Terra Femme / Intervista alla regista Courtney Stephens

Terra Femme / Intervista alla regista Courtney Stephens

⟪Ero sedotta dall’astrazione sentimentale che i vecchi film creano, come se appartenessero a un altro mondo⟫. Così inizia la conversazione con Courtney Stephens, durante la serata iniziale del quindicesimo Archivio Aperto, la rassegna annuale di riscoperta del patrimonio amatoriale e di cinema sperimentale organizzata a Bologna dall’Associazione Home Movies. È qui che l’autrice ha presentato in anteprima italiana il suo essay film Terra Femme.

Classe 1981, californiana, Courtney Stephens è una regista di opere non-fiction realizzate attraverso la tecnica del found footage, ovvero l’utilizzo di metraggio preesistente riassemblato in un nuovo contesto. Ha confessato, ridendo, che l’impiego di questa tecnica è stato dettato dalla mancanza di soldi e della possibilità di girare, ma soprattutto che ⟪il found footage ti offre la possibilità di osservare il mondo, creando una certa distanza investigatrice⟫.

Raccontare se stesse attraverso lo spazio

L’opera presentata dalla Stephens indaga principalmente due dimensioni: la relazione tra le donne e lo spazio pubblico, e lo sguardo femminile sulla realtà. Il rapporto con l’ambiente è sottolineato dallo stesso titolo Terra Femme, un gioco di parole tra la parola latina terra, che ⟪rimanda all’idea di terraferma e quindi di terra emersa, solidità o, più semplicemente, al nostro pianeta⟫ e quella francese femme, ovvero femmina. Per ottenere questo risultato, la Stephens si è interessata al lavoro di alcune cineamatrici che hanno documentato i loro viaggi in territori coloniali britannici nella prima metà del XX secolo. Da un punto di vista dello spazio, Terra Femme non si concentra sul significato di contestazione che la filosofa Iris Marion Young attribuisce alle politiche urbanistiche: non si critica la costruzione delle città sulla base delle necessità maschili, non si ipotizza una soluzione per rendere il territorio più fruibile alle minoranze di genere. Courtney Stephens ha preferito analizzare la soggettività che emerge dal rapporto che le sue protagoniste instaurano con lo sfondo di queste curiose narrazioni su pellicola, che ⟪non parlano del sogno di qualcuno, dei pensieri o delle opinioni di queste donne, ma comunque le immagini ne vengono in un qualche modo condizionate generando uno strano tipo di autobiografia⟫.

Filmare non è una cosa da femmine

Con il successo della serie tv britannica Fleabag e la vittoria come Miglior attrice a Cannes 2021 di Renate Reinsve, protagonista del film La persona peggiore del mondo, sulla scena audiovisiva contemporanea si è stagliato il tropo dell’unlikeable female character: un personaggio femminile i cui pensieri e atteggiamenti sono diametralmente opposti – e spesso recepiti negativamente – al classico ruolo femminile, tanto emotivo quanto scarsamente caratterizzato, subordinato al protagonista maschile. Mi sono chiesta se le donne esposte in Terra Femme potessore rientrare in questa categoria, per il loro desiderio di esplorare il mondo. La regista ha precisato che le cineamatrici ⟪non facevano cose totalmente fuori dalla loro portata; erano borghesi in viaggio, molte di loro si spostavano con il marito, e ciò non era nulla di eccezionale per il loro status sociale all’epoca⟫; quello che avvicina queste cineamatrici – senza che ci sia una perfetta sovrapposizione – al concetto di unlikeable female character sta nella volontà di documentare la loro esperienza e quindi di stagliarsi contro l’idea che nel mondo del cinema amatoriale lavorassero solo uomini (le statistiche ci ricordano comunque che la maggior parte dei cineamatori erano e sono uomini). Tra le figure citate in Terra Femme spicca quella di Annette Dixon, il cui patrimonio audiovisivo è stato attribuito per anni al marito, poichè pareva impensabile che una donna nata nel 1887 potesse aver realizzato quelle riprese; significativo è anche il caso di Adelaide Pearson, la quale viaggiava da sola o in compagnia di altre donne (da qui la sospetta omosessualità della cineamatrice), documentando avventure inusuali e prendendo parte ad attività considerate maschili. Curioso è anche il caso di un’altra donna che ha cominciato la propria vita di viaggiatrice e animatrice dopo che il marito le ha chiesto il divorzio mentre lei era in un viaggio da lui finanziato dagli Stati Uniti all’Europa: ⟪gli accademici si riferiscono ai film come a un atto di autocostruzione⟫ ricorda Stephens, e infatti dopo l’acquisto di una cinepresa anche la seconda vita di Carry Wagner può avere inizio.

Lo sguardo femminile sulla realtà

⟪Il mio obiettivo è di creare uno spazio dove la nostra esperienza possa essere compresa al di là di questa categorizzazione⟫. La categorizzazione a cui si riferisce la Stephens è quella del genere, qui inteso come filtro attraverso cui il soggetto percepisce il mondo che lo circonda; sebbene il femminismo della regista ⟪si fondi sullo sperare che le donne possano avere il lusso di non dover pensare sempre a loro stesse in termini di genere⟫, lei stessa riconosce la necessità di affermare l’esistenza del female gaze. In termini cinematografici, il female gaze è la prospettiva che una regista, una sceneggiatrice o una produttrice apportano a un soggetto, che da un uomo sarebbe realizzato differentemente. Visionando materiale di archivio prodotto tra il 1920 e il 1950, lo spettatore riconosce non solo l’evidente esistenza di una percezione femminile, ma anche di come questa evolva con lo scorrere del tempo. ⟪Porre la domanda sull’esistenza e sull’immutabilità del female gaze implica riconoscere i nostri preconcetti e mettere in discussione la possibilità che si possa applicare uno sguardo neutrale alla vita⟫. Nel tentativo di allontanarsi da una classificazione limitante e binaria delle percezioni umane, Terra Femme delinea un quesito più importante: ⟪esiste una cosa come l’immagine oggettiva? L’immagine si conforma sempre alle condizioni della sua creazione?⟫.

Francesca Marchesini