Spartivento | Intervista all’autore Marco Piccarreda

Spartivento | Intervista all’autore Marco Piccarreda

Spartivento di Marco Piccarreda, da poco presentato al festival svizzero Visions du Réel e vincitore del Premio Gabbiano per l’innovazione cinematografica alla 40^ edizione del Bellaria Film Festival, è un incontro tra generazioni. Da una parte Rosetta, una nonna anziana che si muove con lentezza, dall’altra Ariele, un nipote vitalissimo e inafferrabile. Due figure che, seppur così diverse, si amalgamano perfettamente nella pigra calura estiva del paesino marino di Spartivento, in Calabria.

Guardando questo piccolo incantevole film, si viene subito avvolti dal blu sciabordante del mare e da una natura rigogliosa, la quale riflette il rapporto di amore e cura della nonna nei confronti del nipote che non vuole e non riesce a rinunciare al suo profondo e incontenibile desiderio di libertà e di incontro con gli altri.

Trasportando gli spettatori tra paesaggi balneari che ricordano le foto di Luigi Ghirri, l’autore è riuscito a rappresentare con grande sensibilità le contraddizioni di una relazione d’amore come quella tra Ariele e Rosetta: la legittima pulsione vitale del nipote verso il mondo esterno si incontra e si scontra con la preoccupazione dell’anziana nonna che ha dedicato a lui tutta la sua vita.

Ne ho parlato con Marco Piccarreda in un assolato pomeriggio a Bellaria.

Qual è stato il percorso che ti ha portato a produrre Spartivento?

Spartivento rappresenta la mia quarta regia. Il mio primo lavoro si chiama CittàGiardino, scambiato per un documentario, ma che in realtà è un progetto ibrido, presentato al festival svizzero Visions du Réel nel 2018. Dopodiché ho lavorato ad altri due progetti di finzione insieme alla sceneggiatrice e filmmaker Gaia Formenti, Creatura dove vai? (2019) e Nascita di un regno (presentato al Torino Film Festival a novembre 2021). I miei lavori nascono innanzitutto da un’esperienza diretta con una persona o con un luogo, in cui tutta la costruzione del film avviene o in solitaria o nel dialogo e nella collaborazione con Gaia, come nel caso dei due film precedenti.

Hai detto che i tuoi film nascono sempre da un’esperienza diretta con persone o luoghi. Quando hai conosciuto Ariele e Rosetta avevi subito pensato di fare un film con e su di loro?

Ho conosciuto Ariele e Rosetta grazie a Gaia Formenti. Devo dire che sono stato subito molto attratto da Ariele sia perché è un essere umano che mi dà, mi insegna e mi incuriosisce tanto, sia perché ho pensato che ci potesse essere un filo rosso con i miei tre lavori precedenti, che sono un po’ un’indagine su questa cosa strana, questo nido di vipere, che chiamiamo “linguaggio”. E allora Ariele mi sembrava un ulteriore tassello, una ulteriore possibilità di sguardo su questo prisma incomprensibile ed enigmatico che è il linguaggio, l’uso della parola e dei suoi significati. È come se le mie fantasie, le mie ossessioni si fossero reincarnate dentro una figura come quella di Ariele che ha qualcosa della sfinge, qualcosa di vitalissimo che però allo stesso tempo ha bisogno di essere capito, decodificato nel profondo. Infatti, conoscendolo nel corso degli anni, ho imparato a muovermi nella sua mappa linguistica che ha un suo senso e ha i suoi codici.

Perché hai deciso di girare proprio a Spartivento?

Normalmente Ariele e Rosetta abitano a Napoli e io li ho conosciuti anche nella loro quotidianità lì, insieme a tutto il resto della famiglia. A Spartivento si poteva godere di una libertà e di una tranquillità (apparente almeno), soprattutto per Ariele, che mi sembravano un valore aggiunto: lì in paese Ariele può andare al mare, seppur sempre accompagnato, può muoversi e godere di una piccola autonomia che in una città così tentacolare e un po’ inquietante come Napoli invece non può avere. E questo è anche il motivo per cui ho deciso di seguirlo stando a Spartivento, un posto che lui ama molto proprio per questo, perché lui sa che lì è più libero e perché sa che ci va in estate, che è un periodo di per sé di spensieratezza.

Il processo di lavorazione del film è nato da quello che tu hai definito un “fallimento”.

Infatti avevo iniziato a girare già qualche estate fa, prima della pandemia. Poi, quando il mio interesse si è focalizzato soprattutto su Ariele, chiedendo chiaramente alla madre e alla nonna il permesso di filmarlo, sono andato a Spartivento. Non so se è stato dovuto al fatto che ho passato un’intera giornata a correre dietro a lui, ma ho avuto una labirintite che ha pregiudicato tutti i giorni successivi di riprese. Quindi quel momento l’ho vissuto un po’ come un fallimento, perché proprio non riuscivo a stare dietro ad Ariele, dato anche il fatto che io giro da solo con una attrezzatura essenziale. Dunque, volendo girare con questa modalità e con questa ambizione, riuscire a riprendere Ariele era impossibile, soprattutto per la sua bellissima prerogativa di essere imprevedibile.

