Badabò è un film musicale. Ma dimenticate i classici musical, pieni di numeri canori sfavillanti che fanno perdere il rapporto con la realtà. Presentato al 40° Bellaria Film Festival nella sezione Gabbiano, quest’ultimo lavoro del giovane regista sardo Stefano Cau ha per protagonista la musicista jazz Rossella Faa che, a causa della pandemia da Covid-19, si ritrova costretta a diventare assistente domiciliare per anziani. La macchina da presa segue la donna nelle sue peregrinazioni da un paesino all’altro, alla ricerca di queste persone che deve accudire, ma che spesso sono difficili da trovare.
Frutto di un cambiamento rispetto a un’idea iniziale per cui il film doveva essere ambientato in una casa di riposo, Badabò riprende la tematica molto attuale dell’isolamento e della solitudine della vecchiaia, mostrandocela attraverso gli occhi, le azioni e soprattutto il canto gioioso di Rossella. Lei canta in qualsiasi situazione (in un centro anziani, a casa della signora Gesuina, per strada, in macchina) in presa diretta, spontanea, immergendosi totalmente nel momento che sta vivendo. Non interrompe nessuno e non viene interrotta. Anzi, le persone intorno a lei continuano a interagire tra loro, a parlare, a fare rumore e assorbono, anche senza volerlo, la sua raggiante vitalità. A lei non importa non essere ascoltata, perché questo è un modo per riaffermare la sua identità e ritrovarsi, seppur in una situazione così lontana dalla sua normalità.
Ho parlato con Stefano Cau del suo personale percorso di ricerca, della genesi del film, dell’evoluzione di Rossella e del sottofondo di gioiosa leggerezza di questo “strano musical”, come da lui stesso definito.

Qual è stato il percorso che ti ha portato a girare Badabò?
Dopo diverse esperienze nel mondo dell’audiovisivo, a cui ho iniziato ad approcciarmi già durante l’adolescenza in Sardegna, mi sono iscritto al corso di cinema della Scuola Holden di Torino, che è improntato soprattutto sulla scrittura. Una volta conclusa quella fase e dopo aver seguito un altro corso nella scuola di Marco Bellocchio a Bobbio, ho iniziato a pensare di dover necessariamente dimenticare tutto quello che avevo imparato, perché era diventato un grande ostacolo e un grande peso. Questo si è riflettuto anche in Badabò, che per certi versi è un film molto libero.
Sono poi tornato definitivamente in Sardegna tra il 2015 e il 2016 e ho iniziato a cercare di capire quale fosse il percorso che dovevo intraprendere. Un percorso di ricerca che, con tutti i suoi errori, sfumature e sbavature, mi ha portato a produrre tre film (i primi due corti): Creaturas (2019), Issa (2020) – presentato al Torino Film Festival nel 2020 nella sezione Italiana.Corti – e, appunto, Badabò (2022). Nel produrre questi film sono stato molto libero e ho avuto modo di abbandonare molte convenzioni che vengono insegnate nelle scuole di cinema.
Innanzitutto, che vuol dire “Badabò”?
“Badabò” è un’onomatopea. In Sardegna, ma forse anche in altre parti d’Italia, è una parola che si dice quando cade qualcosa. Nella prima stesura del film la parola “badabò” era molto presente, nel senso che qualcuno avrebbe dovuto dirla. Nella nostra idea quella parola rappresentava il suono che avrebbe fatto un anziano che cadeva. Venuta meno quella scena specifica mi è rimasto in testa questo concetto, che “badabò” è, appunto, il suono di qualcosa che cade: infatti io, da principio, volevo raccontare l’anzianità come qualcosa che è ai margini della nostra società, dove gli anziani non sono molto inclusi. Il film non è estremo, non è una denuncia sociale, ma guardandolo ci si accorge di come gli anziani non siano mai in relazione con persone di altre generazioni, proprio come nella realtà. Nel film c’è una ricerca specifica che parte dall’esclusione, da come la società escluda gli anziani, portandoli in strutture come gli ospizi, che sembrano essere sempre esistiti ma che in realtà sono un’invenzione piuttosto recente.

