Who’s that girl? | Intervista a Paula Lovely

Who’s that girl? | Intervista a Paula Lovely

Paolo Gorgoni, in arte Paula Lovely, è una performer, cantante e attivista intersezionale. Attraverso l’impegno sociale e politico dell’arte e dell’attivismo è riuscita in pochi anni ad affermarsi come figura di spicco nella comunità sieropositiva e sierocoinvolta lisbonese e internazionale. Per troppo tempo il virus è stato raccontato come una condanna fisica e morale a una vita piena di dolore destinata ad andare incontro alla morte molto velocemente. Con il suo lavoro, Paula cerca di liberare la comunità sieropositiva dallo stigma sociale di cui è vittima, fin dalle pubblicità di dubbia veridicità scientifica degli anni ‘80, attraverso la riappropriazione della narrazione sull’HIV, ancora oggi racchiusa nell’icona del fiocco rosso, carico di assistenzialismo, pietismo e moralismo. Conosciuta a Bologna prima che si trasferisse nella capitale portoghese, mi lega a lei un doppio filo, di ammirazione e di affetto. Crisalide attivista e sierocoinvolta, si è schiusa una volta arrivata a Lisbona, diventando una divinità punk e festante, coi folti capelli ricci che cambiano colore nel tempo, sempre pronta a ballare sui carri del pride e a impugnare la sua arte come arma contro un patriarcato elitario sempre più anacronistico ed escludente.

Abbiamo parlato a lungo del suo attivismo, del suo ruolo sociale e politico in Portogallo, dello stigma sociale legato all’HIV, della genesi di Paula Lovely; delle performance portate in scena come gli spettacoli dei Conigli bianchi, il tributo a Marielle Franco – politica e sociologa brasiliana impegnata nella difesa dei diritti umani, brutalmente assassinata nel 2018; dei progetti in cantiere sull’esplorazione della propria sessualità e sulla risemantizzazione del virus. Il suo ruolo politico e artistico è emerso attraverso il racconto di due esperienze chiave: l’essere stata madrina della Marcha do Orgulho di Lisbona e il progetto artistico performativo A Proudly PozPorn Revolution

Perché a Lisbona si parla di “marcha” e non di Pride?

È una città dove succedono cose bizzarre e dove anche la comunità lgbt ha una sua dinamica interna bizzarra: esiste il Pride, una festa organizzata dall’associazione LGBT ILGA, che non è una marcia né un evento politico. Poi c’è la Marcha do Orgulho, la parata, ovvero il Pride comunemente inteso: una rappresentazione politica che coinvolge tutte le associazioni – da quelle antirazziste ai collettivi trans.

Paula Lovely, cosa si prova ad essere la prima madrina sieropositiva alla ventesima Marcha lisbonese?

Oh qualcuno lo dice! Che bello! In Portogallo tendono a non dirlo mai. In ciò che è stato scritto o detto sul Pride 2019 io non compaio quasi mai. Perché me l’hanno chiesto se poi deve essere dimenticato? Qual è allora l’utilità di avere la prima travestita sieropositiva a condurre la marcha dopo vent’anni se poi non ne rimane memoria? Le prossime travestite sieropositive non sapranno mai che sono già state rappresentate, che esiste uno spazio possibile e aperto anche per loro. Questo mi crea un enorme rammarico. Ad ogni modo è stata una delle cose più difficili della mia vita, l’emozione era talmente forte che non so neanche come stavo in piedi. La ventesima Marcha do Orgulho. Un anniversario importante, con gli attivisti storici e i fondatori della Marcha in prima linea.

 

 

Marcha do Orgulho 2019, Lisbona

Come sei diventata madrina?

Il mio nome come madrina è venuto fuori grazie al ruolo che ricopro all’interno della comunità nella lotta all’HIV e per il mio attivismo intersezionale. Un membro della commissione organizzativa, nonché fondatore della Marcha, mi ha detto: «Sii Paolo, sii Paula, fai il cazzo che ti pare, però vogliamo la tua faccia perché per questa comunità rappresenti qualcosa». Ho accettato e ho deciso che doveva essere la giornata della favolosità, io dovevo essere Paula, si doveva cantare, essere splendide e felici. È stato molto bello e ho avuto un rilievo politico, non solo performativo. Ho moderato gli interventi sul palco delle diverse associazioni, ho fatto il discorso di apertura, e ovviamente alla fine ho cantato.

Ma non è stata la prima volta che hai parlato alla Marcha.

