Presentato in anteprima italiana alla 18ª edizione di Archivio Aperto, The Sense of Violence si apre con le immagini del Freedom Center, un luogo oggi dimenticato dalla collettività, ma che un tempo rivestiva un ruolo centrale nella lotta al comunismo intrapresa dalla Corea del Sud. L’architettura brutalista, caratterizzata da elementi che simboleggiano la resistenza del popolo sudcoreano, permette al regista Kim Mooyoung di intraprendere un viaggio attraverso la storia politica e cinematografica del Paese.
A quale memoria rimanda il monumento dedicato alla Gioventù anticomunista, raffigurata mentre combatte eroicamente per difendere la Corea del Sud dalla minaccia rossa? Per rispondere a questa domanda, il regista cerca di sviscerare l’anticomunismo che ha caratterizzato il Paese dalla nascita della Repubblica di Corea nel 1948 fino alla fine degli anni Ottanta, un’ideologia che è tuttora radicata nella società e nella politica nazionale.
Mooyoung alterna le riprese di edifici simbolo dell’anticomunismo a filmati di manifestazioni e della loro repressione violenta. Per raccontare al meglio il fenomeno, però, si affida soprattutto al cinema sudcoreano, mostrando tutte le modalità con cui il comunismo è stato rappresentato come nemico della nazione. Il film diventa così un video-essay che analizza le narrazioni di pellicole realizzate sotto la stretta censura governativa, nel periodo che va dagli anni Quaranta agli anni Settanta.
Al di fuori del grande schermo, l’esercito che dovrebbe difendere il popolo dal comunismo è il primo che sopprime violentemente le manifestazioni di libertà. L’ideologia anticomunista si trasforma così in un vero e proprio culto: i suoi seguaci scrivono slogan col sangue e giurano fedeltà nella lotta al nemico della nazione. La violenza non si limita dunque alla dimensione fisica, ma assume nuove forme ideologiche e propagandistiche per come viene inserita all’interno dei film, specialmente quelli di spionaggio. The Sense of Violence è stato premiato ad Archivio Aperto con l’Official Jury Award per il Miglior riutilizzo di materiali d’archivio e il Young Jury Prize per il Miglior lungometraggio (ex aequo con Partition).
Dario Marchiani
