Sotto il segno del lentisco | Rileggere Grazia Deledda

Sotto il segno del lentisco | Rileggere Grazia Deledda

Di Beatrice Fagan

Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne,
ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo.
E così si è formata la mia arte, come una canzone,
o un motivo che sgorga spontaneo
dalle labbra di un poeta primitivo.


Dal discorso per il conferimento del Nobel, 10 Dicembre 1927

Leggere Grazia Deledda significa toccare con mano cose che normalmente non hanno forma. Avete mai provato a seguire Olì per i sentieri che portano a Mamojada? E segnare con nastri scarlatti i cespugli d’asfodelo e verbasco? Potrete tastarle il succoso labbro inferiore, rosso e spaccato nel mezzo, e scrutare con lei il cielo all’ombra degli arbusti di lentisco. Potrete afferrare il mondo che la circonda fino a che l’alveo di un fiume limpido non vi sembrerà la vostra giovinezza e una cucina buia e spoglia non diventerà per voi l’unica forma tangibile dell’abbandono.

Si è parlato molto di territorialità in merito a Grazia Deledda, non soltanto per la terra raccontata nei suoi libri, ma per le parole, i temi e i personaggi che riflettono la semplicità grezza e concreta del carattere sardo. Le sue storie si somigliano e insieme somigliano alla Sardegna, tanto che i paesaggi e i suoi abitanti vengono da lei cantati con gli stessi versi:


Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.

(Noi siamo sardi, 1926)

A centocinquant’anni dalla sua nascita, rileggere Grazia Deledda può essere un modo per ricongiungersi alla nostra anima primordiale, raccoglierci attorno a un focolare e sigillare un patto con la natura. Leggetela pensando alla sua storia, ispiratevi seguendo il percorso autodidatta di una donna che si è emancipata per il desiderio di sapere e di raccontare, fino a raggiungere il più solenne dei riconoscimenti letterari: il premio Nobel. Leggetela perché fu sminuita dagli uomini del tempo e chiamata “illetterata”, ma senza che ciò scalfisse la sua dedizione a realizzare un sogno tanto semplice quanto grande: creare una letteratura interamente sarda.

Leggete Grazia Deledda se anche voi, da bambini, avreste inseguito i pastori sulle colline per farvi raccontare storie di cercatori di nuraghe e di banditi.

Cosima, non solo Grazia

Il 27 settembre 1871, nel cuore della Barbagia, nacque Maria Grazia Cosima Damiana Deledda. Recandosi a Nuoro, ancora oggi è possibile visitare la sua casa (Museo Deleddiano) curata dall’Istituto Etnografico di Sardegna (ISRE). I diversi ambienti sono allestiti seguendo le descrizioni del romanzo autobiografico Cosima, quasi Grazia (1936), i cui estratti sono esposti nelle diverse stanze per guidare la visita. Se volessimo per un momento cedere al desiderio di conoscere la personalità di Grazia Deledda, prescindendo dal suo stile narrativo, questo romanzo diventerebbe allora il suo scritto più importante. In Cosima ci è permesso di guardare all’autrice con una lente fabbricata da lei stessa e, con la sua dote di rendere palpabili sguardi, sentimenti e sensazioni, abbiamo l’impressione di intingere le dita dentro una melassa originaria feconda di immaginazione, che dolcemente ci conduce nell’universo dove tutto ha inizio: l’infanzia.

Il personaggio più importante dei primi anni di vita di Grazia Deledda è certamente suo padre: Giovanni Antonio Deledda. Se da un lato è simbolo dell’autorevolezza patriarcale del capo famiglia, dall’altro è anche la persona che esaudisce i suoi desideri di emancipazione: così la riconoscenza trova, per l’autrice, un posto accanto al rispetto dell’autorità. Infatti, non solo il padre le consente di studiare più del normale, ma provvede al suo svezzamento letterario mettendole a disposizione i suoi preziosi volumi, tra cui Les Misérables e Notre-Dame de Paris di Victor Hugo. Sebbene svolga informalmente la professione di procuratore di Nuoro, Cosima ci racconta come lui sia intimamente un poeta, che durante il periodo degli studi a Cagliari rientra va in paese a cavallo con la bisaccia piena di libri al posto del grano.

La tradizione familiare e la letteratura sono i due pilastri su cui germoglia il sogno narrativo della Deledda e su cui si plasma il suo carattere:

“la mia famiglia, composta di gente savia, ma anche di violenti e di artisti produttivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca” (dal discorso per il conferimento al Nobel, 10 Dicembre 1927)

Cosima è una bambina curiosa e il desiderio di sapere le scivola dalle mani e striscia nel mondo intorno a lei come una biscia nell’erba alta: si infila negli ambienti privati dei suoi vicini di casa e insegue i caprai nei campi. Per lei il mondo non è mai noioso o banale e qualsiasi scintilla che possa stuzzicarle la fantasia dona linfa anche alla sua letteratura, che riconosce ben presto come unico scopo di vita. L’istruzione diventa quindi un mezzo sacro, tanto che il suo massimo rappresentante, l’ispettore scolastico, viene da lei chiamato “l’arca santa del sapere”.

