Missis
foto di Michele Lapini

Avete un messaggio che volete trasmettere a chi non ha ancora visto il film?

Luigi D’Alife: Il messaggio che vogliamo lanciare è di venire a vederlo al cinema! Siamo chiaramente tesi, ma in termini positivi: siamo molto emozionati. Una cosa che proviamo sempre a ricordare al pubblico, anche durante le interviste che facciamo, è che si tratta di un film indipendente, distribuito in maniera indipendente.

Perché sottolineiamo questo aspetto? Perché io credo che siamo e possiamo diventare ancora di più un caso nel mondo “standard” della distribuzione cinematografica. Nella prima settimana di uscita in sala sono previste più di 25 date, e molte altre se ne aggiungeranno, e questo si tratta quasi di un unicum, perché è molto complicato per i film distribuiti in maniera indipendente arrivare nei cinema, arrivare a un pubblico più vasto.

Perciò l’invito è proprio quello di venire a vedere questa storia al cinema, non solo per sostenere questo lavoro, ma il cinema indipendente in generale. Il tutto nella speranza che il film lasci il pubblico non solo divertito, ma con dei pensieri e con delle riflessioni.

Zoe Ambra Innocenti