Cagliari Essay Film (12-14 dicembre 2025) è un appuntamento fisso per chi ama il cinema sperimentale e di ricerca. Dai desktop movies ai film che utilizzano l’AI, dagli archivi familiari agli archivi digitali o dei videogame, fino alle animazioni, presenta ogni anno un cinema dei margini, capace di reinventarsi e mutare forma mettendo in scena i grandi interrogativi del presente.
Durante la terza edizione la redazione di Spinosa Magazine ha curato un workshop di scrittura critica cinematografica (Cagliari Essay Film Critics) con un gruppo di giovani talenti selezionati per un’immersione di tre giorni: dall’analisi dei film al lavoro di redazione, fino alla scrittura di un articolo culturale, si sono cimentati con storie e visioni da tutto il mondo.
Le seguenti recensioni sono state prodotte durante il workshop.
Night Blooms
(2025, Italia, 15’)
di Giulia Di Maggio
Le relazioni a distanza servono a consolidare un rapporto forte , in grado di resistere a tutto, oppure a chiudere le storie fragili, aggrappate a momenti sbiaditi di un vissuto ormai lontano. In Night Blooms, presentato al Festival dei Popoli nel 2025, la storia di due amanti si sviluppa attraverso una telefonata internazionale. Le voci dal tono malinconico analizzano sogni e ricordi che si mescolano portando a galla il dubbio sommerso sulla loro relazione, tra verità e illusione.
I colori della pellicola in negativo scandiscono attimi passati tra desideri e paure, in un caleidoscopio di stati d’animo. La regista ci immerge visivamente nelle emozioni di una relazione consumata dalla distanza che sentiamo lentamente scivolare via, come se nulla fosse mai esistito.
Vita e morte nell’amore ci travolgono:, mentre cerchiamo un equilibrio in mezzo al mare, veniamo travolti dalle onde. Per restare a galla, respirare ancora una volta prima di andare giù completamente, siamo obbligati a scegliere.
Daniele De Muro

Come ti chiami tu?
(Italia, 2025, 8′)
di Sara Cavallaro
Il cortometraggio Come ti chiami tu? (2025) della regista Sara Cavallaro riesce a raccontare una realtà estremamente complessa. Con l’utilizzo di disegni, immagini e filmati personali, la regista mira a mettere in evidenza la frattura identitaria che emerge quando ci si allontana dal luogo in cui si è nati e cresciuti. Il corto, inserito nella sezione Corpo e Mente della terza edizione del Cagliari Essay Film Festival, esplora il tema profondo del cambiamento, del distacco dalla propria casa e dai propri affetti per andare incontro a nuove realtà.
La protagonista incarna in modo delicato e lucido questa sua doppia appartenenza. Nel corto, infatti, sembra sdoppiarsi: da un lato c’è la ragazza che esiste sotto lo sguardo della famiglia, degli amici d’infanzia, della comunità che l’ha cresciuta e che crede di conoscerla profondamente; dall’altro c’è la ragazza che rinasce altrove, fuori da quel contesto.
All’interno del film la regista sembra sovrapporre queste due figure, fino a mostrare la crisi più intima: Chi sono davvero? Sono la “bambina di casa” che la mia famiglia continua a vedere quando torno, o la ragazza che ha imparato a vivere lontano da casa? Dove finisce l’una e dove comincia l’altra? È una domanda senza risposta, perché entrambe esistono, ed entrambe reclamano autenticità. Questo continuo dualismo viene sottolineato dall’uso particolare del voice over, affidato alla voce adulta della regista che si alterna a quella della sua infanzia: Iaia Larlo, il nome con cui Cavallaro si identificava da bambina in un video di famiglia.
Un momento significativo è quando Cavallaro afferma l’importanza di collezionare ricordi. Durante il ritorno in paese, ogni dettaglio diventa un frammento prezioso, qualcosa da trattenere. La memoria diventa così una forma di resistenza: raccogliere ricordi significa difendere una parte di sé che altrove è più fragile, meno riconoscibile.
Come ti chiami tu? è volto a rappresentare non tanto un conflitto, quanto una condizione: l’identità non è un luogo stabile, ma una soglia, un continuo attraversamento tra chi siamo stati e chi stiamo diventando.
Con una regia minimalista ma estremamente sensibile, Cavallaro costruisce un racconto universale: non è solo la storia di chi lascia la propria terra, ma di chiunque, almeno una volta, abbia provato la sensazione di abitare più identità allo stesso tempo. Il suo film diventa allora una domanda aperta, rivolta a tutti noi: chi siamo noi davvero?
Marta Cantara

