Un mondo in bianco e nero | INDOCILI #4

Un mondo in bianco e nero | INDOCILI #4

di Virginia Marcolini

Per il quarto appuntamento della sua quarta stagione, INDOCILI porta in sala due film italiani che raccontano il mondo oltre i confini nazionali. Al cinema Beltrade martedì 25 marzo (H22:00) saranno ospiti la regista di Majonezë Giulia Grandinetti e Tommaso Santambrogio, autore di Taxibol. L’evento, organizzato come sempre dall’associazione Tafano, sarà in collaborazione con MUBI e vedrà la partecipazione di Alessandro Del Re (senior programming manager della piattaforma) durante la masterclass gratuita al bar Rondò prima della proiezione (H 20:00). 

Apparentemente diversi ma allo stesso tempo affini per la sensibilità politica e la fotografia monocromatica, i due film mettono in mostra le profonde ferite che segnano gli abitanti di un Paese in cui regnano disparità e oppressione. 

MAJONEZE 

Icone claustrofobiche e sguardi asfittici sanciscono l’inizio di Majonezë, di Giulia Grandinetti, presentato alla scorsa edizione del festival Alice Nella Città. Il funerale allegorico a cui assistiamo è quello di Elyria, una ragazza di sedici anni forzata dal padre e dalla famiglia al rispetto di regole rigide e opprimenti. 

Il film è ambientato a Ersekë, Albania, dove il paesaggio è aspro e i visi profondamente segnati. In un’essenzialità quasi minimalista dei dialoghi è il bianco e nero a parlarci, spigoloso, e a pungolare implacabilmente la realtà. Attraverso un occhio che indaga nelle viscere dei personaggi e dell’ambiente con cui dialogano, e che al contempo ne constata la fredda ostilità, ci immergiamo nel processo di emancipazione della protagonista. Rispetto a una violenza maschile urlata e vuota, la sua forza dirompente si insidia, viene covata nella quotidianità per poi erompere colorata e catartica. 

TAXIBOL

Taxibol di Tommaso Santambrogio è il viaggio in taxi di Lav Diaz, che interpreta se stesso, e Gustavo, un tassista cubano, tra racconti di vita personale, politica e cinema.

Non solo veicolo ma anche soggetto della narrazione, il topos del taxi, come spazio che attraversa luoghi ed esistenze diventa in Taxibol anche culla del legame tra Lav Diaz e Gustavo, la cui familiarità cresce nel viaggio nonostante la distanza culturale, distruggendo la torre linguistica di Babele. Tra campi e controcampi e la città che si intravede sullo sfondo, Lav Diaz svela a Gustavo il vero motivo per cui si trova a Cuba: stanare e uccidere il misterioso ex generale Juan Mijares Cruz, fuggito dalle Filippine al termine della dittatura di Marcos. Da questa confidenza ha inizio la seconda parte del film, distante dalla prima, ma con essa intrinsecamente comunicante. È nella staticità glaciale e contemplativa che il regista ora immagina l’esistenza quotidiana del generale fascista, interpretato da Mario Limonta, nella sua sibilata spietatezza, rituale e solitaria. 

Il suono, nella prima parte, e il silenzio, nella seconda, acquisiscono un ruolo determinante all’interno di entrambi gli archi narrativi. Dal serrato dialogo tra Lav Diaz e Gustavo, a cui l’irrequieto traffico cittadino fa da sottofondo, si passa al silenzio immobile, sospeso, in cui aleggia Juan Mijares Cruz nella sua villa-esilio. È proprio da questi antagonismi formali e sostanziali, infatti, che nel film emerge una tensione dialettica pervasiva: tra la prima parte della narrazione e la seconda, tra il contesto storico-politico cubano e quello filippino, e tra le profonde contraddizioni che convivono nella stessa Cuba. Lo sguardo, in un granulare bianco e nero, riesce a cogliere le sfumature complesse del reale, a farle interagire, anche violentemente, per poi masticarle e restituircele, innescando una riflessione sulle ferite del passato, sui processi di colonizzazione e sulla ristrutturazione del potere.