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Erika Lust X Confessions Selection – recensione a cura di Giulia Silano

How Sex Feels 

 

«Per cercare di capire meglio il sesso mi sono rivolta al porno. Il mio corpo era eccitato da queste immagini, eppure avevo la sensazione di non trovare piacere in quel che vedevo. Non era solo un meraviglioso momento di piacere, ma in un certo senso anche un momento di conflitto interiore. All’inizio pensavo fosse solo un problema mio – ho creduto che il porno semplicemente non facesse per me – poi mi sono confrontata con altre ragazze e con altri ragazzi e mi sono resa conto che era un problema strutturale». (Erika Lust)

È così che la regista svedese Erika Hallqvist, in arte Erika Lust, racconta come è approdata al mondo dell’hard con l’obiettivo di proporre un’alternativa al porno mainstream, cercando di sovvertire l’imposizione dello sguardo maschile sul genere e contribuendo a far nascere quello che lei stessa chiama «indie adult cinema». Nel 2013 dà vita al progetto artistico collettivo XConfessions: chiunque può partecipare come sceneggiatore confessando le proprie fantasie sessuali segrete con la possibilità che si concretizzino in un cortometraggio erotico diretto dalla Lust stessa o da altri registi ospiti. Artisti queer di fama internazionale come Bruce LaBruce e Goodyn Green hanno già collaborato al progetto e molti emergenti come Olympe de G. hanno avuto la possibilità di farsi conoscere partecipandovi.
Attorno a XConfessions orbita una comunità di artisti provenienti perlopiù da Barcellona, Berlino e Londra, tutti accomunati dalla volontà di rivoluzionare l’estetica e la cultura del porno. È proprio questo legame di amicizia tra gli attori che rende le loro interazioni sulla scena genuine e il loro piacere così autentico da poter creare empatia con lo spettatore. Non a caso i protagonisti di due dei corti diretti dalla Lust sono delle coppie anche nella vita reale.

In Ink is My Blood (2018) la coppia Moth e Rust esplora le proprie fantasie di role play attraverso le infinite possibilità creative dell’illustrazione. Tutto nasce dall’immaginazione di Moth mentre sfoglia il libro di illustrazioni erotiche di Apollonia Saintclair che dà il titolo al corto: i suoi desideri più nascosti prendono vita nel primo esperimento di mixed media del progetto XConfessions. Con l’unione tra live action e animazione l’estro sessuale che vive sulla carta si libera dai tabù sociali: il fidanzato Rust diventa una creatura mitologica dalla brama satiriasica, s’insinuano tentacoli che ricordano le illustrazioni tradizionali giapponesi e Moth diventa una suora peccaminosa come nei fumetti di Manara. Il crescendo della tensione sessuale è ben costruito attraverso la suadente musica che accompagna uno slow motion che ci permette di apprezzare con maggiore attenzione gli sguardi e i gesti di provocazione della coppia. Altrettanto saggio è l’uso del sonoro quando la musica lascia spazio ad ansimi e rumori d’ambiente oppure quando l’eco dei gemiti di Moth vestita da suora si congiunge al suono dell’organo da chiesa elevandosi a estasi religiosa – blasfema o divina che sia.

Anche in Dirty Feet (2018) l’intimità e la forte intesa sono palpabili: Lucy e Miro sono una coppia di artisti di Berlino che vivono un rapporto di fiducia e di profonda conoscenza del proprio desidero, suscitato dalla venerazione dei piedi. La cura con cui è composta la coreografia dei corpi e la spettacolarità delle inquadrature rendono le immagini così coinvolgenti che anche un non feticista è in grado di cogliere l’eleganza di questa parte del corpo che nell’immaginario comune è legata alla genuina rozzezza del suolo. Di notevole fascino è la messa in scena della pratica del trampling: Lucy cammina su una superficie trasparente inquadrata dal basso mostrando la sinuosità delle piante dei piedi che vanno a calpestare il viso di Miro; oltre al piede, anche tutto il resto del corpo è colto nelle sue più raffinate possibilità di movimento, portandoci dalle parti della performance art. Questo interesse per il piede come oggetto sessualizzato si ritrova anche in curiosi dettagli di Hot Power Couple (2017), dove le scarpe col tacco fallico disegnate da Ashley-T diventano un fantasioso oggetto di perversione. Tuttavia la cura per questi particolari non è accompagnata da un contesto narrativo solido per un crescendo della tensione sessuale tra le due coppie.

Tale crescendo è invece ben riuscito con l’incalzante montaggio di Pouring Pleasure (2017) che restituisce la sensazione del picchiettare acuto delle gocce di pioggia sulla pelle della protagonista. Forse il più hollywoodiano tra i corti in proiezione, riprende lo stereotipo da film romantico della scena del bacio sotto la pioggia, ma ne esplicita il sottotesto sessuale dando voce alla fantasia femminile e rendendo la donna protagonista. Le inquadrature della ragazza che lentamente si eccita sotto l’acqua si intervallano alle inquadrature dell’amplesso, instillando nello spettatore un dubbio: lei sta immaginando tutto oppure quell’uomo misterioso esiste davvero? A rendere il tutto ancora più ambiguo si aggiunge la presenza voyeuristica di una donna che la spia da dietro a un vetro.