Gli anni dell’infanzia sono decisivi per il rapporto che instaura con quello-che-non-sa. Lo sconosciuto diventa qualcosa a cui elevarsi: non è schiacciante, ma un’opportunità di espansione, come succede al pensiero che si allarga di fronte all’immensità del mare.

L’attività letteraria: dalla Sardegna a Roma

A diciassette anni inizia a pubblicare racconti per settimanali, come Sulla montagna (1887) per Il Paradiso dei bambini e Sangue Sardo (1889) per Ultima Moda. Dal 1889 collabora con Vita Sarda, La Sardegna e L’Avvenire di Sardegna, e
scrive la sua prima raccolta di novelle, Nell’Azzurro (1890). In questo periodo comincia a promuoversi inviando lettere spontanee agli editori, in cui dichiara subito la grandiosità delle sue intenzioni:

Sono una fanciulla, posso anche dire un’artista sarda, piena di molta buona volontà, di fede e di coraggio, sono assai giovane e forse perciò ho grandi sogni, ma il più grande è illustrare un paese sconosciuto che amo molto immensamente. […] Avrò fra poco vent’ anni; a trenta voglio aver raggiunto il mio scopo radioso quale è quello di creare da me sola una letteratura completamente ed esclusivamente sarda. (Lettera a Maggiorino Ferraris, direttore di Nuova Antologia, 1890)

La sua ambizione ha tutti i presupposti per incontrare l’interesse dei lettori, specialmente di etnografi, storici e letterati; tutti sono incuriositi da un paese pressappoco sconosciuto, così apparentemente arcaico e barbaro, ma dal fascino quasi esotico. La Sardegna di allora è un mondo sospeso, che di lì a breve si sarebbe dissolto nella modernità sotto gli effetti di una crisi epocale che stava spaccando l’isola tra il mondo contadino e una sempre più intrusiva società moderna.
    

Fotografie di Nuoro e della Sardegna nel primo Novecento, Ilisso, ISRE, 2012.

Siamo alla fine dell’Ottocento, un periodo di grande fermento per la sua città natale: il popolo nuorese insorge contro i proprietari terrieri per l’editto sabaudo che di fatto introduce la proprietà privata. È in questi anni che si forgia una coscienza identitaria barbaricina libera e anarchica, ed è su di essa che sboccia il fermento culturale nuorese a cui contribuisce non solo Deledda, ma anche figure come Sebastiano Satta, Franceso Ciusa e Antonio Ballero. Negli anni a cavallo tra i due secoli, viene coniato per Nuoro l’epiteto “l’Atene dei Sardi”, da lei chiamato: “il paese più colto e battagliero dell’isola”. 

Nel 1899 è tempo di lasciare il paese e partire per Cagliari, dove incontra il suo futuro marito Palmiro Madesani, un funzionario piemontese. Dopo il matrimonio, celebrato a Nuoro l’11 gennaio del 1900, i due si trasferiscono a Roma, dove la Deledda comincia a frequentare artisti, salotti, scrittori, affermandosi nell’ambiente letterario del tempo.

Negli anni romani si divide tra l’impegno di madre e un’intensa attività di scrittura, che vede una vastissima pubblicazione di opere tra cui diciotto romanzi, oltre quattrocento testi di novellistica e alcune prove teatrali. Per la sua crescita artistica saranno particolarmente importanti sia la relazione epistolare con Sibilla Aleramo, con cui condivide la volontà di auto-rappresentazione come scrittrice, sia il sostegno morale e professionale ricevuto dal marito, il quale lascia l’impiego al Ministero delle Finanze per diventare suo agente.

Il 10 dicembre del 1926 Grazia Deledda è la prima donna, e ancora oggi l’unica italiana, a ricevere il premio Nobel per la letteratura. L’evento suscita non poche invidie tra i suoi contemporanei, in particolare tra gli accademici che, capeggiati dal siciliano Pirandello, faticano a digerire che una femmina senza titoli di studio e portavoce di un mondo barbaro e contadino sia la vincitrice del prestigioso premio. I pregiudizi e le svalutazioni, tuttavia, restano circoscritte alla penisola: la Deledda è ormai famosa a livello internazionale per le ragioni che l’Accademia svedese le riconosce al momento della cerimonia. 

