di Virginia Marcolini
Le prime volte è un cortometraggio del 2025 diretto da Giulia Cosentino e Perla Sardella. Attraverso la forma epistolare il film racconta il legame tra due donne, Emilia e Caterina, che si scrivono a distanza di anni, ricordando momenti della loro adolescenza condivisa in collegio. Il linguaggio è intimo, visivo, fatto di frammenti e immagini d’archivio, come se il passato riaffiorasse sotto forma di sogno o di una confidenza mai detta. Non è una narrazione lineare, ma un gesto di ascolto: due voci che si cercano, due vite che si specchiano nei vuoti e nei ricordi. Presentato in anteprima a Visions du Réel e successivamente al Bellaria Film Festival, Le prime volte è un ritratto sospeso e potente che riflette sulle identità femminilizzate, la giovinezza e il coraggio di scrivere – e riscrivere – la propria storia.
Abbiamo parlato con le registe dell’utilizzo di filmati d’archivio come rilettura del passato e riappropriazione di sguardi, del processo creativo e pratico che sta alla base e della costruzione di un immaginario trasformativo collettivo.
IMMAGINAZIONE…
Un elemento centrale del corto è l’immaginazione. Pensando sia al film che Emilia e Caterina si immaginano di fare, sia all’esercizio collettivo di immaginare un altro futuro (o passato) possibile. Per farlo il film utilizza filmati d’archivio: film che sono lì, con il loro preciso intento e significato storico, ma che ora ne assumono un altro. Come mai la scelta di partire da una risignificazione del passato per innescare un dialogo con il presente?
L’archivio custodisce tracce del passato (testimonianze, documenti, opere) che formano la base della nostra memoria culturale. Riconoscerlo e reinterpretarlo consente a individui e comunità di comprendere chi sono e da dove vengono. Appropriarsi dell’archivio significa anche poter sfidare versioni ufficiali o parziali della storia. Specialmente per le minoranze, che difficilmente ne hanno uno ufficiale o comune, rileggere e riprendere l’archivio è un atto politico di riappropriazione della propria voce e della propria storia. Le immagini d’archivio non sono qualcosa di morto o statico. Sono materia viva, che può essere riletta alla luce delle urgenze e delle domande del presente. Noi volevamo creare un contro-archivio, quello di due donne queer, che storicamente non è mai esistito, ma che può esistere re-immaginandolo.
…A TAL PROPOSITO
Cosa ha guidato, nel pratico, la scelta delle immagini di archivio? E le animazioni, cosa vogliono sottolineare?
La scelta delle immagini d’archivio è stata guidata principalmente dall’emozione e dalla capacità dei materiali di raccontare non solo una storia personale, ma anche di evocare un immaginario collettivo e di suggerire il desiderio che si prova nelle prime storie amorose. Nel pratico, abbiamo selezionato le sequenze che meglio riuscivano a trasmettere intimità, cercando di mantenere una coerenza estetica tra i diversi frammenti. Il film è diviso in due parti che raccontano due persone e i loro rispettivi ricordi, quindi anche gli approcci sono stati differenti. Nel primo si usano materiali in bianco e nero che hanno sempre le stesse protagoniste, perché si lega al momento della giovinezza delle due donne e ai momenti in cui incontrandosi si sono innamorate. Nel secondo caso gli archivi erano diversi e a colori, come per segnare un passaggio a un nuovo capitolo e quindi a un modo diverso di mettere in ordine i ricordi, più maturo.
Le parti che si ripetono in entrambi i capitoli, quelli che ricostruiscono un’intimità fisica e corporea, il sesso, le abbiamo costruite intorno a materiali d’archivio più astratti quasi sospesi, onirici a volte, che ci sembravano capaci di dialogare tra loro pur provenendo da contesti diversi. Le animazioni, invece, intervengono come un filo sottile: non tanto per ricostruire o spiegare, ma per suggerire, amplificare, dare corpo a quelle emozioni invisibili che le immagini da sole non riescono a contenere — come se fossero una sorta di “respiro” poetico all’interno della narrazione.
QUESTIONE DI SGUARDI…
La storia raccontata è quella delle protagoniste, Emilia e Caterina, e di come si evolve il loro rapporto negli anni. La soggettiva che adottiamo però non è sempre la loro: a volte si guardano a vicenda, a volte ci fanno vedere il loro mondo, altre volte sono guardate da qualcunx altrx. Nelle parti raccontate, c’è una chiara narrazione a due voci unisone, ma quando si scrivono le lettere, di chi è lo sguardo che adottiamo?
