Dalla notte dei tempi consegnavamo i nostri sogni al mare, alla terra, al cielo.
Durante l’ultimo Carbonia Film Festival, chiusa nel buio della sala in occasione della giornata dedicata ad autrici e autori sardi, mi sono ritrovata ad assistere alla sorprendente proiezione del corto documentario Eréntzia della giovane regista Giulia Camba.
Attraverso un’immersione totale e coinvolgente nella materialità degli elementi naturali – l’acqua, il cielo, la terra – il film trasporta lo spettatore in una dimensione che è difficile definire se sia di realtà o di sogno, accompagnandolo alla scoperta delle radici dell’artigianato e dei lavori manuali tipici della Sardegna. In quindici minuti di sapiente montaggio di materiali d’archivio – reperiti presso la Società Umanitaria Cineteca Sarda – e immagini realizzate ex novo, una bambina senza nome conduce in un viaggio nella memoria che è insieme del territorio e delle persone che lo abitano.
Autrice, oltre ad Eréntzia, dei corti documentari Sovrappensiero e Ausonia e del corto fiction Oplà (ancora in fase di post-produzione), Giulia Camba porta nel suo lavoro artistico un ibridismo di tematiche e linguaggi che affronta il rapporto tra immagine e memoria e il legame tra uomo e natura.
Dopo il nostro incontro a Carbonia, è nata questa intervista.

Eréntzia
Come è nato e come si è sviluppato il tuo rapporto con l’immagine e in particolare con quella in movimento?
Mi sono avvicinata all’immagine da piccolissima, perché a casa mia c’era mio nonno che era un po’ un artista mancato: passando tanto tempo con lui sono sempre stata esposta all’arte, all’immagine e anche al disegno. Il mio approccio all’immagine da una parte è sicuramente istintivo, ma dall’altra deriva dalla mia educazione familiare.
Una volta cresciuta mi sono avvicinata prima di tutto alla fotografia e all’immagine “ferma”, infatti ho anche studiato Arti Visive allo IED di Milano scegliendo fotografia come indirizzo specifico. Poi da lì, in maniera del tutto naturale e inconsapevole, ho iniziato ad approcciarmi all’immagine in movimento e al suono, approdando al festival ISReal di Nuoro. Da quella esperienza ho cominciato a conoscere un mondo, la mia terra, che per me era del tutto nuova dato che ero stata via dieci anni. E sempre da lì ho conosciuto anche il mondo del cinema, per me totalmente sconosciuto da spettatrice.
Quello che mi ha attirato davvero del fare cinema, la cosa più importante, è che è come una medicina palliativa. Ho sempre avuto questa esigenza, assolutamente inverosimile e irrealizzabile, di vivere mille vite, di essere mille persone diverse, sia nella sfera privata che nella sfera professionale. Poi ho razionalizzato che questo desiderio non poteva realmente concretizzarsi e quindi il cinema è diventato l’espressione dentro la quale io ho potuto e posso continuare a vivere molte vite. È un processo di continua scoperta che mi ha portato finalmente ad accettare e a dare una forma al mio innato ibridismo.
Tra le diverse tematiche che si intersecano nei tuoi lavori è evidente la suggestione del mondo dell’infanzia.
Per me è molto importante il mondo magico dei bambini, infatti sono sempre presenti nei miei lavori. In Ausonia comparivano come suggestione, come immagini, mentre in Oplà – che per semplificare possiamo definire un corto fiction – la protagonista è proprio una bambina e anche in Eréntzia c’è una bambina che ci accompagna in un viaggio nella memoria. In Sovrappensiero secondo me c’è un mondo magico dell’adulto che ha conservato qualcosa del bambino.
Spesso scherzando dico che sono affetta dalla sindrome di Peter Pan. Dico “scherzando” perché in verità non vorrei ritornare bambina, sto bene nella mia età, però conservo questa fanciullezza, questa voglia di leggerezza, che non è superficialità, ma piuttosto un modo di vivere e di vedere proprio attraverso il pensiero magico dei bambini, quindi con una libertà immaginativa e di sentire in profondità le cose senza nemmeno a volte volerle concettualizzare troppo.