Per la sua potenza di scrittrice sostenuta da un alto ideale che ritrae in forme plastiche la vita qual è nella sua appartata isola natale e con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano” (Motivazione per il conferimento al Nobel, 10 Dicembre 1927) 

Grazia Deledda nel dicembre 1927 appena arrivata alla stazione di Stoccolma
per ricevere il Premio Nobel per la letteratura (assegnato l’anno precedente)

Sulla scia del successo, Grazia Deledda pubblica ancora cinque romanzi e altre raccolte di novelle. Il 15 agosto del 1936 muore a Roma. Oggi è possibile visitare le sue spoglie nella Chiesa della Solitudine a Nuoro.

La Barbagia come centro di un discorso universale

Entrando nei romanzi di Grazia Deledda, ci rendiamo conto che le sue storie vanno ben oltre la loro collocazione geografica. Come dirà lei stessa in merito a Cenere (1903), sebbene la vicenda si svolga nel paese che lei meglio conosce, l’intenzione dietro al libro è fornire un ritratto dell’uomo contemporaneo a prescindere dal contesto di riferimento. Il protagonista Anenia, tipicamente sardo nell’impulsività e nell’egoismo, è una personificazione del conflitto interiore dell’uomo con la modernità, con una psicologia complessa tessuta di contraddizioni e indecisioni.

Il cuore pulsante del romanzo è la sua ricerca della madre Olì dopo averne subito l’abbandono. Il protagonista vive la sua giovinezza con un costante senso di colpa dovuto alle sue origini umili e al rifiuto materno; verso di lei nutre sentimenti che si alternano tra il
disprezzo e la brama di ritrovarla. Compiendo il suo viaggio prima verso Cagliari e poi a Roma, Anenia percorre un itinerario simbolico del distacco, che lo conduce a una liberatoria presa di coscienza: solo quando sarà lui a stabilire la separazione e ad abbandonare, sarà anche pronto a un ricongiungimento con la madre e con la terra natia.

I temi trattati nei romanzi della Deledda esulano, così, dal mondo chiuso barbaricino d’inizio Novecento e assumono una valenza universale. La sua può sembrare una narrazione arcaica, di tradizioni perdute o faide secolari, ma ci si accorge ben presto che i suoi personaggi hanno la forma dei caratteri, ma la consistenza dei sentimenti. È infatti preciso intento dell’autrice raccontare
quanto i sardi siano un popolo dalla grande  potenza sentimentale, “primitivo”, poiché incapace di impedire che le passioni prendano il sopravvento sulla ragione. Sono la rabbia, la vendetta, la compassione a orchestrare le mosse e le vicende dei protagonisti, ed è in questo modo che l’universo deleddiano ancora oggi ci può risultare così vicino, fino a farci rendere conto che, forse, in una qualche maniera, addirittura ci somiglia.

Scolpiti dal vento

Su una scogliera in Gallura, durante una giornata di Maestrale, una volta pensai che la prolungata esposizione al vento possa essere responsabile della nostra tempra, impulsività e ostinazione. Quando vediamo le raffiche scagliarsi sull’isola con tutta la violenza possibile, risalta l’irriducibilità delle coste rocciose di sottomettersi. Così, l’attitudine dei suoi abitanti di non rassegnarsi alla forza del destino è il messaggio eterno dei suoi romanzi. L’impulsività va di pari passo con la perseveranza, e questa è ben rappresentata dal rapporto tra il vento e la natura che fa da sfondo a romanzi come Canne al vento (1913).

Una metafora domina tutto il libro: quella delle canne a cui, per evitare di spezzarsi, non resta che piegarsi di fronte alla sorte – il vento. Rileggere Canne al vento è una buona maniera per conoscere il significato della parola lealtà: quella di Efix, servo delle dame Pintor, mosso da un’eterna fedeltà alle figlie del suo vecchio padrone ormai morto. Efix incarna uno dei valori sardi più condivisi e riconosciuti, sebbene molti anni dopo Michela Murgia, con le parole di un suo personaggio in Chirù (2015) dirà che i sardi non sono fedeli, sono affidabili “perché fedeli sono solo i cani e i carabinieri”. Non è difficile voler bene a chi è affidabile, e sarà commovente e ci provocherà un caldo dolore leggere, e poi pensare, attraverso gli occhi di Efix, a ciò che abbiamo perduto.

Tutto aveva una dolcezza di ricordi infantili, di cose perdute da lungo tempo, da lungo tempo piante, desiderate e poi dimenticate e poi finalmente ritrovate quando non si ricordano e non si rimpiangono più.

L’emancipazione tra amore e potere

Avendo vissuto in prima persona le difficoltà per la conquista legittima dei suoi diritti, un altro grande tema caro all’autrice è, in un’ottica femminile, il potere: quello ottenuto ed esercitato, non ereditato o ceduto. Moglie di un uomo che mise da parte la sua carriera perché credeva profondamente nelle sue qualità, per lei la rivincita delle donne non può non passare attraverso l’amore, che avviene sotto le spoglie di Marianna Sirca (1915).