Mi è stato dato il palco di un Pride per cinque minuti, come collettivo del favela LX. La Marcha in Portogallo è molto democratica: non hai bisogno di essere un grande artista e avere il cachet per essere invitato, se fai parte della community e vuoi andare sul palco, più o meno lo fai. Oltre a cantare accompagnata dal chitarrista dei Fado Bicha, volevo fare qualcosa di più. Sarebbe stata un’occasione sprecata se non avessi parlato dell’elefante nella stanza, l’HIV – ancora più invisibile che nella comunità italiana, se è possibile. Decido di parlarne e di metterci la faccia. Nei panni di Paula Lovely, per la prima volta in un modo così pubblico, davanti alle migliaia di persone del Pride.

Ci vuole del fegato per esporre pubblicamente la propria sieropositività.

Metterci la faccia, si sa, è difficile, però se non cominciamo resterà sempre difficile, per cui ce la metto io. È stato un passaggio non reversibile, perché finisce che si diventa un virus con le gambe, si viene visti soltanto come il risultato di quel dramma, vendibile a livello mediatico. Nessuno ti chiede mai di raccontare di quanto sei favolosa, cavalcando un palco e dicendo a tutti “sono sieropositiva, me ne sbatto un cazzo di cosa ne pensate voi”. Ti vengono concessi degli spazi perché tu occupi un’area in cui non sta intervenendo nessuno, e questa occupazione fa sì che un giorno quello spazio diventi più largo, perché tu avrai sgomitato e qualcun altro lo potrà occupare. Così iniziamo finalmente ad avere delle voci plurali sull’HIV, soprattutto le voci dei pazienti e non dei medici. L’altra faccia della medaglia è che quando tu metti l’HIV su qualunque altra cosa stai facendo, la copre completamente.

È una forma di stigma sociale. Sparisci dietro a un’unica cosa che sembra determinarti socialmente. E tu provi ad abbatterlo attraverso la riappropriazione di una narrazione che di fatto già ti dovrebbe appartenere.  

È per quello che ho avuto bisogno di elaborarla in modo artistico questa cosa. L’intersezione nasce funzionalmente all’attivismo e alla mia sopravvivenza come essere umano. La sieropositività è irreversibile e quindi costituisce un elemento identitario, che ci piaccia o no. Assunta politicamente diventa ancora più forte. Affinché non schiacci tutto il resto, è necessario che ci sia un tutto-il-resto. Rischiavo di farmi assorbire dall’attivismo, così ho avvertito l’urgenza di non lasciarlo succedere: ho messo l’attivismo nell’arte e l’arte nell’attivismo. Se l’arte è uno strumento per rielaborare una mia urgenza profonda, l’attivismo può rielaborare il linguaggio artistico, in un equilibrio di compenetrazione e arricchimento reciproco, così che io possa continuare a dire “io esisto” in modo completo.

La tua performance +Gl0ry+ ne è un esempio perfetto. Si tratta di una performance in cui, come suggerisce il nome, infili il tuo cazzo in un gloryhole, e che hai portato in scena per la prima volta al Mercado Maroto, fiera di arte erotica di Lisbona. 

Ho trovato molto potente l’inversione della narrativa vittimizzante. Si può fare facilmente perché con la performance art si possono stimolare domande attraverso l’esperienza, così che ognuno elabori il suo messaggio. L’artista ti sta mettendo un cazzo in un gloryhole e ti sta dicendo “questo cazzo è sieropositivo però tu lo vuoi succhiare lo stesso”. Poi tu dell’’esperienza che fai in quella stanzina con me elaborerai quello che vuoi, io non ti ho mandato un messaggio, però sicuramente due domande te le sei fatte. Ti sei chiesto se e perché lo desideravi? Hai notato che un corpo HIV+ non è necessariamente desessualizzato e vittimizzato. Non dovrebbero esistere queste narrazioni che tolgono ai corpi la loro sessualità e la loro forza.

 

 

Dal set di + Gl0ry +
Scatto di Giulia Ferrari

Si tratta del primo episodio del tuo progetto artistico più importante finora, A Proudly Pozporn Revolution, una tetralogia di performance sulla liberazione personale e sulla riappropriazione della narrazione sull’HIV.   

