Enklave | Intervista all’autore Marco Balestri

Enklave | Intervista all’autore Marco Balestri

A cavallo tra cinema e videoarte, Marco Balestri crea con Enklave (Italia 2022, 39′) un film che fa emergere domande e riflessioni sull’identità italiana del Dopoguerra, sul turismo di massa e sulla paradossale ironia che si crea tra i due.

Presentato in anteprima durante il 40° Bellaria Film Festival, nell’ambito del Concorso Gabbiano, il film è una rappresentazione astratta – creata dall’alternanza di riprese del presente e di materiale d’archivio – della città di Bellaria e della Riviera Romagnola, che si concentra sulla loro evoluzione e su come la popolazione ha ricostruito la sua identità postbellica. Un territorio che si è lanciato nelle opportunità messe a disposizione dal boom economico degli anni Sessanta fino agli anni Ottanta, accogliendo masse di turisti che considerava soprattutto come un mezzo per crescere finanziariamente. 

Negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Riviera Romagnola, conosciuta oggi come una tranquilla oasi balneare, ospitò un insieme di campi di prigionia – conosciuto con il nome di Enklave – per 150.000 soldati del Terzo Reich che erano rimasti bloccati in Italia. Concepito come un programma di denazificazione, i resoconti parlano del campo di prigionia come di un’esperienza più simile a una villeggiatura che a un vero sistema carcerario. 

Il film è diviso in due atti. Il primo mostra Bellaria e la Riviera fuori stagione con paesaggi di sabbia vuoti ed edifici chiusi: scheletri di vita da spiaggia, che aspettano i loro mesi di furiosa attività. Il secondo atto approfondisce i materiali archivistici locali ripresi durante gli anni Sessanta e Ottanta dal fotografo riminese Davide Minghini (1915-1987). I colori vivaci caratterizzano questa seconda parte: file e file di ombrelloni, spiagge affollate, barche a remi in mare, parchi a tema e fuochi d’artificio. Le immagini sono accompagnate dalla narrazione in tedesco di brani tratti dal libro Enklave Rimini-Bellaria. Storia e storie di 150.000 prigionieri nei campi di concentramento alleati sulla costa romagnola (1945-1947) di Alessandro Agnoletti. Proprio come non esistono immagini o filmati di questo periodo storico, il testo di accompagnamento fornisce pochissime informazioni, presentandosi come una poesia. 

Ho conosciuto il regista Marco Balestri durante il Bellaria Film Festival e mi ha raccontato la sua esperienza con l’autoproduzione, la scoperta della storia locale e l’utilizzo dei materiali d’archivio. 

Com’è nato il progetto di Enklave?

Ho conosciuto la storia di Enklave attorno al 2017. In quell’anno stavo lavorando alla biblioteca di Bellaria-Igea Marina e lì ho conosciuto Alessandro Agnoletti, uno storico locale che alla fine degli anni ‘90 fece uscire un libro incentrato proprio sul campo di prigionia per prigionieri tedeschi. Agnoletti era stato uno dei primi a svolgere ricerche approfondite per riportare alla luce questa pagina di storia, parlando con gli ultimi testimoni e studiando vari documenti. Mi è sembrata subito una vicenda incredibile perché non riguardava un campo di prigionia come i tanti che sorsero nell’immediato dopoguerra. Si trattava di un vera e propria città, una metropoli nata dal nulla in cui per due anni si creò un microcosmo unico, tra attività insolite e intrecci di vissuto collettivo e individuale.

La convinzione di trasformare l’Enklave in un film è arrivata quando mi sono imbattuto in una delle teorie più affascinanti legate all’esistenza del campo, quella secondo cui molti dei prigionieri tedeschi tornarono sulla riviera romagnola come turisti dagli anni ’60 in poi, avendo mantenuto un forte ricordo della loro esperienza di prigionia. Questo aspetto rende il campo una specie di presagio di ciò che sarebbe successo nel giro di qualche anno. Non a caso i romagnoli si lamentavano delle condizioni di prigionia molto blande riservate agli ex invasori, definendola ironicamente una sorta di vacanza illegittima. 

Che impatto ha avuto l’Enklave sui residenti delle zone limitrofe al campo?

Il lager tedesco ebbe sicuramente un impatto enorme sull’animo di quelle persone nel suo essere un vero e proprio paradigma della situazione europea in quel delicato momento storico. Si trattava quindi di un evento da non relegare soltanto all’episodio storico in sé, ma da considerare come una chiave di lettura per riflettere sulle trasformazioni e sulle contraddizioni di un territorio vasto.

Per diverso tempo è stato difficilissimo anche solo pensare come questa storia potesse essere raccontata cinematograficamente, perché per sua natura si è sempre nascosta da qualsiasi tentativo di racconto.  Questo è dovuto alla sua rimozione nella memoria collettiva, al fatto che ancora oggi il suo ricordo sembra essere un peso di cui liberarsi. Inoltre per questioni anagrafiche non esistono più testimoni diretti, e le immagini originali di questo luogo sono pressoché introvabili. La riviera romagnola offre però un compendio di panorami di grande fascinazione estetica e visiva, che di per loro raccontano decenni di cambiamenti ed evoluzioni: le colonie marine abbandonate, le spiagge, le file di hotel sul lungomare. 

Si poteva quindi raccontare l’Enklave senza per forza mostrare direttamente il soggetto in questione, ma indagando il suo riflesso sulla storia in senso ampio, in particolare partendo dalle iconografie del turismo di massa. Questo processo mi ha fatto capire che ciò di cui non abbiamo un’immagine può essere comunque raccontato attraverso il cinema, creando un gioco di specchi basato sulle immagini che invece conosciamo.