Le immagini della prima parte sono girate da Emilia e Caterina, le loro voci le commentano perché sono esercizi con la cinepresa, il loro è un gioco per guardare il mondo. Emilia filma Caterina, pure nel giorno in cui lei le comunica la sua decisione di sposarsi. Poi Emilia smette di riprendere.
Ritroviamo Caterina anni dopo in un collage di riprese che la vede protagonista, del suo matrimonio, della sua vita borghese, attraverso lo sguardo del marito. Ma anche a un certo punto la vediamo prendere in mano una cinepresa e il cinema ci ribalta sul suo punto di vista. È Caterina che riprende il mondo e i corpi intorno a lei, di nuovo artefice del proprio desiderio, cerca attraverso quel mezzo di riconnettersi con sé stessa e con l’amore della sua giovinezza.
Come vi siete immaginate Emilia e Caterina? Dove sono ora, dove vogliono essere o dove la loro immaginazione le ha costrette ad essere?
Caterina e Emilia sono in piazza con noi credo, abbiamo immaginato che fossero lì quando abbiamo fatto le riprese ma sono anche nel loro passato, nella nostra memoria collettiva. Sono la nostra eredità e la loro immaginazione è quello che ci permette di essere oggi quello che siamo. C’è uno slogan che amo molto degli anni ottanta delle femministe storiche che recita “Noi utopia delle donne di ieri, memoria delle donne di domani”. Credo che in qualche modo risponda a quello che ci hanno insegnato loro e quello che i nostri percorsi rappresenteranno, anche in modo conflittuale, per le generazioni di domani.
…PERSONALI E POLITICI
Il film è pervaso di politica, dalla scelta di riappropriarsi di quegli sguardi passati maschili ed egemoni, ora femminili, al racconto interrotto di questo amore poliforme, fino alla rabbia e alle rivendicazioni transfemministe dei titoli di coda. Quando avete deciso che non sarebbe stata soltanto la storia di Emilia e Caterina ma che sarebbe stata la storia di tutte/tuttx?
La scelta di riappropriarsi dello sguardo maschile e dello spazio pubblico è alla base del nostro lavoro, guardando gli archivi che avevamo a disposizione la prima domanda era (come spesso è) chi sta filmando? La mancanza del desiderio e dello sguardo femminile nel cinema di famiglia ci apriva a una possibilità, quella di ricostruire un immaginario. Iniziando allora a lavorare politicamente nella riappropriazione delle immagini, abbiamo iniziato a scrivere i personaggi di Emilia e Caterina.
Le loro voci richiedevano nuove immagini, desideravano un mondo nuovo, sulla loro forma. Così in un secondo momento abbiamo pensato che il mondo che desideravano Caterina e Emilia è lo stesso mondo che chiediamo noi oggi nei cortei, nelle piazze, nelle lotte. E abbiamo deciso di filmare il nostro presente, il conflitto delle manifestazioni a quel punto è diventato parte del nostro film, come lo è nelle nostre storie.
UN MONDO A COLORI?
Un altro aspetto che ho trovato particolarmente interessante è il passaggio dal bianco e nero al colore e poi di nuovo al bianco e nero. Penso all’utilizzo del colore nel primo cinema, in cui il colore stesso consentiva lo sprigionarsi della fantasia, l’abbandonarsi all’immaginazione e alla perturbazione. Anche qui è nel bianco e nero che si immagina quello che si sarebbe potute essere, come se il colore fosse il piano reale e il bianco e nero quello della sospensione da esso.
Abbiamo inizialmente lavorato su due fondi filmici che erano stati girati uno prevalentemente a colori e uno in bianco e nero. E questo cambio di immagini ci aiutava temporalmente a creare una narrazione e un avanzare del tempo. L’incontro di Emilia e Caterina avviene in collegio, loro ragazze sono raccontate dal diario di Emilia che fissa quelle riprese intime e personali scrivendoci sopra.
Il salto temporale nel mondo “fuori” avviene con il colore, il matrimonio di Caterina irrompe con la sua vivida realtà e la sua storia anni dopo sembra quasi un film americano classico. Il ritorno al bianco e nero e alla loro vita da ragazze, alle loro riprese, è un tornare indietro non solo temporalmente ma anche a una sfera personale e intima. Dove il bianco e nero è graffiato dalla matita e dalle penne di Emilia e Caterina adolescenti- come fosse, appunto, un diario.
