Shirley Jackson era una strega. È buffo pensare che la scrittrice americana abbia messo in giro questa diceria su se stessa, forse per anticipare ciò che gli altri avrebbero comunque detto su di lei. Shirley Jackson è una strega, una casalinga e, infine, una scrittrice. Come racconta nel memoir ironicamente intitolato “Fama” che fa da epilogo alla raccolta Un giorno come un altro, è quasi impossibile per lei farsi ascoltare dall’anziana giornalista del quotidiano locale che le telefona per intervistarla sul suo primo romanzo, di fatto più interessata a informare il vicinato che Mrs Hyman – questo il suo nome da sposata – viveva con la famiglia nella vecchia casa Thatcher.
La fama, in effetti, non l’ha mai davvero raggiunta in vita, e solo dopo molti anni dalla morte la scrittrice è al centro di una riscoperta, anche grazie alla biografia A Rather Haunted Life (2016) di Ruth Franklin, al film Shirley (2020) di Josephine Decker con Elisabeth Moss e, in Italia, alle edizioni Adelphi. Anche oggi, però, la sensazione è che il parlare di Jackson si costruisca sempre intorno agli stessi elementi di un tempo: strega, casalinga, scrittrice dalla fantasia sadica.
Per quanto sia affascinante la vita di un’autrice che si è sempre mantenuta in bilico tra sfera privata ed esistenza creativa, laddove l’una si perde nell’altra, rimaniamo dell’idea che alla biografia delle scrittrici donne venga richiesto di più di quanto non valga per i colleghi uomini. La ricerca nella storia privata di Jackson delle fonti della sua ispirazione che da più parti è stata portata avanti, con un’eco maggiore dell’opera stessa, pone diverse questioni: non vale così per tutti? Leggendo La strada di Cormac McCarthy – la cui vita è avvolta da un alone di mistero – dobbiamo per forza chiederci quale sia il rapporto con suo padre a giustificare ciò che scrive? Ci serve davvero sapere che Jackson avesse una madre-matrigna per apprezzare le erinniche figure femminili dei suoi romanzi? O che scriveva tra una faccenda domestica e l’altra per non morire di noia per capire le fughe soprannaturali dei suo personaggi?
L’associazione con la figura della casalinga degli anni ‘50 à la Betty Friedan e la deduzione che la forza delle protagoniste femminili e dell’orrore domestico descritto da Jackson derivi dalla sua condizione di vita è sicuramente riduttiva – per una donna che oltretutto manteneva se stessa e la famiglia scrivendo racconti per le riviste, era sposata con un professore universitario e frequentava un certo ambiente bohémien. Non tutti gli impiegati diventano Kafka, e per quanto la sua opera sia permeata anche della sua esperienza di vita siamo disposti a considerarla monumentale a prescindere da questo.
La biografia aiuta a comprendere un contesto e a disegnare il quadro generale in cui si muove l’autore, ma nel caso di Jackson rischia di distogliere l’attenzione dal suo contributo letterario e dalla capacità di scavare non solo nello spirito del tempo – come non pensare al fatto che abbia vissuto due guerre mondiali e la bomba atomica leggendo la fine del mondo ne La meridiana – ma anche nelle profondità dell’animo dell’uomo come singolo e soprattutto come essere sociale e collettivo.
Nel riscoprire una voce che ha dato forma alle inquietudini e alle stranezze che adombrano le vite più ordinarie, non vogliamo esimerci da qualche cenno biografico, ma intendiamo soprattutto mettere in luce lo stile, la lingua tagliente, brillante e oscura di un’autrice dalla singolare ironia e invitarvi alla lettura di alcune delle più significative opere da lei prodotte, in un percorso ideale che si addentra al centro della sua poetica di crudele bellezza.