Nonostante Pouring Pleasure si avvicini ad atmosfere hollywoodiane, non vuol dire che il porno indipendente debba necessariamente proporre rapporti romanticizzati per differenziarsi da quello mainstream. Goodyn Green in The Toilet Line (2017) ci mostra un fugace rapporto occasionale tra due donne nel bagno di una discoteca, richiamando un immaginario sordido senza tuttavia renderlo squallido. La regia di Green trasmette un senso di claustrofobia, incastrando i corpi tra le pareti della sudicia cabina del bagno pubblico. L’attenzione è del tutto concentrata sul piacere femminile, tagliando fuori il mondo esterno. Questo senso di isolamento è amplificato dal dissolversi della musica che arriva dalla discoteca e gradualmente aumenta di volume alla fine dell’incontro con il ritorno alla realtà.

Un approccio del tutto sperimentale è invece quello della regista e performer Olympe de G: se in We Are The Fucking World (2017) pone l’attenzione sulle interazioni e le emozioni delle persone durante un’orgia pansessuale, in Don’t Call Me a Dick (2017) mostra invece la bellezza estetica di orifizi e genitali, inquadrandoli da vicino in modo impersonale. Don’t Call Me a Dick viene introdotto da un mascherino nero circolare – proprio come un orifizio – che si apre su umidi particolari in alta definizione. L’epidermide sembra assumere una consistenza tattile sullo schermo, rivelando anche le imperfezioni che di solito vengono nascoste. Lo slow motion unito alla colonna sonora ambient noise di JB Hanak conferisce una qualità astratta all’immagine, per esplodere infine in uno spettacolo pirotecnico di orgasmi.

Un altro degli esperimenti di Olympe de G nasce dalla domanda: è possibile fare beneficienza col porno? E la risposta è We Are The Fucking World in cui nove attori di ogni genere e ogni orientamento sessuale partecipano a un’orgia con l’obiettivo di raccogliere fondi per combattere l’omofobia, la bifobia e la transfobia. We Are The Fucking World si distingue per l’iniziativa filantropica che sostiene, rimarcando il valore sociale del porno indipendente. Ogni performer si è impegnato a donare metà del proprio compenso, mentre la casa di produzione ha elargito metà della cifra dei costi di produzione: i 5000 euro ricavati in totale sono stati devoluti ad Amnesty International in favore di campagne per la promozione dei diritti LGBT. Quest’orgia pansessuale propone un contesto idilliaco e bucolico molto lontano da quello della gangbang del porno tradizionale, in quanto i ragazzi si ritrovano vicino al lago di un parco cittadino di Berlino mentre un violoncellista nudo suona con nonchalance seduto su una panchina. Il sesso non è l’unico momento di comunione: come nei baccanali romani ad esso si aggiunge il gioco e il cibo.

Rispetto a Don’t Call Me a Dick, qui Olympe de G ha un approccio più documentaristico e quasi educativo. Introduce l’orgia con interviste ai performer evidenziando quanto sia importante essere comunicativi per entrare fisicamente ed emotivamente in relazione con l’altro, non solo quando si tratta di rapporti di coppia. Tra chiacchiere e risate si raccontano a vicenda cosa li eccita, come interpretare il loro linguaggio non verbale, quali sono i loro hard e soft limits, come prendere precauzioni per fare sesso sicuro. Alcuni ammettono che il porno non è la loro principale carriera, ma qualcosa che fanno occasionalmente come forma di espressione personale affiancandola a quella artistica. Bishop Black ad esempio è anche ballerino, attore, modello e performance artist. Fa anche parte di un altro progetto di porno indipendente: A Four Chambered Heart di Vex Ashley, attorno al quale gravitano molti degli attori di XConfessions, creando così un forte senso di comunità.

Questo gruppo di artisti afferma la forza liberatoria della sessualità secondo una visione che valorizza il piacere femminile al pari di quello maschile. Con XConfessions il porno va oltre il sesso, diventando una forma di espressione che accorpa vari linguaggi artistici e rappresenta tutti i corpi e le identità. Come afferma l’attrice Lina Bembe, il porno è una forma di espressione perché «assumo il controllo del mio corpo e dei miei desideri affermandoli in modo libero. Per me fare porno significa essere fedele a me stessa e sentirmi libera di fare ciò che desidero. Non voglio usare etichette perché non sarò mai una cosa sola. Vedo me stessa e la mia sessualità come un’opera in divenire. Continuerò a evolvermi e la mia sessualità sarà fluida fino al giorno in cui morirò».

 

Giulia Silano

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