Inlaguna Film Festival (9—15 dicembre 2025) è una rassegna per cinefili, per curiosi, per Venezia, organizzata dall’associazione di promozione sociale Rete Cinema in Laguna, attiva tutto l’anno, che dal 2020 riunisce realtà e professionisti dell’audiovisivo della laguna veneta. Per la sua quinta edizione, il festival propone tre prospettive: panorama di visioni contemporanee, scoperte e cinema straordinario.
Spinosa Magazine ha selezionato tre cortometraggi in programma da raccontarvi prima dell’inizio del festival. Durante il weekend del 12–14 dicembre saremo presenti anche noi, per narrarvi il festival dall’interno; ci vediamo in sala, al bacàro, in laguna.
Trouble
(2023, UK, 33’)
di Miranda Pennell
“This film is a ghost story that explores horror, both real and imagined.”
Aprire un archivio può rivelare molto più di quanto ci si aspetti. È ciò che accade con il lavoro di Miranda Pennell e il suo cortometraggio Trouble. Immagini che si credevano sigillate riemergono insieme alle voci e ai sussurri di una maledizione, di un malessere latente: testimonianze di un’altra epoca, un altro tempo, un altro popolo. Eppure queste immagini parlano a un pubblico contemporaneo, in un mondo in cui bombardamenti e genocidi continuano a riempire notiziari e piattaforme social. Cambia il modo in cui comunichiamo, ma la storia rimane invariata. Gli esseri umani sembrano condannati da sé stessi: intrinsecamente violenti.
Pennell scopre, legge e disseziona le riprese d’archivio della Crawford Collection dell’Istituto di Archeologia dello University College di Londra: fotografie aeree dell’Iraq e dell’Egitto dei primi decenni del Novecento. Più le studia, più queste immagini si fanno inquietanti, rivelando segreti di violenza rimasti a lungo taciuti. Trouble è il secondo capitolo di un progetto che utilizza fotografie d’archivio per indagare una storia di bombardamenti, preceduto da Strange Object (2020). Pennell, filmmaker con base a Londra, lavora spesso rielaborando immagini provenienti da archivi coloniali britannici per riflettere sul presente.
Glesni Williams

Daria’s Night Flowers
(2025, Iran-UK-Francia, 16’)
di Maryam Tafakory
Mani maschili sfogliano un manoscritto che ha il rumore del vento. Mani femminili, domestiche, puliscono e rassettano. Tra le onde un grido d’aiuto. Poi il primo piano di una donna, che ci guarda sfrontatamente negli occhi e ci svela la sua storia di sopravvivenza e vendetta, per aver desiderato illecitamente.
Attraverso una narrazione polisemica che intermezza spezzoni di archivi di film iraniani post-rivoluzionari a sequenze che attingono dall’universo botanico e floreale, la regista iraniana Maryam Tafakory esplora poeticamente ma inequivocabilmente l’impossibilità di un amore lesbico. La protagonista, Daria, incarna le voci di molteplici donne e si fa portavoce di una storia corale. Colpevole di aver scritto una storia d’amore dedicata a una misteriosa ragazza chiamata “Blue”, viene punita dal marito con la psichiatrizzazione forzata in un centro di conversione sessuale. Qui, le vengono somministrate delle piante medicinali, in grado di divorare donne dal desiderio proibito.
Risignificando rappresentazioni di donne che come unico controllo del proprio corpo ne esercitavano la sedazione per evadere, la regista affida ai fiori di Daria lo sfaccettato ruolo di pharmakos, nocivo ma di lenitiva liberazione. In contrapposizione alla medicalizzazione imposta alle donne devianti, la regista rivendica la riappropriazione di questi strumenti di controllo per autodeterminarsi e rifuggire la realtà etero-normata.
La narrazione spiccatamente visuale, di cui Tafakory stessa manipola le immagini ricolorandole o sovraimprimendo pennellate blu e gialle, è spesso interrotta e spezzata. Come in un delirio o in un sogno, la linearità lascia spazio alle suggestioni, che si insinuano molli e inafferrabili. Chi ci guida in queste sequenze apparentemente sconnesse è la voce narrante della regista stessa, che, come assuefatta, ci confessa sottovoce la storia proibita della protagonista. Nulla è esplicito e nei tessuti interstiziali l’allusione scardina e seduce. Negli accenni velati, la regista si impadronisce di quelle immagini in cui i personaggi femminili soccombono inermi e le riusa per far parlare Daria, eroina silenziosa di una nuova mitologia contemporanea. Daria’s Night Flowers è una testimonianza effimera, forse mai esistita, ma che si è permessa, sfacciata, di immaginarsi reale.
Virginia Marcolini

La felicidad
(2025, Paraguay, 17’)
di Paz Encina
La fotografia è sicuramente uno dei migliori strumenti per preservare i volti dei propri cari, ma cosa fare quando queste fotografie mancano? La regista Paz Encina ragiona su come memoria e perdita si intrecciano, ricercando nei visi e nei ricordi degli altri frammenti del proprio defunto fratello. La felicidad non è un film di found footage, quanto piuttosto di found memories. Le fotografie che scorrono sullo schermo mentre la narrazione prosegue fungono più da input sensoriali che da base della narrazione, evidenziando la sofferenza di attimi mancati, momenti persi nel tempo e avventure mai vissute. In poco meno di venti minuti l’autrice di La felicidad si mette completamente a nudo e riesce a restituire al proprio pubblico l’immagine del proprio fratello senza mai mostrarne il viso .
Francesca Marchesini

