HOT ROADS COLD CORPSES | Un’avventura estiva nel cinema New Horror

HOT ROADS COLD CORPSES | Un’avventura estiva nel cinema New Horror

Agosto, il sole rovente si abbatte sull’asfalto delle strade semideserte delle grandi città. In giro soltanto poche anime coraggiose. La maggior parte delle persone sono emigrate in cerca di refrigerio al mare, in montagna, in campagna, ovunque sia possibile trovare un momento di tregua dall’afa estiva. I bollettini autostradali gracchiano minacce di code chilometriche lungo le autostrade. L’esodo forma serpenti cromati e metallici di autovetture coi finestrini abbassati o con l’aria condizionata al massimo, per sopravvivere alle molte ore che ancora mancano alla meta, magari una deliziosa casetta sperduta lungo le rive di un fiume. Ma cosa potrebbe accadere quando, lasciata la grande arteria di comunicazione, ci si avventura in strade desolate in cui le uniche presenze umane sono benzinai dall’aria sospetta?

Ispirato dal logo sanguinolento della rivista e dai tipici esodi estivi italici, ho voluto selezionare cinque film dell’orrore che parlassero di viaggi assolati – tre dei quali provvisti di benzinai sospetti – prodotti negli anni Settanta. Si tratta di una decade cruciale, che ha definito un nuovo canone del genere horror tutt’oggi ancora valido. Fino a questo momento storico l’horror – genere privilegiato della rappresentazione di paure e traumi nazionali latenti – aveva da sempre portato sul grande schermo esseri ultraterreni, provenienti da oltre i confini federali. Il moderno spirito critico sessantottino si contrappose a questa narrazione: gli Stati Uniti in fin dei conti non erano paladini indiscussi della civiltà perfetta costretti a difendersi dai comunisti mangiabambini o dagli indiani d’America, ma erano dei colonialisti disposti a qualsiasi atrocità pur di imporre la propria cultura. La guerra nel Vietnam, con le sue immagini dei corpi tumefatti dal napalm, senza più bandiera, giocò un ruolo importante nella nuova presa di coscienza. La nazione stessa era la minaccia. Il fatto che gli assassini seriali erano diventati così infestanti da creare il bisogno di coniare il termine serial killer fu un’ulteriore conferma. Parallelamente, la cinematografia hollywoodiana si frammentò in miriadi di case di produzione indipendenti, permettendo ai cineasti che non si erano ancora guadagnati lo status di autori di liberarsi dalle maglie delle rigide strutture industriali delle major. Si fece strada la volontà di rimettere al centro del processo creativo il regista piuttosto che il produttore, complice, forse, l’avvento in ambito accademico della storia del cinema come materia di studio, che contribuì a far conoscere il cinema europeo e le sue modalità anche negli USA.

Il rinnovato clima sociale e la libertà creativa, aumentata anche dall’abolizione del Codice Hays, portò un’ondata di rinnovamento a Hollywood, una vera e propria nouvelle vague a stelle e strisce, che prese il nome di New Hollywood (o anche Hollywood Renaissance). E fu così che l’horror divenne new horror. La violenza fu sdoganata in tutti i generi. Il nuovo cinema dell’orrore la rese verosimile, e per questo ancora più spaventosa, attraverso una rappresentazione realista, finanche documentarista. Non c’era più bisogno degli alieni per avere paura: il male ha l’aspetto del tuo vicino di casa.

Tutti i film che vi propongo sono produzioni indipendenti e a basso budget, le due caratteristiche indispensabili per ogni cult che si rispetti. Le trame poi, a prima vista molto simili – un gruppetto di sventurati finisce nel posto sbagliato e si ritrova suo malgrado a cercare di sopravvivere – nascondono in realtà discorsi sociali e cinematografici molto diversi.

2000 Maniacs (H. G. Lewis – 1964)

Herschell Gordon Lewis è una vera e propria pietra miliare della settima arte in quanto padre del cinema splatter – infatti è stato soprannominato Godfather of Gore. Le sue opere sono puro divertissement privo di riflessioni sociali sottocutanee, mera delizia del sangue e della morte. Le storie che mette in scena stanno sul confine tra il classico cinema gotico e il new horror: oltre alle atrocità mostrate senza veli, i pazzi assassini sono sì già umani, tuttavia ancora collegati a una dimensione ultraterrena – siano essi fantasmi in cerca di vendetta o adoratori della dea Ishtar.

Il primo film splatter che realizza è Blood Feast (1963). Dopo il successo inaspettato, gira 2000 Maniacs, stavolta con meno taccagneria, regalandoci un maggior realismo visivo, più in linea con i miasmi del new horror.