+ Gl0ry + è l’episodio 0. Ogni episodio ha nel nome il numero di riferimento. Per esempio il numero 1 si chiama B1oom, e così via. + Gl0ry + è un modulo fondamentale che viene rielaborato in modo diverso ogni volta che torna a essere presentato. L’imprevedibilità di ciò che accade e il fatto che si stia spingendo non soltanto il partecipante, ma anche il performer a lavorare al limite della sua zona di conforto è un elemento importante. La scomodità di trovarmi in una zona in cui non so se sto bene e di doverlo scoprire già con la presenza dell’altro è una cosa a cui non voglio rinunciare. Il dispositivo è un gloryhole autoportante con scritto nella parte rivolta al pubblico “prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi” e il buco è contornato da una croce. È un atto sacrificale. Ciò che voglio affermare è: il mio corpo è sessuale. Anche se per dieci anni tutte le volte che ho tirato fuori l’HIV vi veniva moscio, mi desessualizzavate e scappavate via, stavolta non lo potete più fare, perché non c’è più modo di incontrarmi senza sapere che ho l’HIV. Sono io che decido le regole di questo gioco, di questo spazio che non conoscete. Vi sto mettendo di fronte al fatto compiuto che il mio corpo è sessuale e che deve essere accettato così, con l’urgenza e la drammaticità delle cose sacre.

Perché il riferimento alla liturgia cattolica?

Perché io, persona non credente ma cresciuta cattolica, istintivamente associo alla sacralità delle formule cattoliche l’importanza del rituale a cui sto assistendo. Anche se io non sono credente, non sono spirituale e penso che il sacro non esista, tutto ciò che è realmente importante può essere espresso attraverso la solennità di formule che vogliono dire altre cose. Non da meno mi permette di sostituirmi alla figura sacra, in un atto di egocentrismo radicalissimo… + Gl0ry + concludeva con “beati gli invitati alla cena della signora. Paula Lovely”. La prima edizione è stata un atto molto… duro. Entrano gruppi da 50 persone intorno a questo pannello, e la sensazione contemporanea di mantenerli tutti per le palle ma allo stesso tempo di essere mangiata viva è forte.

Capitolo 2: 1. Per citare al rovescio Kill Bill. Sto parlando di B1oom, la fioritura, il secondo episodio, che poi sarebbe il numero 1. A differenza di +Gl0ry+, B1oom non potrà più essere riperformato, poiché si tratta di una performance in cui vieni tatuato durante una convention di tatuaggi. Ce la racconti? 

Faccio spegnere le luci e tutti devono smettere di tatuare per un’ora e mezza perché io vengo tatuato nel mezzo della sala, sopra un telo rosso. Mentre mi faccio tatuare una fioritura sul petto, scorrono immagini di fiori che si aprono e si chiudono su uno schermo a forma di triangolo rosa. Schermo e video sono stati realizzati dall’artista Nikita A. Zhukovskiy, che inoltre ha deciso di campionare in presa diretta i suoni del mio respiro e della macchinetta del tatuaggio per comporre delle tracce di musica elettronica in estemporanea, mentre vengo tatuato illuminato solo dalla lucetta sul casco della tatuatrice e circondato dalla folla.

 

 

“B1oom is life and beauty outlasting shame, grief and loss.
B1oom can only happen once. B1oom is a point of no return. B1oom rhymes with Boom!” 

Cosa volevi comunicare con questa performance?

 È il simbolo di un cambio di prospettiva. Dopo un atto sacrificale per dimostrare che il mio corpo è sessuale e che va bene così, adesso è il momento di un atto di piacere personale, ovvero il mio corpo che fiorisce in modo permanente, a partire dal punto in cui mi apro quando sono felice, il petto. Volevo mostrare come la trasformazione permanente che passa per il dolore e per il sangue è un atto di empowerment, la rottura nella pelle da cui spuntano le gemme e crescono i fiori. È una performance non ripetibile, tuttavia esiste un piccolo trailer, con una traccia digitale creata ad hoc. Nel video la fioritura come simbolo di un processo interiore si arricchisce con una riflessione ambientale, grazie all’aggiunta di alcune frasi come “è difficile rimanere in silenzio sul precipizio di quella che chiamiamo la fine della vita umana sul pianeta terra. Faremmo meglio a sbocciare prima che sia troppo tardi”.

Cosa ne pensi della questione ambientale?

Bisogna ridimensionare la questione ambientale da un punto di vista non umano. A rischio estinzione è la razza umana, la natura non si fermerà di certo. Cerchiamo piuttosto di capire come possiamo sopravvivere smettendo di vessare il resto delle creature, però sbrighiamoci a fiorire perché non c’è rimasto più molto tempo.

