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Elia Andreotti ci parla di Le canzoni del giardino solitario – a cura di Elvira Del Guercio

Con l’approssimarsi del 12 novembre e della proiezione del film Le canzoni del giardino solitario, abbiamo posto alcune domande al regista Elia Andreotti, il quale ha avuto  modo di parlarci del suo lavoro. Ecco cosa ci ha raccontato:

 

  • Com’è nata l’idea del progetto?

L’idea è nata tra me e Pietro Pingitore. Prima di arrivare a questo progetto, nel corso di alcuni mesi, abbiamo pensato a diversi lavori da sviluppare; uno di questi sarebbe stato ambientato in una fabbrica di Milano, uno spazio desolato a cui avremmo voluto dare una dimensione metafisica e straniante, in modo tale da trasmettere un senso quasi post-apocalittico. Il secondo progetto prevedeva la presenza di un uomo in cerca di una via di fuga all’interno di una rete di tunnel sotterranei e l’ultimo riguarda proprio l’idea del documentario. Pietro mi aveva parlato di una comunità di rifugiati politici – in cui era capitato per caso – che viveva in un paesino in mezzo al nulla nell’appennino toscano e abbiamo deciso quindi di avvicinarci a una realtà del genere, provando a darle voce. Dato che poco dopo ottobre Pietro sarebbe dovuto partire per l’Australia, abbiamo pensato di unire tutti e tre i progetti: il modo in cui congiungerli è venuto fuori in fase di montaggio principalmente, potendo tracciare con più immediatezza dei particolari fili narrativi e inserire delle voice over.

  • Le canzoni del giardino solitario è un titolo molto evocativo. Come ci siete arrivati?

Al titolo abbiamo pensato moltissimo. Fa riferimento a una poesia presente nel film di una poetessa iraniana che parla di un giardino dimenticato, quello della nostra casa e del pianeta terra in generale a cui non diamo più attenzione. Nel film viene evocato lo spettro di questo giardino sopra le immagini di Milano, creando una connessione metafisica: si parla quindi di questo mondo devastato e le canzoni sono legate alla presenza di questi pakistani e iraniani che intonano i loro canti religiosi, come Alì, il nostro protagonista che esprime la sua disperazione attraverso il canto, dentro a questi tunnel sotterranei, nella parte di finzione; c’è poi Joseph, il ragazzo nigeriano, e con lui l’intera comunità di rifugiati pakistani e bangladesi, protagonisti nella parte documentaria che fanno lo stesso. Ci piaceva l’idea di queste canzoni che si disperdono nel giardino solitario, che sarebbe la nostra terra.

  • A che tipo di immaginario cinematografico, anche documentario, avete guardato?

Parlando per me, c’è senza dubbio l’impronta di Terrence Malick. Avevo appena scoperto questo autore e la sua poetica di ricerca del sacro al di là delle religioni è stata molto forte, oltre a costituire terreno molto fertile per la sostanza del nostro progetto, per la presenza di mondi disabitati piuttosto che coperti dalle nebbie, tunnel vecchi e polverosi e in più abbiamo scoperto che Joseph, come anche altri ragazzi pakistani, è molto credente. Per quanto riguarda il cinema documentario, fondamentale è stato il post – apocalittico come luogo per parlare di morte, solitudine, desolazione e perdita della memoria, un discorso molto più tematico, anche se l’idea principale era fare un film ambientato in inverno in paesaggi abbandonati dall’uomo.

 

Intervista a cura di Elvira Del Guercio

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