Tre coppie di turisti, in viaggio per diverse destinazioni, passando per il solito tratto stradale vengono deviati da un cartello dall’aria posticcia verso un sentierino sterrato che porta a Pleasant Valley, mentre risuona un incalzante e spensierato ritmo country. Giunti al paese, i forestieri vengono invitati (praticamente costretti) dal sindaco a trattenersi per i festeggiamenti di un misterioso centenario. Quello che ancora non sanno è che saranno gli abitanti a festeggiare a loro spese. Le uccisioni dei malcapitati infatti sono gli spettacoli che animeranno la celebrazione. L’orrore della violenza dissennata è sovrastato dal rumore assordante della folla divertita. Una delle caratteristiche più divertenti del film è l’estrema creatività delle attività ludico-delittuose, per cui descriverle sarebbe uno spoiler ancora peggiore che rivelare il finale. Quello che posso anticipare è che le urla strazianti si confondono con gli applausi e i fischi e le morti vengono celebrate a ritmo di banjo.

Non aprite quella porta (Tobe Hooper – 1974)

Campagna texana: il sole è talmente rovente da generare fumi trasparenti che si levano dall’asfalto e deformano la linea dell’orizzonte. Sally Hardesty e il fratello disabile Franklin viaggiano insieme a tre amici per visitare ciò che rimane della vecchia casa del nonno defunto, nonostante il benzinaio alla stazione di servizio abbia cercato debolmente di dissuaderli. Giunti al rudere, Pam e il suo ragazzo Kirk si allontanano, scovando la casa dei vicini. In giardino giace un numero eccessivo di veicoli dall’aria abbandonata. Erano appartenuti ad altre persone, prima che venissero brutalmente uccise. I cinque giovani ancora non sanno di essere destinati a morire proprio come chi li ha preceduti. Ma lo scopriranno molto presto.

Dietro la porta d’ingresso si nascondono stanze ammobiliate e decorate con ossa e pelli umane, ricavate dalle trafugazioni di salme nei cimiteri o dall’uccisione di sventurati passanti. Sono trofei, simboli di un rapporto con la morte che si espande ben più in là del momento dell’omicidio efferato. Infatti la macchina da presa si sofferma più sul decor finemente lavorato e meno sui momenti splatter.

La famiglia di serial killer non ha un nome, proprio come il tuo vicino di casa discreto, avvolto dall’anonimato. Qualcuno purtroppo ce lo ha avuto: si tratta di Ed Gein, pluriomicida necrofilo realmente esistito – che ha ispirato anche Hitchcock nella realizzazione di Psycho. La dichiarazione degli intenti documentaristici che si legge nel cartello iniziale – Gli avvenimenti di quella giornata portarono alla scoperta di uno dei crimini più efferati della storia americana – è finta ma non del tutto. Un incubo verosimile, certamente non auspicabile, che restituisce una visione della società statunitense all’acido fluoridrico. Ma lo scandaglio di tutti gli spunti di riflessione sociali e cinematografici del film sarebbe troppo lungo, ergo divertitevi a ricollegare tutti i dettagli narrativi disseminati con maestria, capaci di aprire mondi quasi fossero delle madeleine in decomposizione.

Le colline hanno gli occhi (Wes Craven – 1977)

La famiglia allargata dei Carter si sta dirigendo verso la città degli angeli. Il capofamiglia Bob, deciso a trovare una vecchia miniera abbandonata, si avventura per la strada che passa per una zona adibita ai test nucleari, sebbene fortemente sconsigliata dal benzinaio. Per scansare un coniglietto finisce fuori strada. I Carter si ritrovano così malauguratamente in mezzo al niente, con la macchina fuori uso, costretti a difendere la propria vita da selvaggi cannibali che vivono nelle colline circostanti.

Alcuni si sono lamentati della prevedibilità della trama, simile a Non aprite quella porta e alla maggior parte degli slasher movie. Tuttavia l’operazione di Craven va più a fondo rispetto alla classica decimazione di uno sparuto gruppetto di sprovveduti – che poi così sprovveduti non sono, anzi hanno i mezzi e le opportunità per affrontare la minaccia che incombe. Riesce a realizzare un film al crocevia di generi quali il road movie, lo slasher, il western revisionista e il revenge movie, in linea con la volontà newhollywoodiana di far esplodere i classici confini del genere cinematografico.