Eréntzia
Altrettanto importante è la tua riflessione sulla memoria e su come l’essere umano ne venga influenzato.
In molti miei lavori, e soprattutto in Eréntzia, torna la memoria o il modo in cui noi esseri umani facciamo funzionare il cervello. In Ausonia per esempio ho lavorato su un luogo che ha vissuto mille vite (un quartiere cagliaritano – che ora non esiste più – nato nel Dopoguerra fra le stalle abbandonate dell’ippodromo, dove trovarono rifugio migliaia di persone rientrate in città dopo la fuga dai bombardamenti del 1943, ndr), facendo una ricerca su tanti racconti molto contraddittori tra loro. In particolare gli elementi che ci interessava approfondire, insieme alla coregista Elisa Meloni, erano proprio questi vuoti di memoria delle persone. Quindi noi abbiamo riempito questi vuoti e queste contraddizioni con quello che noi ci eravamo immaginate. E questo poi corrisponde a un procedimento del cervello umano per cui tendiamo a riempire la nostra mente di ricordi anche fittizi, che siano immaginati o indotti dall’esterno: sono stati fatti molti studi in psicologia sull’innesto del ricordo, con lo scopo di dimostrare quanto la nostra memoria sia labile e manipolabile. E devo dire che questa cosa mi affascina tantissimo, tanto da essere diventata imprescindibile nel mio processo artistico.
Proprio in relazione a questo tema della memoria, ci puoi raccontare di più di Eréntzia, il tuo ultimo lavoro edito che ha da poco vinto la menzione speciale all’ultimo Andaras Traveling Film Festival?
Anche su Eréntzia ho lavorato sulla memoria: sulla memoria del territorio, sulla memoria dei gesti, su quello che rimane di questa negli oggetti. E ci ho lavorato cercando di vivermi tutto il processo come un viaggio. Un viaggio di una bambina che dal passato riceve delle suggestioni e dei racconti, simboleggiati da una conchiglia, come se attraverso di essa lei ritrovasse i ricordi di altre persone.
Nella lavorazione del film ho cercato di agire e di esprimermi seguendo il modo in cui io stessa sento le cose, un modo istintivo e che si ricollega alla mia parte bambina. Importantissimo per me infatti è anche l’aspetto sensoriale e per questo ho fatto anche un grande lavoro sui suoni, spesso ricreandoli da zero per quanto riguarda quelli relativi ai materiali d’archivio. Ѐ stato un lavoro molto impegnativo anche dal punto di vista dell’immaginario, dato che spesso nel film sono inseriti suoni che non hanno per forza a che fare con ciò che si sta guardando, ma più che altro con la sensazione percepita che quelle immagini emanano attraverso ciò che rappresentano.
Quando noi pensiamo alla memoria condivisa, ci viene da pensare in automatico a certe sensazioni e proprio a certi gesti: la percezione dell’acqua e del vento sulla pelle, tutti gli elementi primari costitutivi della materia che poi diventano persone, animali e oggetti, come nel caso dell’artigianato.

Ausonia
Nei tuoi lavori utilizzi anche moltissimi materiali d’archivio che, nel tuo modo di utilizzarli, riescono a generare una nuova storia amalgamandosi perfettamente e fluendo con le immagini girate direttamente da te.
Io l’archivio lo adoro perché è sempre una scoperta e permette di trovare il proprio sguardo nello sguardo di qualcun altro. Inoltre è meravigliosa la possibilità di riutilizzo infinito di queste immagini: dando lo stesso materiale di partenza a dieci persone diverse, alla fine usciranno fuori dieci reinterpretazioni completamente diverse.
Quello che ho cercato io in questi archivi sono stati dei materiali che potessero amalgamarsi con le immagini che io avevo girato ex novo. E alla fine la ricerca d’archivio per Eréntzia è stata sì funzionale per riuscire a trovare del materiale che raccontasse l’artigianato sardo, ma anche soprattutto per trovare delle immagini più intime, che rappresentassero il legame degli oggetti con le storie delle persone, con i gesti e con le sensazioni.
