Il mondo del lavoro attraverso scenari virtuali nel film “Limbo” | Intervista a Elena Rebeca Carini

Il mondo del lavoro attraverso scenari virtuali nel film “Limbo” | Intervista a Elena Rebeca Carini

Si è conclusa da meno di una settimana la seconda edizione del Cagliari Essay Film, che propone un focus sul multiforme format del film saggio, con un programma ricco di sguardi originali e di punti di vista per certi versi ancora insoliti. Da sottolineare il programma a prevalenza di sguardi femminili: in un panorama culturale in cui la ricerca della “quota rosa” è spesso una scelta di comodo, qui sembra essere invece del tutto naturale. Forse il film saggio stesso è un formato più propenso ad accogliere le registe? Sicuramente ha una maggiore apertura anche ai temi meno rappresentati, come nel caso di Limbo di Elena Rebeca Carini: un viaggio immaginifico nei deludenti orizzonti del mondo del lavoro oggi, che sembra per i giovani italiani ancora troppo stagnante.

Abbiamo parlato con la regista del suo film, del processo creativo che include l’utilizzo dei cosiddetti nuovi media e della ricerca di libertà nella creazione.

Il tuo film esplora un tema molto spinoso e poco battuto nel cinema contemporaneo, ovvero la precarietà lavorativa e quindi esistenziale dei giovani adulti di oggi. Come è venuto fuori?

Limbo nasce dall’esigenza di esprimere una sensazione: il sentirsi incastrati. 

Stavo frequentando la prima residenza “Nouvelle Bug” di Andrea Gatopolous, dove dovevamo realizzare un cortometraggio utilizzando nuove tecnologie: videogame, AI etc. Il mio sentirmi incastrata derivava da situazioni più personali che lavorative, ma durante le diverse conversazioni raccolte, tutte con persone tra i 27 e i 34 anni d’età, il tema del lavoro è emerso con forza, spontaneamente. L’ho accolto e raccolto perché lo condivido. Siamo in un momento in cui molti di noi si ritrovano ad avere delle proposte, spesso sottopagate, e doverle accettare comunque. Magari ci si ritrova ad accettarne anche 4 o 5 diverse per arrivare a fine mese per il rotto della cuffia. Non poter risparmiare assolutamente nulla, sentirsi anche privilegiati nell’avere richieste lavorative e in colpa all’idea di rifiutare qualcosa. E, cosa peggiore, avendo consapevolezza di questa situazione eppure non sapercene districare. Questa è la situazione in cui ci troviamo e quelle del film sono alcune voci che riflettono sullo stato attuale delle cose. 

Come hai lavorato a creare una corrispondenza tra le testimonianze che creano il racconto del voiceover e le immagini selezionate dal repertorio videoludico?

Il processo creativo ha viaggiato su due binari paralleli, come pattinare. 

Inizialmente ho cercato di tradurre la sensazione visivamente, ricercando “locations/scenografie” e texture virtuali adatte al racconto. Ambienti che mi permettessero di muovermi liberamente con la telecamera. Rimanendo aggrappata alla sensazione che volevo veicolare, cercavo diversi mondi, elementi e inquadrature che mi comunicassero quella sensazione. Anche glitch (errori), ripetizioni… poi ho buttato giù una timeline e ho scritto un primo testo. Poi, in seguito a una chiacchierata con un’amica, è emerso questo tema e ho iniziato a raccogliere le chiacchierate, a casa o in momenti liberi in cui il discorso emergeva. L’ispirazione a volte è lungo il percorso. Nel frattempo continuavo la ricerca degli ambienti e il montaggio. Magari avevo già trovato un ambiente, quindi cercavo di associarlo alla voce/contenuto più adatto, per poterne aumentare la potenza emotiva e il significato metaforico/simbolico. 

In quale misura attingere a un repertorio di immagini già esistenti rende più liberi nella scrittura e nella realizzazione di un film? 

Intanto mi sento di definire le immagini realizzate nei videogame non come “archivio”, ma come “locations virtuali”, perché di fatto si possono realizzare inquadrature al loro interno. Il limite viene dal gioco stesso, permettendoci di compiere solo determinate azioni, con scenografie e illuminazioni che non puoi cambiare (se non con l’utilizzo di mod – modifiche da installare) e che quindi emanano già un racconto di per sé. Questa “emanazione” narrativa credo che aiuti a trovare soluzioni creative uniche per cercare di raccontare ciò che vuoi davvero raccontare, valorizzando gli elementi unici che fuoriescono dal materiale.

Per esempio, all’inizio del corto ci troviamo in un’ambientazione super idilliaca. Il videogioco originale non intendeva raccontare un’atmosfera costrittiva. E io come autrice, se avessi avuto più libertà creativa (es. la scelta luce ambiente), probabilmente sarei cascata nel provare una soluzione cliché: costrizione = toni scuri e contrasti più duri. Invece, dovendo accettare le caratteristiche della location nella sua daylight, mi sono concentrata di più sulle inquadrature, sullo spazio della composizione, il montaggio e il testo, sfruttando al meglio i limiti che avevo per rendere la sensazione che volevo trasmettere. E così anche una luce giorno con colori caldi è potuta diventare una situazione soffocante. 

C’è un tema spinoso che ti piacerebbe venisse affrontato di più al cinema e invece lo è pochissimo?

Il tema del lavoro sicuramente è ancora poco affrontato, anche se con il recentissimo film di Radu Jude Don’t Expect Too Much From the End of the World (o i lavori di Ken Loach) è spuntato anche sul grande schermo. Forse lo spaccato giovanile attuale è ancora poco rappresentato, o rappresentato male. Troppo spesso è raccontato da persone anagraficamente più grandi e che quindi non riescono ad essere “aderenti” a un loro punto di vista. Credo che si possano ancora trovare punti di vista originali sul nostro mondo e sul futuro. Poi purtroppo il mio cervello “anti” va anche contro il mio stesso pensiero e mi ricorda che in realtà è già stato fatto tutto e che molte storie raccontano già aspetti critici del nostro contemporaneo (per fortuna).Forse, per andare totalmente nel non-emerso servirebbe liberarsi creativamente. Senza ficcare per forza un high concept in ogni cosa che facciamo. Se c’è ed esce naturalmente è meglio, è necessario. Ognuno di noi ha a cuore dei temi e lo esprimerà in qualche modo. Ma ora lascio la conversazione, avete fatto una domanda a una Bilancia quindi meglio se mi fermo qui, altrimenti proseguo a filosofeggiare! Concludo dicendo che se avessi la certezza di un tema rispetto a un altro… ci farei subito un film! (qualche idea ce l’ho, ma no spoilers!)

 

Carlotta Centonze