Road, slasher e revenge movie sono immediatamente rintracciabili. Le interferenze del western si ritrovano nell’ambientazione deserta, fatta di grandi spazi aperti e aridi, in cui vaste pianure si alternano ad aspri e rocciosi costoni. La roulotte dei Carter è una carovana postmoderna, simbolo della civiltà statunitense contrapposta alla primitività dei dintorni. È una vera e propria invasione in territori vissuti da comunità altre. I selvaggi cannibali rappresentano una comunità schiacciata dalla colonizzazione (dopotutto sono vittime impotenti di chi ha deciso di fare laggiù gli esperimenti nucleari). Si tratta di un altro tema cardine nella nuova rappresentazione hollywoodiana, ovvero il revisionismo storico, di cui il movimento hippy porta lo stendardo. Il western non narra più la gloriosa e mitizzata nascita di una nazione ma le nefandezze della conquista. Craven ritrae il male nella forma del colonialismo, portando su grande schermo una forte critica alla guerra nel Vietnam, finita appena un paio di anni prima.

Non violentate Jennifer ( Meir Zarchi – 1978)

L’opera è tratta da un evento vissuto personalmente dal regista: mentre guidava la sua auto, Zarchi trovò una ragazza stuprata e traumatizzata e l’accompagnò alla centrale più vicina. Rimase sconvolto dall’insensibilità con cuigli agenti gestirono il caso e decise di raccontare una storia in cui la vittima si sarebbe fatta giustizia da sola. Il senso di realtà nel film è sottolineato dall’assenza di musica, così che lo spettatore sia costretto a vivere la stessa tensione della protagonista, consapevole che ogni fruscio di foglie può significare la presenza minacciosa degli stupratori.

La newyorkese Jennifer Hills ha affittato una villetta di campagna in riva al fiume per poter scrivere il suo primo romanzo in tranquillità. Un gruppo di ragazzi della zona, ricolmi di testosterone e spavalderia, non fanno altro che infastidirla, in un crescendo di bullismo che troverà il suo apice in uno stupro di gruppo nei boschi circostanti. Credendola morta, i ragazzi tagliano la corda. Jennifer, ancora viva, rimane isolata nella casetta in affitto a curarsi le ferite, prima di cercare vendetta. Fun fact: anche qui non manca una sosta dal benzinaio, in cui il pericolo imminente è sottilmente suggerito – i ragazzi che ci lavorano sono i suoi futuri aguzzini.

Generalmente nel rape & revenge le ragazze vengono uccise e successivamente vendicate dai padri, mariti o fratelli , comunque uomini. Il merito di Zarchi sta invece nel fatto che sia la vittima – donna – a portare a termine la propria vendetta, in un estremo gesto di autodeterminazione. Il trauma della violenza la trasforma in una creatura quasi sovrumana. Da impotente, umiliata, costretta a correre nuda nei boschi ricoperta di sangue per sfuggire agli assalitori, diventa una divinità femminista vendicatrice che, aggirandosi nella macchia come una ninfetta con il suo vestito bianco svolazzante, falcia con lucididità le vite di quei ragazzi, emblemi del becero sessismo alla “se l’era cercata, da come si vestiva si vedeva che non aspettava altro che essere scopata!”.

Antropophagus ( Joe D’Amato – 1980)

In un gioco di specchi e riflessi, l’horror made in Italy è influenzato dal nuovo immaginario estetico statunitense. Non si limita a riproporlo ma lo esacerba: se nei film di Lewis, Hooper o Craven il cannibalismo è suggerito, D’Amato lo mostra allo spettatore nella sua interezza. Un gruppo di amici (tra cui appaiono una giovanissima Serena Grandi sotto il nome fittizio di Vanessa Steiger e Tisa Farrow, sorella sfigatella della celebre Mia) arrivano su una deserta isoletta greca, in cui spadroneggia un uomo che diventò cannibale dopo un naufragio.

Ciò che emerge dalle immagini di D’Amato è che esiste un filo invisibile che unisce il porno e lo splatter: se il porno è una penetrazione all’interno di un corpo altro, l’esposizione di quelle parti che rimangono nascoste, boccaporti corporei tra ciò che è fuori e ciò che è dentro, l’horror splatter come Antropophagus esacerba la pornografia, esponendo l’interno, le viscere, gli organi e i fluidi. Questa sinistra relazione della carne, tra piacere e dolore, orgasmo e morte violenta, si ritrova nella filmografia del regista, perennemente in bilico tra l’erotico – ovviamente il porno poteva arrivare su grande schermo solo in una versione soft – e l’horror.

La pellicola offre quindi il puro, pornografico divertimento dello splatter e mostra le derive più perverse che questo genere d’exploitation può concepire, tra feti mangiati e gole strappate a morsi, conditi da una colonna sonora che alterna momenti di sirtaki e tetri suoni elettronici.

Alessio Chiappi