Avevo messo da parte questo materiale “fallimentare” e un anno dopo avevo rifatto delle riprese con la GoPro, affidandola anche a lui, immaginando che, essendo lui al centro e colui che teneva la telecamera, qualcosa sarebbe venuto fuori. Ovviamente però Ariele era più che altro interessato al mare, alle ragazze, a correre, a nuotare. Non aveva nessuna intenzione di prestare attenzione a questa cosa delle riprese e, alla fine, trovo che sia legittimo. Quindi al primo “fallimento” se n’era accumulato un secondo e a quel punto ho messo il progetto nel cassetto, riprendendolo dopo più di due anni per una serie di coincidenze.

Cosa ti ha fatto riprendere in mano il progetto e cosa è cambiato rispetto all’idea iniziale?

Ho ritrovato tutto il materiale e l’ho riguardato, ho riascoltato delle interviste che avevo fatto a Rosetta, che è una persona da una vita ricchissima e con una capacità straordinaria di penetrazione del pensiero e che si interroga costantemente in maniera profonda sulla vita. Sull’onda di questi racconti di Rosetta avevo così spostato il baricentro: non c’era più solo Ariele. Rivedendo il girato, immaginandolo come se fosse una proiezione di Rosetta, che comunque è una signora anziana, stanca, che si muove lentamente, allora ritrovavo la mia posizione di persona malata che cercava di fare un documentario. Queste due immagini si sono un po’ sovrapposte e mi hanno dato la scintilla per poter pensare che se il fulcro diventava la relazione, anche di sguardo, tra Ariele e Rosetta – tra un giovane pieno di energia e di voglia di vivere e una signora che invece osserva da lontano con saggezza e solidarietà – ecco, allora forse avrei potuto fare qualcosa di buono con questo materiale.

Dal punto di vista dell’immagine e del colore, si vede come sia preponderante il mare e il suo blu avvolgente. C’è una precisa idea stilistica dietro a questa scelta?

Sapevo che il momento del mare era un momento importante perché l’attenzione e il desiderio di Ariele si proiettano proprio su quella particolare parte della giornata. È tutta un’attesa per arrivare a quel rettangolo di libertà. E volevo restituire la sensazione che ho avuto anche io stando con loro lì tanti giorni, e cioè che il mare è lo spazio di libertà più grande che viene concesso ad Ariele dove può muoversi, nuotare, andare in giro da solo. Per Ariele la spiaggia e il mare rappresentano una sorta di far west gioioso, ma allo stesso tempo è un momento di grande apprensione per nonna Rosetta e tutti gli altri parenti perché c’è sempre questa paura che Ariele scappi, si allontani, si faccia male, possa far del male o disturbare (interpellando gli altri, salutandoli, baciandoli). Una sottile linea di tensione accompagna sempre i movimenti di Ariele al mare, tensione che giunge al dramma massimo quando arriva il tempo di tornare a casa e lui non si vede. Scatta così una ricerca che può durare fino a un’ora, anche perché Ariele è forte e se si mette a nuotare può arrivare anche molto distante.

Il mare voleva essere una sequenza del film ipnotica, con questo sciabordio continuo che evoca libertà e allo stesso tempo un’angoscia sottile, una preoccupazione. E allora il dilatare delle immagini del mare, il lasciare solo quel suono, rende molto bene questa dicotomia.

Nel corso del film il mare si vede sempre dall’esterno, fino alla scena finale in cui vi si viene letteralmente immersi dentro, vedendo ciò che vede – o meglio, desidera – Ariele: tre ragazze che nuotano come sirene.

Quella scena rappresenta la voglia di realizzare un sogno di Ariele, che è un sogno di sguardo, che io stesso ho scoperto poco alla volta stando con lui, cercando di leggere un po’ tra le righe: il suo desiderio di incontrare e di interagire con ragazzi – e soprattutto ragazze – della sua età. Ho voluto rappresentare la sua voglia di incontro e la sua attrazione fisica, anche se lui comunque ha una grande capacità di controllarsi e di essere galante nell’approccio con le persone. Questa immagine di questi tre corpi femminili che si muovono liberamente e quasi danzano sott’acqua mi è sembrata un piccolo tributo da dare all’immaginazione e al desiderio di Ariele.

L’efficacia della rappresentazione della quotidianità di Ariele e Rosetta è data anche da una serie di inquadrature ad elementi della casa, alla natura e agli animali, come il loro vecchio cagnolino.

Ho cercato di usare questi elementi al meglio perché, soprattutto quando si ha poco materiale pieno di cose che non vanno, poi nella fase del montaggio si cerca di condensare i significati e di prendere le immagini più suggestive, creando delle piccole associazioni, magari non tanto evidenti, ma che poi risultano funzionare. Ad esempio quando Ariele arriva al mare, il cane Star viene sbrogliato e osserva libero il suo padrone che si muove anche lui libero sulla spiaggia, e si crea così un parallelismo in questa voglia di libertà che in qualche modo li accomuna. Così come la presenza del cancello o del gatto, della natura, della cavalletta morente: erano tutte cose che appartenevano a quel giardino bellissimo della loro casa di Spartivento, rigogliosa e tenuta con amore da Rosetta, che riflette anche il rapporto di cura e amore che lega la nonna al nipote. Del resto da quando è nato Ariele, lei gli ha dedicato tutta la sua vita, smettendo di fare qualsiasi altra cosa, seppur anche i genitori siano chiaramente presenti. Però loro due hanno proprio un rapporto speciale e totalizzante, nel bene e nel male, perché l’amore è sempre un amore condizionato: contiene generosità e sostegno, ma anche limiti evidenti.

Zoe Ambra Innocenti

P.S. Se vi è piaciuta l’intervista, non perdetevi la recensione del film di Andrea Tiradritti su FilmIdee.