Nella tua idea iniziale Badabò doveva essere un film proprio incentrato sugli anziani. In un secondo momento hai incluso anche Rossella Faa nel progetto.
Nell’ideazione e creazione di Badabò si sono intersecati diversi fattori, innanzitutto produttivi e poi quelli che riguardano il mio personale percorso di ricerca. Per quanto riguarda gli aspetti produttivi, io e i miei collaboratori per anni abbiamo cercato di raccontare una storia in una struttura per anziani. Quando abbiamo ricevuto e messo insieme i finanziamenti necessari per poterlo fare, però, è arrivato il Covid. Per cui ci è stato detto che non saremmo più potuti entrare a filmare nella struttura e che non si sapeva quando sarebbe stato di nuovo possibile. Questo episodio si interseca con il mio percorso di ricerca di verità e con la mia volontà di creare un cinema in cui ci sia sì messa in scena, ma in dei contesti reali. Quando il Covid ci ha costretto a non poter più entrare nella casa di riposo, io e il mio produttore abbiamo escluso di “ricrearla” con degli attori. Era qualcosa che non mi interessava. Abbiamo così pensato alla possibilità di filmare una situazione di assistenza domiciliare, dove le persone assistite vivono comunque una situazione per certi versi di isolamento. Quindi, un po’ per la mia esigenza di cercare contesti reali, un po’ per l’esigenza di dover riscrivere il film in seguito a quell’esclusione, abbiamo optato per questo cambiamento.
L’incontro con Rossella è avvenuto perché il mio produttore è anche l’editore dell’ultimo disco di Rossella dedicato proprio alla terza età. Ci ha messo in contatto e abbiamo pensato subito che lavorare insieme sarebbe stato molto bello e allo stesso molto difficile. E così è stato.
Come sono avvenute la scrittura e la produzione del film?
Già dal mio primo film Creaturas, che è un film sui bambini, io lavoro con dei canovacci. Quindi anche per questo mio ultimo film avevo un canovaccio, una sorta di lunga scaletta, dove le scene non erano molto approfondite, ma in cui sapevo dove volevo arrivare con ogni singolo anziano che io già conoscevo. Non c’è stata una fase di scrittura vera e propria, piuttosto una “descrittura”.
Per me la scrittura funziona così: immagino un “appuntamento” – che è un termine che ho ripreso dal teatro di improvvisazione – ovvero un momento in cui in cui penso che l’azione debba essere indirizzata in certo modo. Dopodiché scelgo le persone che andrebbero bene per questa mia idea e passo del tempo con loro. E così è successo anche con gli anziani di Badabò, con cui ho trascorso intere giornate. Però ho preferito non farli entrare in contatto con Rossella prima delle riprese, per non rischiare di perdere una spontaneità che per me è fondamentale.
Una volta iniziato a girare poi, è capitato spesso che alla fine delle giornate di riprese io e la troupe andassimo al bar e nelle piazze e che frequentassimo i luoghi di ritrovo degli anziani. Quindi nei diversi giorni che abbiamo passato lì, loro hanno avuto modo di conoscerci e di fidarsi di noi. Stessa cosa è valsa per Rossella: questa nostra e sua presenza ha agevolato molto l’avvicinamento nei loro confronti.

Rossella e il suo personaggio compiono una evidente evoluzione nel corso del film.
Il mio scopo principale di ricerca e di svolgimento del film era che Rossella “si perdesse” in quel personaggio. Quindi fare in modo che, con il passare dei giorni di riprese, lei si avvicinasse sempre di più al personaggio e che il confine con la sua persona reale diventasse sempre più sottile. E a un certo punto è avvenuto davvero questo processo spontaneo per cui la Rossella reale e la Rossella del film sono diventate quasi la stessa persona. Non ho mai voluto che lei fosse già dall’inizio molto identificata con il personaggio: questa affinità, questa vicinanza tra persona reale e personaggio cresce sempre di più nel susseguirsi delle scene.