“È quando la fioritura diventa piena primavera, e l’azione individuale si mischia nel movimento collettivo” scrivi nella tua pagina web. Il sacrificio messianico di + Gl0ry + ti ha portato alla resurrezione, ovvero la fioritura di B1oom. Un processo individuale verso la liberazione, trovata “nell’intersezione tra performance sul gender non convenzionale e la matematica del sangue e dei fluidi corporei che segnano l’esistenza con l’hiv”. 

Sì, in quell’intersezione, fra la frocia femminiella indefinibile a livello di genere e la sieropositiva, sono diventata libera. Un corpo percepito come socialmente ibrido – né maschile né femminile, ma che irride entrambi i generi – e sieropositivo, che invece di essere il punto di oppressione, diventa frattura attraverso cui espandersi. ‘Sto buco lo spalanchi in tutti i sensi. La vita sessuale post HIV è stata molto più divertente ed eccitante di prima.

2gether – #HIVisible è al momento il penultimo capitolo della tetralogia con il quale segni il passaggio da azione individuale a collettiva. Traspare la volontà di riappropriarsi della narrazione sull’HIV, per troppo tempo caratterizzata da connotati etici e morali di chi non si è mai voluto prendere la briga di conoscere più a fondo il virus e i progressi sanitari raggiunti fino ad oggi.

2gether – #HIVisible, riguarda l’inserirsi della fioritura in un quadro più generale, perché mi sono stancata di essere l’unica persona con HIV artista visibile in tutto il Portogallo. L’idea è di utilizzare un linguaggio e dei dispositivi che avevo già utilizzato, mettendolo in comunità con un gruppo di persone sierovisibili. È stato particolarmente importante trovare persone per questo progetto che non si fossero già precedentemente visibilizzate. Nessuno di loro aveva mai parlato pubblicamente della propria sieropositività e lo abbiamo fatto tuttə insieme srotolando un tessuto rosso di 60 metri per le strade e le piazze di Lisbona. Eravamo anche connessi transnazionalmente con altre quattro città e la stessa performance è avvenuta contemporaneamente a Bologna, Roma e Londra, oltre a San Paolo in Brasile attraverso un contributo video – in quella fase della pandemia non si poteva andare in strada. È stato un momento di catarsi collettiva. Il fiocco rosso dell’aids è stato sciolto, perché non ci rappresenta più da tanti anni, simbolo di quella stessa narrativa sull’HIV assistenzialista, moralmente superiore, vittimizzante, in terza persona. Ci teniamo il rosso perché è con il rosso che feriremo il silenzio delle strade bianche, però sciolto. Quel cazzo di fiocco non lo voglio vedere più.

 

 

“2gether and HIVisible: there’s no white, indifferent silence we’re unable to cut apart”

Oltre alla liberazione sessuale c’è anche quella morale, una rivendicazione del proprio diritto a essere felici, fregandosene dell’occhio giudicante di chi crede di aver seguito la retta via e per questo di non aver contratto il virus. Perché purtroppo la sieropositività non ha solo un’accezione sanitaria ma anche sociale.  La tetralogia si chiuderà con un’orgia dunque.

L’idea adesso è che si è fatto tutto un percorso e l’ultimo episodio sarà dedicato a celebrare la gioia di essere finalmente libere, visibili, fiere, indistruttibili e insieme. Sarà un’orgia gigantesca filmata da un maestro della cinematografia erotica d’autore portoghese, Tiago Leão. Una porno rivoluzione fieropositiva è un ciclo che nasce dall’attivismo HIV ma che permette di esplorare diversi linguaggi dell’arte come la performance, il video, l’occupazione dello spazio pubblico e il live tattoo con l’installazione multimedia, quattro cose con quattro linguaggi diversi che rappresentano quattro tappe di un percorso. Quando chiuderò questa tetralogia dedicata all’HIV, alla visibilità, alla fieropositività, alla consapevolezza e al sesso, come artista potrò occuparmi di altre cose oltre l’HIV, perché penso che fino ad allora non sarò in grado di farlo.

Ci dai un’anticipazione sui tuoi progetti futuri?

ll mio progetto più immediato è di tornare a scuola di produzione e creazione musicale per imparare a produrre pezzi miei, non soltanto limitarmi ad eseguire cover. È costosa, così ho avviato una campagna di crowdfunding. Lo studio è un lusso che mi voglio concedere per poter essere un’artista migliore.

 

 

Dal set di I’m still here: foto di Michele Lapini

Alessio Chiappi