Da dove iniziare se non conosco la sua opera?
La lotteria (The lottery) è un ottimo modo per entrare in confidenza con Shirley Jackson. Racconto breve pubblicato sul New Yorker il 26 giugno 1948, ha suscitato immediato scalpore, inondando di lettere la redazione della rivista. I commenti indignati definivano il racconto di Jackson “oltraggioso”, “gratuitamente crudele”, “perverso”. Di tutte le lettere ricevute, come disse lei stessa, solamente tredici erano di apprezzamento, e provenivano principalmente dai suoi amici. Il resto dei commenti andava dallo sbigottimento alla richiesta di dettagli sulla pratica tribale della lotteria, che molti credettero vera. Oltre ad essere il suo più celebre racconto, sintetizza alla perfezione temi a lei cari – come l’esistenza pigra e bigotta dei piccoli villaggi, la tradizione e la ritualità, il sacrificio di chi è più debole nel tessuto sociale – nonché la struttura narrativa e le scelte stilistiche che caratterizzano l’intera sua opera.
Estate. In una piccola cittadina fervono i preparativi per una festa, i paesani brulicano per le strade, ognuno immerso in una diversa occupazione. Dal quadro generale, quasi brugheliano, si passa al dettaglio della lotteria al centro dei festeggiamenti. Quale sarà il destino del vincitore della lotteria? È nel linguaggio quotidiano, quasi frugale, seppure sempre preciso al millimetro, che si nasconde il cuore dell’orrore jacksoniano. Senza preparare il lettore, la scrittrice dipinge una scena apparentemente insignificante, per sferzare un colpo di scena finale che ribalta le premesse iniziali secondo uno schema che diventerà un modello per il genere orrorifico in letteratura quanto nel cinema.

Mi piacerebbe leggere un classico.
L’incubo di Hill House (The Haunting of Hill House, 1959) è senza ombra di dubbio un capolavoro della letteratura gotica, da cui hanno tratto due film (Gli invasati, 1963; Haunting – presenze, 1999) e una serie (The Haunting: Hill House, 2018) – il primo dei quali firmato dal celebre Robert Wise, che ha saputo restituire l’ambiguità di fondo della storia.
Eleanor Vance si reca a Hill House per prendere parte alla ricerca del professor Montague, antropologo interessato ai fenomeni paranormali, dove incontra altri che come lei hanno accettato di aiutare il professore. Dovranno vivere nella casa per tutta l’estate e prendere nota di ogni eventuale stranezza – chissà perché i custodi, il signore e la signora Dudley, sono così scrupolosi nel lasciare Hill House prima del tramonto? Quella casa, “che sembrava aver preso forma da sola”, è davvero infestata come dicono o sono le impercettibili distorsioni architettoniche che la caratterizzano a portare alla follia i suoi abitanti?
Non è possibile stabilire con certezza se si tratti della ragione dell’architettura o della follia dell’infestazione fantasmagorica. Ciò che si sa è che Hill House è un “luogo non adatto agli uomini, né all’amore, né alla speranza”. Per sua stessa struttura ostile, la casa è lo specchio di quelle villette con giardino, dove dietro le eleganti facciate si annidano violenze più o meno subdole che annacquano i confini tra realtà e soggettività.

