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B-MUVIS: REEFER MADNESS – APPROFONDIMENTO A CURA DI GIULIA SILANO

B-MUVIS: Reefer Madness, il cattivo gusto della propaganda

 

Nell’America anni Trenta una nuova minaccia incombe sul futuro della gioventù: la cannabis. Da versatile materia prima per il fiorente mercato tessile, alimentare e medicinale, divenne sinonimo di droga, in un contesto dove droga e spaccio sono anche sinonimi di immigrazione. La lotta alla droga infatti trova le proprie radici nella xenofobia, in particolare nella discriminazione dei messicani, arrivati negli Stati Uniti dopo la rivoluzione messicana degli anni Dieci e accusati di aver importato, tra i vari contenuti del loro bagaglio culturale, anche l’abitudine di fumarla a scopo ricreativo. Presto la marijuana venne associata ad uno stile di vita dissoluto, al degrado e anche ai jazz club frequentati dagli afroamericani.

Con l’insicurezza sociale inaspritasi dopo la Grande Depressione, negli anni Trenta i film di propaganda anti-marijuana si moltiplicarono come cloni dalle titolazioni di spettacolare sensazionalismo: Marihuana – El tabaco negro del diablo, Assassin of Youth, The Marijuana Menace, The Devil’s Weed, The Devil’s Harvest, The Weed with Roots in Hell; ma il più celebre alfiere di questo filone e testimone di questo contesto storico è Reefer Madness di Louis J. Gasnier del 1936, chiamato originariamente Tell Your Children e divenuto in seguito un cult movie.

La realizzazione fu sovvenzionata da un gruppo ecclesiastico con l’obiettivo di mettere in guardia i genitori sul pericolo che avrebbero corso i loro figli se avessero iniziato a fare uso di marijuana. Come questa premessa paternalistica può far intuire la rappresentazione del consumo della stessa è del tutto fuori dalla realtà, esagerata con toni allarmisti e involontariamente comici proprio da chi non ha mai visto neppure una foglia di questa pianta psicoattiva.

Protagonisti del racconto sono dei liceali perbene che, tutti impettiti con le loro cravattine – perché a quanto pare è così che si vestono gli adolescenti, no? – vengono invitati ad una festa a base di canne e musica jazz. Insomma, un trasgressivo rave anni Trenta. E così, traviati dal fumo diabolico, cadono vertiginosamente nel girone dell’erbetta che cresce solo all’Inferno. Primi sintomi sono le risate isteriche incontrollabili, con qualche spasmo facciale per rendere ancor più maniacale l’interpretazione degli attori, poi il ballo sfrenato conduce direttamente e irrimediabilmente a una vita di criminalità e dissolutezza in cui il pudore sessuale è abbandonato. L’eccesso licenzioso fa cadere ogni principio morale: dallo spinello all’omicidio il passo è breve e scontato. Ma ne vale la pena, perché almeno uno degli effetti collaterali è positivo: a quanto pare, o almeno secondo Reefer Madness, al primo tiro già si diventa maestri di pianoforte jazz senza neanche bisogno di passare dal Conservatorio.

Due anni dopo aver girato tra i gruppi di genitori apprensivi, il film viene distribuito con varie titolazioni (tra cui “Doped Youth” e “The Burning Question”) dal produttore Dwain Esper con l’intento di attirare spettatori nelle sale pubblicizzandone gli aspetti più scabrosi secondo la logica del cinema d’exploitation.

È solo negli anni Settanta che Reefer Madness diventa un cult, riscoperto proprio da quel pubblico che vorrebbe rappresentare: i sostenitori della legalizzazione delle droghe leggere se ne riappropriano proiettandolo a eventi e festival tematici, ribaltando con la satira il messaggio moralista originario. Il carattere apocalittico del monito che fa da sottotesto alla serie di efferatezze che vengono compiute da questi fattoni – stupro, omicidio e suicidio, non necessariamente in quest’ordine – è talmente sopra le righe da assumere un valore comico involontario, che sovrasta quello pedagogico inizialmente sperato dai suoi realizzatori.

Il gusto kitsch della colorizzazione digitale della Legend Films, realizzata nel 2004, si inserisce perfettamente nel rinnovato status di cult camp attribuito al film con questa riappropriazione. La psichedelia dei colori ipersaturi crea una voluta atmosfera da fumetto che rimarca l’umorismo inconsapevole del goffo tentativo propagandistico. La scelta cromatica è in linea con l’apprezzamento per lo stravagante, tant’é che assume un livello ulteriore di ironia nella colorazione delle vaporose nubi di fumo, vivide macchie che avvolgono i protagonisti nel loro viaggio verso la disfunzionalità. A ogni tiro i personaggi magicamente esalano ognuno la propria tonalità distintiva – viola, rosa, blu, verde, giallo – che corrisponde anche al livello di dipendenza dalla sostanza.

Insomma, Reefer Madness è un raro esempio di film in bianco e nero in cui la colorazione digitale di gusto kitsch, nonostante sia in contraddizione con la correttezza filologica, conferisce valore aggiunto all’esperienza visiva, prendendo atto dell’evoluzione del contesto di visione e del cambiamento di significato per lo spettatore contemporaneo.

Grazie Louis J. Gasnier per il più involontario dei capolavori della stoner comedy.

 

Giulia Silano

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