di Virginia Marcolini
Torna il martedì di INDOCILI, la rassegna dedicata alle sperimentazioni del cinema degli under 35 organizzata da Tafano al Cinema Beltrade di Milano, con una serata dedicata all’intersezione tra cinema e internet culture. Alle 20 si chiacchiera al Bar Rondò con i registi ospiti (Maria Bernardi e Carlo Galbiati) e la ricercatrice Arianna Caserta. Alle 22 si va in sala per la proiezione dei corti di Nouvelle Bug.
Ne abbiamo selezionati tre per farvi entrare nel tema della serata.
ROOM 174 di Maria Bernardi
Room 174 è una creatura ingombrante in tutta la sua voracità di vita, immagini, presenza. Realizzato a partire dall’archivio digitale collezionato dalla regista stessa e poi offerto in pasto all’intelligenza artificiale, il documentario ricostruisce, manipola e snatura frammenti di notti nella sua stanza, trascorse a dialogare con la sua coscienza. Quand’è che esistiamo realmente e che cosa determina invece la fine della vita? La regista ci affida questo quesito attraverso una riflessione tanto personale quanto ontologico-etica sull’esistente e sulla sua autodeterminazione. In quella stanza assistiamo a una metamorfosi insaziabile, tanto fluida quanto anomala; a un passato che fagocita il presente e che obnubila il futuro. La stanza viene attraversata da luci, persone, oggetti diversi e i suoni che ci guidano in questo mutamento ne assecondano gli umori: interrotti, spesso spezzati da un silenzio meccanico e contemplativo. La regista fa conversare, e al contempo coesistere nella rappresentazione digitale del suo corpo, l’intelligenza artificiale e la sua persona; come se l’intelligenza artificiale, programmata per esistere e inaspettatamente desiderante, si cibasse della tridimensionalità del corpo di chi invece non è più certo di volerlo fare. L’archivio diventa qui documento distorto e autoriflessione catartica in cui ripensare sé stessx e rileggersi con occhi, e algoritmi, altri.

HOMUNCULUS di Bonheur Supreme
Parola d’ordine: single. Da qui, con il beneplacito di un grande protettore totemico accigliato, si aprono le porte di Homunculus. In questo videogioco fantasy il protagonista è un uomo che vaga indefesso nel mondo del dating gay. Il suo viaggio è fatto di tappe, incontri fugaci e ostacoli, in un esercizio più ampio di meditazione sull’identità e sul desiderio. Attraversando paesaggi desolati e sporadicamente abitati da omuncoli che azzardano proposte più o meno indecenti, il protagonista raramente si ferma, e, silenzioso, procede inesorabile: non ha un fine, se non quello stesso di cercare, errando. Durante il viaggio si rende però conto di essere percepito dagli altri come “arabo”, feticizzato dagli uomini bianchi e preso di mira dalla polizia francese. Con un’(auto)ironia tagliente, il regista Bonheur Supreme risemantizza il ruolo dei personaggi del videogioco e li immerge in una rappresentazione beffarda della società contemporanea. I codici del videogioco si intersecano e si fondono ai codici di un linguaggio che non è quello mainstream, ma della subcultura del dating gay, innescando una riflessione sull’identità virtuale come spazio di espressione, come ultima espressione di corpi.

SHOULD VIRTUAL PETZ DIE? di Carlo Galbiati
Non tutti i cani vanno in paradiso. E Bubba, un virtual pet della PF Magic, per quanto buono, fedele e gentile, non aveva un’anima fatta per tendere all’eterna salvezza. Seppur costituiti di pixels, però, i virtual pets sono cani dalle personalità ricche, anch’essi soggetti al passare del tempo e capaci di fare amicizia con gli utenti e tra di loro. Minuziosamente programmati per creare l’illusione del reale, sono per molti utenti finiti per incarnare quella realtà, non palpabile ma presente. Should virtual petz die? esplora uno dei tanti modi in cui gli esseri umani sviluppano affetto per dei dati apparentemente inanimati. Con il passare degli anni, nuovi aggiornamenti hanno reso obsoleto Bubba, imprigionandolo nel limbo di un software ormai inaccessibile, e lasciando la protagonista impreparata di fronte a questo distacco forzato. Si può, quindi, sancire la morte di un essere mai stato materialmente vivente? A che riti affidarsi per alleviarne la dipartita? E ancora, di che strumenti emotivi dotarsi per dire addio a un mucchio di codici ormai obsoleti? È difficile tracciare il confine tra realtà e illusione quando a muoverci sono emozioni reali, e il regista, scevro da giudizi di merito, ci presenta con candore proprio questa condizione: una ragazza che soffre per la morte del proprio animaletto virtuale. La cura profusa, la lealtà offerta e l’affetto sviluppati sono esistiti genuinamente. Tuttavia, ciò che ne rimane è una sensazione ambigua: la perdita è stata privata di una chiusura netta che aiutasse a definirla tale.