Mi affascinano le indagini psicologiche sulla malattia mentale
Considerato un romanzo minore dell’autrice, stroncato dalla critica del tempo, che lo definì incoerente e poco leggibile, Lizzie (The Bird’s Nest, 1954) è un viaggio appassionante e claustrofobico nella psiche frantumata della protagonista. Oggi giustamente rivalutato.
Seduta alla sua scrivania lì all’ultimo piano, nell’angolo più occidentale, giorno dopo giorno Elizabeth rispondeva alle lettere che offrivano al museo raccolte di fiori pressati o vetusti bauli da marinaio riportati dal Catai. Non è dimostrato che il suo equilibrio personale venisse alterato dalla pendenza del pavimento, né si potè dimostrare che fosse stata lei a svellere il palazzo dalle fondamenta; è innegabile tuttavia che l’uno e l’altro cominciarono a smottare all’incirca nello stesso periodo.
Tra queste poche righe magistralmente costruite, tratte dalle prime pagine del romanzo, è già possibile intravedere la portata innovativa di Shirley Jackson: l’ordinarietà del quotidiano di Elizabeth – e cosa meglio di un museo può dare l’idea di una vita uguale a se stessa, che tiene il conto dei giorni che passano dalla polvere che si deposita sugli oggetti? – non è sconvolta da un fantasma o un vampiro, ma dalla sua stessa psiche. Il Disturbo Dissociativo dell’Identità è reale, com’è stata reale Chris Costner Sizemore a cui fu diagnosticato il DDI proprio negli anni ‘50, e spiegabile al pari del crollo di un museo – si dice che avessero posizionato nell’ala ovest reperti bellici troppo pesanti. Se nel canone gotico l’architettura conferma il fantastico, nell’opera di Jackson sono in conflitto tra loro.
Lizzie è un’opera angosciante, tra le prime a restituire i terrificanti effetti di questa condizione, il senso della disgregazione esistenziale: Elizabeth non esiste più nel suo tutto ma solo nei suoi diminutivi come Bess o Betsy o Beth, ovvero manifestazioni dei singoli aspetti della personalità. La ciliegina sulla torta è l’ironia sferzante con cui ritrae il contesto borghese del tempo.

Cerco piccole storie di quotidiana crudeltà
Poco dopo la morte prematura di Shirley Jackson nel 1965, venne spedita a casa Jackson-Hyman una scatola contenente dei suoi racconti mai pubblicati. I figli Laurence e Sarah integrarono questo materiale con altre storie uscite su vari periodici e fino ad allora mai antologizzate. Nel 1995 pubblicarono Just an Ordinary Day, raccolta divisa in due sezioni, Unpublished Stories e Uncollected Stories. La prima è uscita in Italia con il titolo La luna di miele di Mrs Smith (2020) e la seconda con il titolo Un giorno come un altro (2022).
La luna di miele di Mrs Smith è un’ottima occasione per scoprire la grande versatilità della scrittura dell’autrice: accanto alle meravigliose storie dell’orrore (come il diabolico La sala da fumo o le due inquietanti versioni di La luna di miele di Mrs Smith) troviamo storie autobiografiche, romantiche e sociali (Gli indiani vivono in tenda è un grottesco e delirante scambio epistolare fra sconosciuti accomunati da una tragica crisi abitativa). Ogni storia è un’indagine della nevrosi che arde sotto le ceneri apparentemente inerti dell’ordinarietà. Anche un fatto banale come restituire un articolo ai grandi magazzini può trasformarsi in un gorgo capitalista senza via d’uscita, come accade ne Il mio ricordo di S.B. Fairchild.
«Le ho scritto diciannove lettere, e non avere quel registratore mi è costato, in tutto, circa quarantacinque dollari, contando anche l’orologio elettrico. Ci sono altri articoli nel vostro grande magazzino che costano quarantacinque dollari per non averli?»
«Attrezzature per ufficio» disse Mr. Fairchild, confuso. «Ottavo piano».
Tratto da Il mio ricordo di S.B. Fairchild
Dagli inediti racconti di questa raccolta passiamo a quelli di Un giorno come un altro, pubblicati su riviste di vario genere dal 1956 al 1968. Ancora una volta si destreggia tra registri differenti, dal comico al grottesco all’orrorifico, componendo ritratti di una varietà di tipi umani e di come questi siano attraversati dalla possibilità del male: l’anziana signora dall’apparenza innocua, gli accudenti vicini di casa, le giovani collegiali. Scene domestiche convivono con storie di fantasmi, riecheggiando situazioni e trovate stilistiche che caratterizzano i suoi romanzi. Jackson racconta le cose parlando del loro contrario – descrive il rumore come assenza di silenzio – e mostra le sottili incrinature che creano il senso del weird e del perturbante: un dettaglio fuori posto in una piccola cittadina ordinaria, ciò che è dove non dovrebbe esserci nulla, ciò che manca dove dovrebbe esserci qualcosa. In fondo la protagonista de La ragazza scomparsa, uno dei più significativi racconti della raccolta, sembra essere l’ombra delle eroine jacksoniane, destinate dalla spietatezza delle regole sociali a una sparizione silenziosa, senza traccia, che assume i tratti di una damnatio memoriae da parte di chi non ha intenzione di salvarle. Così anche loro diventano ciò che non c’è dove ci si aspetta di trovare qualcuno.

