HOME | Foto/Industria 2025, la Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro

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Cosa significa per te “casa”? Che si tratti di uno spazio fisico, di un ricordo nostalgico o di un senso di appartenenza, l’idea di casa rimane centrale nella nostra vita: è il luogo dove iniziano e finiscono le giornate, una destinazione a cui tornare o da costruire. Assume innumerevoli forme e interpretazioni. Dopo le precedenti edizioni dedicate al CIBO e al GIOCO, Foto/Industria (7 novembre – 14 dicembre 2025) si concentra sulla CASA per la settima edizione della Biennale di Fotografia sull’Industria e il Lavoro, l’unica biennale di questo genere nel mondo dell’arte. Organizzata dalla Fondazione MAST di Bologna, la manifestazione trasforma la città in una piattaforma di dialogo visivo, presentando undici mostre in totale. Il programma comprende fotografi di fama internazionale come Jeff Wall (!), ma anche talenti emergenti che rappresentano una nuova generazione, i cui progetti esplorano i molteplici significati della casa nella vita contemporanea. Tra le numerose mostre, spiccano le seguenti tre:


LOOKING FOR PALESTINE di Forensic Architecture

Sottospazio – Palazzo Bentivoglio Lab

“The sun rises and moves around,
It sets to visit other places,
And we, we are looking for Palestine.”
– Mosab Abu Toha 

Cosa accade quando ti viene portata via la tua casa? Quando la violenza non si limita a sottrarla, ma mira anche a distruggere l’idea stessa di “casa”, fino a impedirti di tornare? Per i palestinesi, questa è una lotta che dura da decenni: una resistenza costante per conservare le proprie abitazioni e la memoria ad esse legata. Con la Nakba e gli sfollamenti successivi operati dallo Stato israeliano, la casa è diventata un ricordo lontano, ma pur sempre vivo. Forensic Architecture, centro di ricerca con sede alla Goldsmiths – University of London, indaga sulle violazioni dei diritti umani commesse da stati, forze di polizia, corpi militari e aziende. Il progetto Looking for Palestine prende avvio da una “mappa della memoria”: quella tracciata da un sopravvissuto del villaggio di al-Dawayima, ricostruita anni dopo l’espulsione. Unendo ricordo e prova, FA fa emergere le tracce del territorio palestinese precedente agli insediamenti israeliani attraverso materiali d’archivio, come le fotografie della campagna di vaccinazione del 1922 condotta dalle autorità britanniche durante il Mandato. Oltre a indagare il passato, il progetto include interviste, fotografie, registrazioni audio e video che documentano l’occupazione israeliana e l’invasione di Gaza degli ultimi anni. 


SÖDRAKULL FRÖSAKULL di Mikael Olsson

Fondazione Collegio Venturoli

Semplicemente bellissima. Nulla da aggiungere.

Il progetto, sviluppato nell’arco di sei anni a partire dal 2000, ruota attorno a due case progettate dall’architetto e designer svedese Bruno Mathsson, costruite tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Nella prima casa, Olsson trascorre lunghi periodi, da poche ore a intere settimane, vivendo lo spazio e osservandolo in tutte le sue sfumature. Non si limita a un punto di vista esterno, ma penetra nella quotidianità dell’ambiente: lo osserva nelle ore private, all’alba, dopo la pioggia. Nasce così la sua ricerca sulla geometria, sulla luce e sul rapporto tra artificiale e naturale. La casa, immersa nella foresta, si apre letteralmente verso l’esterno, la cucina stessa comunica con la natura, rivelando l’affetto dell’architetto per un’idea di armonia tra abitare e paesaggio. La seconda casa, invece, introduce una distanza. Qui Olsson sceglie di non mostrare tutto: fotografa attraverso tende quasi chiuse, con ostacoli davanti all’obiettivo. Lo spettatore diventa voyeur, come l’artista, coinvolto tra intimità domestica e sguardo esterno, tra il dentro e il fuori, tra l’invito e l’esclusione.


NO REST FOR THE WICKED di Kelly O’Brien

Spazio Carbonesi 

Tre generazioni di donne: nonna, madre e figlia. O’Brien, la figlia, riflette sul ciclo del lavoro che ha segnato la vita delle donne povere e della classe operaia all’interno della propria famiglia, che vive a Derby, Inghilterra. Il titolo, tratto da un proverbio biblico, richiama la lotta apparentemente senza fine di chi è intrappolato nella fatica quotidiana. Le sigarette tra le dita, le tv accese, il grembiule rosa, le tende dello stesso colore: ogni elemento della mostra si intreccia tra i momenti del lavoro retribuito e quello non pagato, svolto in casa. Le foto restituiscono un ritratto sincero ma delicato della loro doppia esistenza, mettendo in luce la fatica invisibile che definisce le loro vite. Il progetto richiama Frauen bei der Arbeit di Helga Paris, per la stessa capacità di celebrare la dignità silenziosa delle donne della working class. Tuttavia, la serie di O’Brien va oltre la semplice documentazione: si interroga sull’essenza stessa del lavoro come ciclo infinito che attraversa il tempo e lo spazio.

Glesni Trefor Williams