LAS ACACIAS di Pablo Giorgelli (Recensione di Chiara Seghetto)

Home » LAS ACACIAS di Pablo Giorgelli (Recensione di Chiara Seghetto)

Rubén è un uomo in caduta deliberata all’interno di sè. Segnato dagli eventi, taciturno, ha un umore moderatamente maliconico, ruvido. Di mestiere abbatte acacie per trasportale dal Paraguay all’Argentina.

1500 km che percorre da anni senza variazioni sul tema: asfalto, soste, erba mate e saliscendi dal suo camion-casa per controlli alla frontiera.

Jacinta è una giovane madre dalle braccia forti: da una parte regge la neonata Anahì e dall’altra svariati bagagli indispensabili per il suo viaggio verso Buenos Aires. Soffre di un’intrinseca vedovanza: ha perso il padre di sua figlia. Probabilmente non c’è mai stato se non per quell’attimo di concepimento che poi passa. La sua infelicità dipende da un’omissione.

Lei chiede a lui un passaggio. Lui con diffidenza la fa salire nel suo austero abitacolo e per ore i loro sguardi faticano ad incrociarsi. Solo Anahì è immune ai tormenti dell’animo: dorme, mangia, piange e senza chiedersi se Rubèn è un uomo nero o un principe azzurro, lo guarda sorridendogli.

I due adulti si ammorbidiscono, lasciano fluire le tensioni e a loro modo iniziano a confidarsi.

Fine della storia.

las_acacias-659x370

Di primo acchito vien da chiedersi dove sia l’elemento intrigante di questo film.

La sceneggiatura è ridotta all’osso: si e no venti battute in tutto e neanche particolarmente rivelatrici. Persino due impacciati adolescenti all’apice dei loro disincastro, riuscirebbero ad essere più loquaci…

Il viaggio poi è privo di paesaggi: unica cornice d’ambiente è il claustrofobico abitacolo del camion, talmente incidente da sembrare il quarto protagonista del film: lui, lei, la bimba e l’abitacolo.

Infine il tempo risulta così dilatato da lasciar affiorire una certa perplessità nello spettatore: stranito dal nulla che accade si concentra nel carpire un qualcosa, una qualsiasi cosa. Giusto per dare un senso al suo guardare.

Ma in realtà quel qualcosa c’è e non è nemmeno così celato. E’ la rivelazione del sè attraverso l’audacia del gesto. La bravura del regista, Pablo Giorgelli, consiste proprio in questo saper cogliere nelle pieghe di una ruga, nel lieve aggrottarsi di ciglia o nell’accendere una sigaretta, il sentimento profondo che anima quel movimento. E’ una comunicaizione ad un livello umano superiore rispetto a quello a cui siamo abituati nel nostro presente. Il continuo ciarlare spesso vacuo e proteso al riempimento patologico del silenzio…è indice di inettitudine verso una autentica empatia. Quanto è più emozionante intendersi senza pronuciare verbo?

Las-Acacias

Ecco ciò che accade in questo delicato film. Una volta seduti davanti allo schermo si ha la sensazione di esser automaticamente catapultati all’interno dell’abitacolo di Rubèn: come accadeva all’ispettore Gadget però all’inverso. Non fuori dalla macchina ma dentro il camion. Con Ahanì che ci sbadiglia in faccia, Jacinta che soffoca il suo pianto e Rubèn felice di poter distogliere lo sguardo dalla solita strada per osservare le sue due nuove amiche.

Un’intimità e una armonia che ci vengono regalate così, in 85’ di film.

Girato in sole 5 settimane e con pochi mezzi, Las Acacias (Camera d’or al Festival di Cannes 2011) è una piccola nuova onda nell’acqua stagna delle grandi produzioni.

Buona visione.

Chiara Seghetto a proposito di LAS ACACIAS di Pablo Giorgelli (Argentina/Spagna, 2011, 83′)