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Chi salverà le rose? – Recensione

Dove la semplicità vince sul dramma

di Andrea Pedrazzi

Dopo essersi occupato della regia di alcuni cortometraggi tra il 2007 ed il 2015, Cesare Furesi giunge al suo primo lungo con “Chi salverà le rose?”, prodotto e distribuito quest’anno da Corallo Film. Quella che Furesi cerca di imbastire è una storia dai toni semplici che punta sulla delicatezza per creare un certo tipo di legame emotivo con lo spettatore.

Giulio e Claudio sono una coppia di anziani, i quali vivono in una villa piuttosto isolata, tanto dai concittadini quanto dai loro parenti più prossimi. Claudio ci viene presentato subito come una persona gravemente malata e costretta a letto; pertanto spetta al compagno prendersi cura di lui, assistendolo in tutti i suoi bisogni. Bastano poche battute per far intuire il forte sentimento che lega i due personaggi ed in questo gli interpreti (rispettivamente Carlo delle Piane e Lando Buzzanca) sono particolarmente efficaci. Giulio cerca, per quanto gli sia possibile, di alleviare la sofferenza di Claudio, mettendosi al suo servizio con amore e dedizione. Ci sarà una presenza, però, che verrà ad inserirsi in questa situazione. Si tratta di Laura, la figlia di Giulio chiamata in causa dal padre, il quale ha bisogno di un prestito in denaro per far fronte alle difficili condizioni economiche nelle quali è sprofondato dopo l’abbandono della propria attività. Scelta che gli ha consentito di stare accanto alla persona amata, ma impedendogli di avere delle entrate sufficienti.

Il motivo della lontananza fisica ed emotiva di Laura nei confronti di Giulio è dato proprio dalla passata professione di quest’ultimo. L’uomo ha alle proprie spalle una vita da giocatore di poker a livello professionistico; attività che gli è valsa fama e successo, ma allo stesso tempo costatagli il rapporto con la figlia, contraria alla sua scelta. Laura, com’è lecito attendersi, non sarà disposta ad aiutare il padre, il quale dovrà ricorrere alla passata via del gioco d’azzardo per procurarsi il denaro di cui necessita. A questo disegno prende parte anche Marco, figlio di Laura e giocatore dilettante. Con queste premesse il film procede verso un finale nel quale c’è spazio per dei colpi di scena più o meno efficaci, ma soprattutto una conclusione dolce e prevedibile per certi versi, amara e sorprendente per altri.

Le questioni che si intrecciano all’interno della pellicola sono plurime ed i fronti attraverso il quale l’opera viene narrata sono diversi. L’aspetto più ingombrante è quello riguardante il rapporto tra Laura e Giulio. Il loro rapporto è freddo e chiede di essere sanato, ma è anche ostacolato da anni di risentimenti e scarsa comunicazione tra i due. A questa va a sommarsi la vicenda riguardante il legame di Giulio nei confronti del nipote Marco con il quale condivide la passione per il Poker. Passione che il nonno, all’insaputa di Laura cercherà di fomentare ed espandere. Su tutte, però, la tematica principale attorno alla quale si svolge il film è l’amore tra i due uomini. Quello è il motore che muove la narrazione dell’intera opera. Il nucleo dal quale scaturiscono tutti gli eventi ed il punto in cui essi andranno poi a confluire in un finale che si dimostrerà l’elemento più forte, efficace e probabilmente inaspettato del film. Un finale capace di un colpo di coda che non lascia indifferenti ed in grado di sollevare una narrazione che fino a quel momento si è rivelata un procedimento non privo di intoppi.

L’opera, di fatto, ha tutti gli ingredienti del dramma famigliare, i quali vengono amalgamati in maniera sapiente, ma non sempre incisiva. Alcune sequenze finiscono per essere eccessivamente cariche di intensità. La loro durata gioca a discapito del ritmo che richiederebbe una maggiore scorrevolezza. A queste giungono in aiuto alcuni passaggi più leggeri che alla fine risulteranno essere i più memorabili. Ogni qualvolta punti sulla semplicità, il film si trova ad essere anche maggiormente sincero e quindi efficace. Laddove il regista dimostra di avere qualche problema nella gestione di un lungometraggio più complesso del necessario non nasconde, però, di possedere una certa abilità nella messa in scena di un dramma che, seppur appesantito, risulta essere un’opera carica di sentimento. Un film a tratti acerbo, ma che vale la pena di essere visto.

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