Tutto ciò è coerente con il mio lavoro di ricerca che si basa, appunto, sulla spontaneità e l’improvvisazione. Per esempio Creaturas è un film che ho fatto con tre bambini completamente senza copione in cui io di giorno in giorno semplicemente li indirizzavo a fare delle cose: non essendoci un testo di riferimento, alla fine hanno fatto tutto loro, agendo in maniera spontanea.
Come è avvenuto il lavoro con Rossella? Le scene in cui canta si ispirano certamente al musical classico, ma non vi è nessuna sospensione dell’azione: le persone intorno a lei continuano a fare quel che fanno come se nulla fosse e, anzi, a volte compiono dei veri atti di “disturbo”, facendo rumore e continuando a parlare tra di loro.
Con Rossella ci davamo un “appuntamento” su quando avrebbe dovuto iniziare a cantare, ma per il resto tutti i testi sono improvvisati e le reazioni delle persone intorno sono spontanee. Nei musical classici quando parte la musica c’è un momento – assurdo e incredibile se vogliamo – di sospensione nello scorrere delle scene, dove la musica e il canto sono perfetti. Invece in Badabò è il contrario, c’è questo “disturbo” (come giustamente lo definisci tu) intorno a Rossella mentre canta, che però è preziosissimo perché unico e diverso in ogni scena.
Le scene musicali le abbiamo girate più volte proprio perché venivano sempre diversamente e quindi era molto preziosa per me quell’improvvisazione del canto. Questo mi ha condizionato anche tecnicamente dato che il suono era in presa diretta.

Il reale e la finzione si amalgamano e si confondono, tanto che spesso diventa difficile distinguerli.
Questo è proprio quello che mi interessa. Non voglio produrre documentari che siano troppo osservativi, mi interessa agire, anche perché nel momento in cui c’è la macchina da presa per forza di cose in qualche modo la sua presenza influenza. E io voglio proprio essere lì presente, influenzare, e in generale non mi piace produrre una grande quantità di girato, non lo trovo funzionale.
Nonostante la difficoltà della sua situazione, Rossella sembra non abbattersi mai e, anzi, trasmette una grande gioia di vivere alle persone che le stanno intorno e agli spettatori, che riescono a sentirsi parte del film proprio grazie agli espedienti che hai utilizzato.
Questa è la chiave di lettura più giusta del film, o meglio della storia che c’è nel film. Perché il film poi è fatto della somma di diversi elementi: di questi livelli di realtà e anche della messa in scena.
Il metodo che uso io, che non è solo mio ma a cui mi sono ispirato, non garantisce il pieno controllo. Quindi io non sapevo come sarebbe finito il film. Inizialmente avevo preparato altre scene, di cui una finale che poi non sono riuscito a girare, altre le ho tagliate. Questo metodo di messa in scena con molta improvvisazione mi ha portato sia a riscrivere di giorno in giorno quello che avrei girato il giorno dopo, concentrandomi sulle cose che mi piacevano, sia a fare un’ulteriore riscrittura molto profonda in fase di montaggio. Una riscrittura profonda che spesso mi ha spinto a rinunciare a delle scene su cui avevo investito tanto tempo e impegno, perché non le ritenevo all’altezza dell’equilibrio complessivo che volevo ottenere per il film.
Questa gioia – direi anche leggerezza – di fondo è anche la vera chiave di lettura del personaggio di Rossella. Mentre giravo, tutte le pressioni che Rossella poteva avere, lei le sdrammatizzava con il canto. E in questo senso è emblematica una delle scene finali dove lei canta in macchina senza nessuna base: lì Rossella reale e Rossella personaggio si fondono definitivamente in questa esigenza di continuare a vivere nonostante le difficoltà. Nel mio tentativo costante di far avvicinare lei reale e lei personaggio, Rossella cercava di fare pace con tutti i pezzi della sua vita, sulla maggior parte dei quali non aveva il controllo. E alla fine ci è riuscita.
Zoe Ambra Innocenti
