Saremo giovani e bellissimi – Recensione a cura di Elvira Del Guercio

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Saremo giovani e bellissimi – Recensione a cura di Elvira Del Guercio

Danza tra musica e immagine

L’inizio è folgorante, sfavillante e pop: Isabella è una cantante ex meteora degli anni ’90 e tre sere a settimana viene accompagnata alla chitarra da suo figlio Bruno durante le serate cui sono soliti suonare, piuttosto per concessione del padrone del locale (e della loro abitazione) che per una loro effettiva bravura. La loro relazione è insolita, senza dubbio non ascrivibile alla sfera affettiva madre-figlio perché più intensa, radicale, quasi viscerale; e in effetti è come se lo spettatore dimenticasse la natura di questo legame finché il figlio non lo ricorda sferzante ad uno dei consueti compagni notturni della madre.

Legata fin dai suoi primi cortometraggi ad una narrazione intimista e stretta all’interno dei rapporti genitori-figli, Letizia Lamartire, neodiplomata in regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, con Saremo giovani e bellissimi ritorna alla medesima materia con un tono e una voce più risoluti, fermi e maturi circa il linguaggio di cui ci si è voluti servire: in un’intervista rilasciata durante la 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (il film concorreva nella sezione indipendente della Settimana della Critica, unico lungometraggio italiano presentato) la Lamartire parla di come il soggetto di questo film non sia partito da lei ma da Marco Borromei, collega del Centro Sperimentale. Tale soggetto le è stato affidato in seguito per l’innesto musicale che già da principio era presente nell’opera e che quindi poteva bene agganciarsi alla sua formazione in conservatorio. Ammette tuttavia di essersi da subito innamorata dei personaggi al punto da sentirli suoi, tanto più se si pensa che il progetto andava a suggellare il collegamento tra musica e immagine, le due grandi passioni della regista.

E infatti Saremo giovani e bellissimi si dispiega, trovando una sua autenticità e limpidezza nella forma, proprio tra queste due dimensioni, o meglio, tra un vincolo duplice: musica e immagine/genitore e figlio. Organismi interconnessi, animati da un’interdipendenza a tratti ossessiva, morbosa, con il risultato che nessuna delle due parti riesce a fare meno dell’altra, a rinunciarvi senza uscirne ferita, spezzata. Se nell’estetica, nella superficie di ciò che vediamo, il risultato è limpido e senza sbavature, provando a inoltrarsi lo sguardo della regista sembra essersi smarrito tra il bisogno di questa resa perfetta: spinto da questa necessità, che è quindi un non voler rinunciare a nulla di ciò che si osserva, è come se dimenticasse la contemplazione, quel restare sulle cose – e in questo caso ne risente il rapporto tra Isabella e Bruno, che resta epidermico nonostante le iniziali premesse – per far sì che immagini e contenuti circolino del tutto.

 

Elvira Del Guercio