Ricordi d’amore – Chantal Akerman e Carolee Schneemann ad Archivio Aperto 2024

Ricordi d’amore – Chantal Akerman e Carolee Schneemann ad Archivio Aperto 2024

Dal 23 al 27 ottobre 2024 si terrà a Bologna Archivio Aperto, festival dedicato alla pellicola in piccolo formato organizzato dalla Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia. 

The Art of Memory è il titolo di questa XVII edizione – e la memoria, come ogni arte, si allena: praticandola si può sprofondare sempre di più nelle emozioni che le immagini rievocate trattengono a sé. Da sempre il favorito per le pratiche di annotazioni della propria vita quotidiano-affettiva e per le sperimentazioni cinematografiche, il piccolo formato è il mezzo filmico privilegiato come palestra in cui attivare ricordi e ritrovare nei sentimenti altrui qualcosa dei nostri.

Tra workshop, dibattiti, installazioni, sonorizzazioni e film in e fuori concorso, che animeranno in quei giorni il capoluogo emiliano, troviamo le storie sperimentali di Chantal Akerman – che apriranno ufficialmente le proiezioni del festival mercoledì 23 ottobre alle 19.30 al Cinema Modernissimo di Piazza Re Enzo – e quelle di Carolee Schneemann – in programma venerdì 25 ottobre alle 22.30 all’Ex Chiesa di San Mattia con una proiezione in pellicola 16mm: due artiste apparentemente molto diverse nella forma, accomunate dalla capacità di sperimentare con le possibilità espressive della pellicola e della narrazione per restituirci il loro punto di vista di artiste e donne sul mondo. 

Siamo intorno al 1967: Akerman gira quattro cortometraggi di ingresso all’INSAS (Istituto nazionale superiore delle arti dello spettacolo di Bruxelles) dopo essere rimasta folgorata dalla settima arte grazie alla visione di Pierrot le fou di Godard; Schneemann, artista che al tempo contava già una decina di anni di carriera alle sue spalle, tra il 1964 e il 1971 realizza due cortometraggi, Fuses (1964-1967) e Plumb Line (1968-1971), in risposta ad altrettanti lavori dell’amico Stan Brakhage dalla prospettiva smaccatamente patriarcale.

Chantal Akerman – Prove generali.

 

8mm in bianco e nero, muti, sono stati girati a Bruxelles e a Knokke, località balneare belga. Sono immagini essenziali, pulite, come lo saranno quelle che caratterizzeranno i suoi lavori, a partire dal primo cortometraggio Saute ma ville dell’anno successivo. A guardarli si ha sempre il senso della spontaneità: dalle luci notturne e frenetiche della Foire du Midi ai momenti passati con l’amica Marilyn Watelet mentre si pettina o mentre stanno entrando insieme in quello che era il vecchio museo del cinema della città, fino ad arrivare al dittico finzionale in cui una ragazza, la stessa Marilyn, gira per i negozi di Knokke. Il suo ingresso nel cinema ha già in sé quello che la caratterizzerà in futuro in quanto autrice: il realismo teso fino alla visione pura; l’uso non narrativo del linguaggio cinematografico; l’energia femminile – più recettiva che attiva – insita nella scelta di togliere il conflitto, così da creare uno spazio in cui accogliere il senso di intimità di cui le sue immagini sono pervase; una marginalità visiva che rifugge il sensazionalismo e che trae la propria potenza proprio da questa sottrazione. I nuovi codici e le nuove parole che qualche anno dopo si sarebbero ricercati e riusati per una nuova avanguardia femminista, a cui i suoi film avrebbero dato un impulso fondamentale, in qualche modo erano già presenti, in forma seminale, nei suoi esami sostenuti a soli 17 anni. 

Tra il 1971 e il 1973 Akerman visse a New York, dove ebbe modo di apprezzare il cinema sperimentale statunitense, tra cui anche quello di Stan Brakhage, di cui però non appare neanche un titolo nella lista dei suoi 45 film preferiti di sempre.  

Carolee Schneemann – riprendersi la narrazione.     

Fuses e Plumb Line sono i primi due lavori che che compongono la trilogia autobiografica (l’ultimo, Kitch’s Last Meal, 1973-1978, documenta la vita quotidiana del suo gatto fino alla morte) e si configurano in qualche modo come risposta ad altrettante opere dell’amico e artista Stan Brakhage, Window Water Baby Moving e Cat’s Cradle (1959). I film di Brakhage raffigurano la donna come l’oltremodo stereotipato angelo del focolare, sempre ancella rispetto all’uomo, anche nel momento del parto: scrive nelle sue Notes on Fuses nel 1971: 

«Il film di Stan Brakhage sulla nascita del suo primo figlio, Window Water Baby Moving, è stato fatto con e di sua moglie, Jane. Comunque, si trattava dell’autenticazione maschile dell’atto primordiale di vita esclusivo delle donne, il risultato delle nostre realtà sessuali sottese, che rimangono nascoste: un oscuro mistero genitale invece del centro luminoso della nostra espressione di vita». (Trad. mia) 

Fuses è quindi una raffigurazione dell’amplesso con il marito di allora James Tenney in cui entrambi i corpi umani sono presentati in maniera totalmente paritaria: a volte ridotti a macchie astratte di luce e colori, a volte indagati nei loro dettagli genitali, pene e vagina, giustapposti consequenzialmente e guardati con gli stessi occhi, affinché il pubblico possa prendere atto dei diversi approcci alla stessa questione, l’organo riproduttivo, semplicemente cambiandone il sesso. 

«Dopo una delle prime proiezioni di Fuses, una giovane donna mi ringraziò per il film. Disse che non aveva mai guardato i suoi genitali, mai visto quelli di altre donne, che Fuses le ha permesso di provare la sua curiosità sessuale come qualcosa di naturale, e che ora pensava di poter cominciare a sperimentare la propria integrità psichica and that she now thought she might begin to experience her own psychical integrity nei modi che desiderava. Era il 1967». (Trad. mia)

In Plumb Line Schneemann restituisce la dissoluzione dell’amore e del matrimonio con James, un complesso lavoro di filmati in 8mm ripresi di nuovo in pellicola 16mm, per essere poi manipolata come un pittore farebbe con la tela: non è un caso che l’artista si sia da sempre definita come prima cosa una pittrice. Qui, più che in Fuses, all’opposto dell’essenzialità di Akerman, graffi, bruciature, pitture, riempiono l’immagine, si rincorrono fotogramma dopo fotogramma, arrivano alla dissoluzione della materia stessa del film, facendo prendere fuoco la pellicola sotto i nostri occhi.  

Ricordi d’amore.

La memoria, dicevamo, è un’arte che ci permette di scavare sempre più dentro di noi, anche attraverso quella altrui. Dopo aver messo i lavori di Chantal Akerman e Carolee Schneemann in fila, ordinatamente, uno dopo l’altro in modo totalmente arbitrario, mi sono reso conto che potremmo leggere questi lavori come un unico, grande ricordo collettivo di un amore femminile, che inizia potente proprio come succede a Chantal dopo la visione di Pierrot le fou, e si sviluppa in una sessualità passionale e consenziente, priva di qualsivoglia giudizio etico morale nei confronti del corpo che ne è il centro, per poi finire, spegnersi come una pellicola di cellulosa che finisce di ardere per lasciare lo spazio a quello che arriverà più avanti. Chissà se anche noi vedendola, potremo ritrovarci qualcosa di nostro.          

Alessio Chiappi