Giovane eroina moderna, Marianna Sirca non solo vuole comandare e pronunciarsi sulla sua eredità, ma soprattutto disobbedire alla famiglia e disattendere le aspettative di sposare il ricco Sebastiano, per unirsi all’uomo che veramente ama, Simone Sole, che non solo è povero, ma anche un bandito. Quello al centro del romanzo non è l’amore romantico e sublime, ma l’amore che diventa fardello pesante e ci rende inermi: l’unico potere a cui non possiamo ribellarci e di fronte al quale non ci resta che soccombere.

E rimaneva immobile, le pareva di avere un legaccio ai polsi, una catena ai piedi; passassero pure gli anni, non si sarebbe mossa, perché il legaccio era lui, l’amore era lui. Questo era dunque l’amore: affanno nascosto nel più profondo del cuore, e schiavitù a quest’affanno. Eppure, era dolce addormentarsi così, legata, col proprio segreto entro il cuore.”

Nel romanzo, il fallito tentativo di emancipazione di Marianna Sirca rivelano la critica sociale dell’autrice: le espansioni cariche di sentimenti infatti finiscono per soccombere davanti alle convenzioni classiste.

La sacra disobbedienza

Se ci spostiamo per un momento in Inghilterra, negli anni Venti, il poeta e drammaturgo D. H. Lawrence sta conducendo una lotta contro il puritanesimo europeo e anela a un ricongiungimento con la condizione ideale di mistica comunione con l’universo. Questo lo porta a interessarsi a Grazia Deledda e in particolare al romanzo La Madre (1920), che le consegna definitivamente il successo internazionale. Trattando un tema di rilevanza secolare, La Madre parla dell’infinita piccolezza dell’umanità di fronte alla grandezza della fede e della tentazione, della salvezza e del male.

La storia narrata è quella di Maria Maddalena, la madre di un giovane parroco, Paulo, che tradisce i suoi voti per amore di una donna, Agnese, ma vive nell’indecisione di una scelta definitiva tra lei e Dio. In un’atmosfera quasi apocalittica, sotto un cielo perennemente plumbeo, la storia si ambienta in un paese immaginario, arroccato sulle montagne sarde: il paese di Aar. L’angoscia e il tormento dominano sia il parroco, per la scelta da compiere, che la madre, lacerata dalla preoccupazione per il figlio e per la sua anima smarrita al cospetto della Provvidenza. La distruzione che incombe sulle vite di entrambi viene annunciata in apertura del romanzo da una metafora dove, ancora una volta, la sorte è il vento.  

Si sentiva solo, di fuori, il rumore del vento accompagnato dal mormorio degli alberi del ciglione dietro la piccola parrocchia: un vento non troppo forte ma incessante e monotono che pareva fasciasse la casa con un grande nastro stridente sempre piú stretto, e tentasse di sradicarla dalle sue fondamenta e tirarla giú.”

Un regno ininterrotto di fatalismo e immortalità

Leggendo le storie di Grazia Deledda in chiave esistenziale, sembra che la scrittrice non concepisca il libero arbitrio. Secondo lei esistono piuttosto delle forze universali che dominano la vita e le nostre azioni da millenni prima di noi, le stesse che fanno crescere l’elicriso sui sentieri rocciosi, che scalfiscono le pietre e guidano la nebbia sopra i boschi azzurri. Le stesse forze conducono Olì, Anenia, Efix, Marianna Sirca e Maria Maddalena nel loro percorso. Elemento comune a tutte queste storie è il finale, che si consuma in una morte pacifica: un rimando simbolico all’ineluttabilità del nulla. Una fine senza ambiguità, che consente ai personaggi di espiare ogni colpa, ogni debolezza terrena, con un lieve passaggio verso l’eternità.

Così, con la sua opera, Grazia Deledda ci ha donato tanti piccoli amuleti, trame e personaggi intrecciati attorno al proprio centro come le note spirali in filigrana sarda, da una mano paziente dotata della cura degli artigiani e della solennità di chi tramanda qualcosa di immortale. In un’epoca come la nostra, che richiede spietatamente ipervelocità in ogni gesto e prestazione, leggere – o rileggere – queste storie è un invito a riconquistare la lentezza, forse vagando per i monti interpretando la natura, o sedendoci su una scogliera a interrogare il cielo.

“Siamo il regno ininterrotto del lentisco,
delle onde che ruscellano i graniti antichi,
della rosa canina,
del vento, dell’immensità del mare.

Siamo una terra antica di lunghi silenzi,
di orizzonti ampi e puri, di piante fosche,
di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.

Noi siamo sardi.