Poi tutto quello che va a costruire il testo che accompagna il film, letto dalla voce narrante di Michela Atzeni, si collega alle persone che hanno fatto questi lavori di artigianato per tanti anni e magari da generazioni, fino a diventare un vero e proprio atto meditativo e un momento di coscienza del sé.
Ci racconti anche di Oplà, il tuo primo film di fiction ora in post-produzione?
Quello che sto cercando di fare ora con Oplà è creare una storia che sentivo il bisogno di raccontare per esperienze più o meno dirette, che è la crescita interiore di una bambina che ha subito in qualche modo, come tutti i bambini, dei traumi con cui deve fare i conti. E mi interessava soprattutto il mondo “magico” in cui si elaborano queste esperienze.
Quindi un po’ mi interessa raccontare un momento, più che una storia che inizia e si risolve (o non si risolve). Un momento di elaborazione che diventa quasi fuori dal tempo. E anche qui ritroviamo il pensiero magico del bambino e la dimensione del ricordo.
Quello che io spero di riuscire a riportare nel film in modo autentico, e che è molto difficile da rendere, è l’incontro del ricordo di un’adulta e lo sguardo della bambina che è stata, che avviene in un istante e allo stesso tempo in un’estate intera.

Oplà
Quali sono le maggiori differenze che hai riscontrato nel lavorare a un film “di finzione” rispetto al documentario di creazione?
Mi ricollego a un discorso che è fondamentale per me, come ti ho già detto, che è quello dell’autenticità, che io ricerco sempre, sia nel fare documentari sia nel produrre opere “di finzione” come in questo caso. Il documentario sotto certi aspetti è fantastico perché spesso capita di riprendere anche situazioni inaspettate.
In generale quando filmo entro sempre in un vero e proprio stato di trance, quasi un vero e proprio atto meditativo e di lavoro sul mio io, come quello degli artigiani in Eréntzia. E questo mi accade sia quando filmo documentari sia quando produco fiction, anche se con tempi e modi diversi. Nel documentario di creazione riscopro me stessa e gli altri nelle immagini che a volte, anche se sono le mie, quando le guardo è come se fossero nuove, perché ero talmente in un altro mondo quando le stavo girando, che le ritrovo con un altro sguardo. Nella fiction è diverso perché questo lavoro sul mio io lo faccio molto in scrittura, e quando sono lì a girare devo riuscire a rimanere dentro me stessa e dentro quella situazione nonostante le mille fasi di preparazione.
Poi girando Oplà mi è anche capitato, e ne sono molto felice perché è una cosa rara, di riuscire a cogliere e a girare delle situazioni spontanee che non erano presenti nella sceneggiatura. E voglio continuare a cogliere questa genuinità perché oltre a creare una storia, io creo anche dei rapporti. Infatti per me la cosa più importante sono le relazioni. Quello che mi rimarrà di più di Oplà è proprio la relazione che io ho instaurato con la protagonista, questa bambina pazzesca, e con l’attrice che interpreta la mamma. Questa relazione reale tra loro due, che era giunta a un’intimità davvero profonda, è stata creata per e grazie al film e ha portato i suoi frutti all’interno del film stesso.
Dunque, alla fine, possiamo dire che il filo conduttore del tuo lavoro è una continua ricerca di autenticità?
Assolutamente sì, e questo deriva dal fatto che io in passato sono stata una grandissima bugiarda con me stessa. Diciamo che lo sono stata per la maggior parte della mia vita, quindi ora sto proprio cercando di redimermi (ride, ndr).
In questo senso la parte più dura è proprio accettare me stessa per quello che sono e che anche non vorrei essere. E questa accettazione non esclude comunque una volontà di migliorare, ma mi aiuta a riconoscere e a favorire la mia vera natura e la mia vera essenza di essere umano unico al mondo. Poi in generale ogni essere umano ha bisogno di capire quale sia il suo vero desiderio di essere, al di là delle influenze derivanti da ciò che lo circonda, da che cosa gli hanno insegnato, dalle aspettative sociali.
Ed è proprio questo ciò che vorrei riuscire a trasmettere attraverso il mio lavoro.
Zoe Ambra Innocenti