Perché hai scelto proprio  questo periodo storico?

Attraverso Enklave ho realizzato che osservare il passato di un luogo è estremamente stimolante per trarne un discorso anche cinematografico. Gli anni tra il 1945 e il 1947 sono peculiari perché rappresentano un limbo, un momento di passaggio. Possiamo immaginare quanto quel particolare periodo abbia impattato inconsciamente sugli sviluppi del territorio, anche grazie alla presenza del colosso dell’Enklave.

La Riviera Romagnola ha sempre avuto un forte potenziale cinematografico, avendo costruito la propria identità su un’inclinazione naturale alla riproducibilità per immagini. Questo ha anche portato al dilagare di una serie di stereotipi e banalizzazioni che percepiamo ancora oggi. 

Penso che gli immaginari di questi luoghi vadano al di là della spensieratezza vacanziera o della nebbia felliniana. Per riscoprire altre dimensioni può essere utile partire proprio dalla storia, soprattutto quella del Novecento. Gli immaginari della Romagna in realtà si basano sull’orrore e su traumi violenti, una parte che si tende spesso a dimenticare. La storia dell’Enklave è un punto di partenza importante per riscoprire questa dimensione nascosta. Anche per pensare a nuove immagini da un punto di vista artistico e cinematografico.

Com’è stata l’esperienza di produzione e post-produzione?

Il film è stato sostanzialmente autoprodotto e girato interamente sul territorio riminese. Durante le riprese la troupe era composta da non più di due o tre persone. Anche se eravamo in pochi e con fondi limitatissimi, il lavoro è stato fatto in modo professionale e di questo sono molto contento. 

Personalmente il lavoro su Enklave mi ha insegnato quanto la parte creativa e artistica sia secondaria per importanza rispetto al lavoro produttivo e di organizzazione, soprattutto per film realizzati con budget così piccoli. Avere grossi limiti produttivi è qualcosa di estremamente utile, perché ti spinge a concentrarti sul lavoro pratico e a ragionare creativamente sull’aspetto concreto delle cose, lasciando da parte ciò che non è realmente utile alla realizzazione del film.

Avevi mai utilizzato materiali d’archivio? 

Non avevo mai lavorato con il materiale d’archivio, ma è stata un’esperienza molto stimolante. Tutto è partito con un’attività di scavo nell’archivio della Cineteca di Rimini, in particolare nel materiale del Fondo Minghini

Dal Dopoguerra in poi il fotografo riminese Davide Minghini girò ore e ore di filmati che ritraggono la Rimini del secondo Novecento. La mia ricerca era incentrata sulle immagini rappresentative del turismo balneare degli anni ’60-’70-’80, visto che la vicenda dell’Enklave si riflette proprio sull’iconografia della ripresa economica. È affascinante pensare che molte delle persone che compongono quelle folle di bagnanti potrebbero essere proprio gli ex soldati del campo di prigionia.

Come si è svolto il tuo lavoro in archivio e sulle immagini che hai trovato?

Il lavoro sull’archivio si è sviluppato anche grazie alla collaborazione con il musicista e artista visivo Roberto Paci Dalò. Lo avevo contattato perché nel 2011 aveva realizzato a Rimini uno spettacolo teatrale ispirato all’Enklave. Essendo l’unica persona che aveva affrontato la storia da un punto di vista artistico volevo confrontarmi con lui. Da lì ho scoperto i suoi lavori, musicali e cinematografici, che trovo straordinari. Gli ho chiesto di dare un’occhiata al materiale e di suggerirmi un suo brano che potesse prestarsi a quelle immagini. 

Per il repertorio l’idea era quella di destrutturare le immagini del boom economico sulle spiagge romagnole, rileggendole alla luce del rimosso rappresentato dall’Enklave. A questo si contrappone il primo segmento del film, dove vengono mostrati in veste odierna i luoghi che ospitarono il lager tedesco. 

È stato interessante sperimentare come i due blocchi filmici potessero reagire a livello dialettico accostati l’uno all’altro, piuttosto che creare una narrazione fluida e omogenea. Personalmente non amo quel tipo di cinema documentario dove i materiali vengono utilizzati come copertura l’uno dell’altro. Penso che in un film ogni elemento (che sia voce, archivio ecc.) debba avere una sua presenza autonoma, senza essere costantemente diluito o levigato.

In Enklave la parte di archivio vuole stimolare il concetto di riemersione, il dissotterramento di un rimosso collettivo che ha di fatto generato quelle stesse immagini. E in questo è stato fondamentale il lavoro musicale di Roberto Paci Dalò, che agisce come un argano che trascina e rimescola quei fotogrammi.

Al Bellaria Film Festival c’è stata l’anteprima mondiale di Enklave. Sono previste altre proiezioni del film?

È stato un onore per me presentare il film al Bellaria Film Festival, anche per la veste rinnovata che ha avuto quest’anno. È stato molto emozionante presentare il film in una città a cui questa vicenda è profondamente legata. Il festival mi ha fatto sentire molto a mio agio, perché ho avuto la percezione che fosse molto rispettoso della natura libera e indipendente dei film in concorso.Mi piacerebbe riuscire a presentare Enklave in qualche altro festival, anche all’estero. Quella di Enklave è una storia locale, ma con un forte respiro europeo ed internazionale. Ad esempio ho sempre pensato che sarebbe interessante proiettare il film in Germania, per stimolare nuovi spunti di riflessione sul forte legame storico con la Riviera Romagnola.

Glesni Trefor Williams