Amo le storie che fantasticano sulla fine del mondo
Ho passato molti anni a dubitare di quasi tutto ciò che gli altri mi dicevano. Ma non mi era mai stato chiesto di farmi un’opinione immediata sulla questione dell’annientamento della civiltà.
Tratto da La meridiana
Anche se potrebbe sembrarci un tema limitato alla nostra contemporaneità, quello della fine del mondo è un tema percorso e ripercorso da sempre. Con la sua solita, a tratti quasi irritante eleganza, ne La meridiana (The Sundial, 1958) Jackson non immagina scenari apocalittici di distruzione e devastazione. Anzi, potremmo dire che la fine del mondo per lei è un ricevimento nel giardino di una villa decadente, in cui finalmente gli altolocati abitanti condividono il pasto con i paesani del villaggio. Seguendo uno schema inverso al solito, non dall’esterno all’interno ma dall’interno all’interno verrebbe da dire, ritroviamo una casa isolata, una padrona di casa dispotica con tratti messianici e una famiglia sgangherata di freaks che si prepara all’ultimo giorno dell’umanità – a parte loro, ça va sans dire. Quello che è devastante del romanzo non è tanto la descrizione di questa fine inesorabilmente attesa, ma piuttosto la nostalgia del mondo vista attraverso due giovani donne abitanti della villa, che pur sapendo di essere elette alla salvezza rimpiangono di non aver fatto esperienza di quello che la disincantata Mrs Wilson definisce «un mondo ben perduto, se lo chiedete a me». Non a caso sulla meridiana del titolo campeggia una scritta che recita “Che cos’è questo mondo?”. Il ricevimento finale ricorda vagamente l’orgia prima del mattino de La dolce vita (1960), girato solo due anni dopo l’uscita de La meridiana e con cui condivide un certo lucido disincanto sulla devastazione del presente.

Vorrei sapere di più sull’autrice stessa
Sono stanca di scrivere graziose storielle autobiografiche in cui mi fingo una linda casalinga con un grembiule a fiori, che rimescola appetitose cibarie sulla stufa a legna. Vivo in una vecchia casa umida con un fantasma che cammina rumorosamente in quella stanza in soffitta dove noi non siamo mai entrati (credo che sia murata), e la prima cosa che ho fatto quando ci siamo trasferiti qui è stato disegnare simboli magici a carboncino sulle soglie e sui davanzali delle finestre per tenere fuori i demoni, e in generale ha funzionato.
Tratto da La vera me
Il lavoro paziente e appassionato dei figli Laurence Jackson Hyman e Sarah Hyman DeWitt sull’archivio di Shirley Jackson – conservato nella Library of Congress di Washington D.C. – ha portato nel 2015 alla pubblicazione di Let Me Tell You, distillato nel 2018 da Adelphi con il titolo di Paranoia, una raccolta di scritti fino ad allora rimasti inediti.
Oltre alle quattro inquietanti storie che aprono il volume, sono stati selezionati testi non fiction, che spaziano dalle recensioni (in Un florilegio di florilegi fa una recensione spietata dei critici letterari come suo marito) ai saggi sulla scrittura a cui è dedicata tutta la parte finale (in L’aglio della narrativa rivela qual è l’ingrediente essenziale per dare sapore a una storia ma da usare con parsimonia), agli scritti autobiografici.
Fantasmi, riti magici, foto stregate e teschi umani conservati nel ripostiglio vengono presentati con la stessa ordinarietà con cui illustra il vademecum per godersi a pieno una sana lite di famiglia tra genitori e figli. Perché niente è davvero ordinario nella vita di un’autrice così straordinaria.

Alessio Chiappi e Carlotta Centonze