Lo sguardo basso delle bambine
(2025, Italia,‘7)
di Astrid Ardenti
Lo sguardo basso delle bambine di Astrid Ardenti non è solo il racconto di un’infanzia, ma un film sulla trasformazione: dell’uva in vino, della memoria in racconto. Girato interamente in Super 8, il corto – Premio Miglior Corto Doc Italia a Documentaria – assume l’aspetto fragile e granuloso del found footage, come se ciò che vediamo appartenesse a un archivio familiare ritrovato più che a una messa in scena consapevole.
Una bambina vendemmia insieme al padre, la cui presenza non viene mai mostrata, ma si avverte nei gesti e nel ritmo del lavoro agricolo, semplici e rituali, immersi in un tempo lento e domestico. Lo sguardo della bambina è spesso rivolto verso il basso: un modo di abitare lo spazio attraverso il corpo più che attraverso gli occhi. In questa postura si inscrive una forma di apprendimento silenzioso, dove l’innocenza tenta di colmare un’assenza emotiva che il film non esplicita ma lascia emergere.
Il processo di vinificazione – dalla raccolta all’affinamento – diventa metafora della costruzione della memoria. Ardenti seleziona solo tre bobine su otto sviluppate, come se anche il ricordo, come il vino, avesse bisogno di selezione, tempo e filtraggio per trovare una forma. Quando la regista riavvolge la pellicola, il racconto cambia direzione, il tempo si spezza: la linearità si interrompe. Dalle immagini che tornano indietro emerge una verità emotiva che non appartiene più allo sguardo infantile, ma a quello adulto, impegnato a rileggere e ricostruire.
La memoria, come la pellicola granulosa, non restituisce ciò che è stato, ma ciò che può essere raccontato. In questo scarto il film trova il suo nucleo più intenso: lo sguardo non coincide con l’esperienza, la precede e la modella. Raccontare diventa allora un gesto di riappropriazione, un attraversamento tardivo di quanto, da bambina, poteva solo essere vissuto e non ancora detto.
Il film non offre risposte, ma ci pone davanti a domande radicali: quando e come impariamo a guardarci attraverso gli occhi degli altri? Quanto peso hanno, nella nostra vita adulta, i ricordi dell’infanzia, anche quelli che non ci appartengono del tutto? E soprattutto, quanto presto questo sguardo diventa parte di noi?
Marina Leoni

The silence of pomegranates
(2025, Francia/Italia, 9′)
di Clara Baj
“Non c’è niente da fare, bisogna aspettare che il cuoricino smetta di battere”
Nessuna possibilità di aborto. Così Clara Baj racconta la storia di un ennesimo caso di negazione nel suo cortometraggio Il silenzio dei melograni, presentato per la prima volta al festival “Cagliari Essay Film” dove ha ottenuto la Menzione Speciale della sezione Corpo e Mente.
Il film si muove in uno spazio sospeso, dove il dolore non esplode apertamente, ma si stratifica. Natura morta, colori sanguigni e scene di quotidianità narrano la stessa storia di oppressione. Il suono del battito del cuore seguito dal rumore del mare in apertura crea un forte contrasto tra un senso di agitazione e il desiderio di serenità. La regista fa uso di immagini d’archivio e di una costruzione “a quadri”, sovrapponendo diversi livelli visivi e temporali: il racconto è, così, più concitato e, allo stesso tempo, più reale; la storia della protagonista si intreccia con una memoria collettiva fatta di storie che si assomigliano.
In chiusura, un fuoco d’artificio, un’esplosione che accende la scintilla della resistenza e della rabbia, trasformando il silenzio in possibilità di risposta. Il film non propone soluzioni, ma lascia allo spettatore l’urgenza di ascoltare ciò che troppo spesso viene messo a tacere.
Alessia Pintus

Night Song of a Wandering Cowboy
(Italia, 2023, 12’)
di Andrea De Fusco
Se pensate che Red Dead Redemption 2 sia roba per nostalgici di western, questo film vi farà ricredere.
Night Song of a Wandering Cowboy non è un film fatto con un videogioco. È un film fatto “contro” il videogioco. È un’esplorazione deviante, come se il codice fosse una prateria e il regista un fuorilegge metafisico. Usa i glitch non come difetti, ma come porte segrete: salti fuori dalla mappa ufficiale e ti ritrovi in un deserto che non esiste. Ecco, lì comincia la poesia.
De Fusco non cerca risposte. Preferisce vagare. La sua voce fuori campo è quella di un giocatore che si è fermato a chiedersi: “Ma se l’universo fosse un open world con dei bordi nascosti? E se i buchi neri fossero solo errori di rendering?” Il tono è ironico, quasi giocoso. Ma dietro quella leggerezza si nasconde una domanda vecchia quanto il mondo: fino a dove possiamo spingerci prima che la realtà – la nostra o quella virtuale – ci dica “basta”?
Le Colonne d’Ercole non erano solo pietre: erano il limite del sapere, il cartello invisibile che diceva “oltre non si va, non perché è pericoloso, ma perché non è previsto”. Oggi, in un videogioco, quel cartello è un muro di codice, un confine invisibile che il motore grafico non ha intenzione di farci superare. Eppure, qualcuno ci va lo stesso. Non per infrangere le regole del gioco, ma per vedere cosa c’è oltre ciò che è stato programmato.
È qui che il corto diventa qualcosa di più di un esperimento visivo: ci mostra un mondo dove la mappa vuota più che un errore è uno specchio. Nonostante la profondità, il film non si prende troppo sul serio. Anzi, una tenerezza quasi infantile si nasconde nel modo in cui osserva il mondo digitale: ogni saltello oltre la geometria prevista è un atto di meraviglia. È come se il regista ci sussurrasse: “Guarda, anche qui c’è mistero. Anche qui c’è poesia.”
E ci ricorda che anche noi, nel mondo “vero”, stiamo esplorando una sandbox più grande di quanto crediamo, con confini che forse non vedremo mai, ma che qualcuno, da qualche parte, ha già disegnato.
Francesco Biggio

