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La Corsa De L’Ora – Recensione

di Emanuela Rizzuto

Tra i tanti siciliani di mare aperto, L’Ora fu un giornale che ha saputo raccogliere siciliani di scoglio, giornalisti, intellettuali, fotografi, vignettisti che credevano possibile un riscatto della Sicilia e un avanzamento della società palermitana, e che per questo hanno scelto di non andarsene da Palermo. Sotto la direzione di Vittorio Nisticò, essi fecero de “L’Ora” il primo giornale che parlò apertamente della mafia e che, animato dal sentimento di verità e di ricerca, si posizionò in prima linea nella lotta contro i rapporti tra stato e criminalità.
Il documentario “La corsa de L’Ora”, scritto e diretto da Antonio Bellia, racconta questo importante tassello nella storica lotta alla mafia, forse il primo, quello in cui si prende per la prima volta consapevolezza dell’esistenza del fenomeno mafioso.
Il film parla del ventennio (1954 – 1975), quello durante il quale, alla direzione del giornale, ci fu Vittorio Nisticò, qui impersonato da Pippo Delbono, con il quale collaborarono giornalisti ed intellettuali di grande spessore, alcuni dei quali intervistati: Francesco La Licata, Letizia Battaglia, Franco Nicastro, Antonio Calabrò e diversi altri.
Le parole di Pippo Delbono rappresentano l’ossatura del film all’interno del quale si susseguono le interviste, i video e le fotografie.
Ciò che viene fuori dai racconti nostalgici di tutti loro è l’immagine di un giornale che seppe dare un modello d’informazione che affiancava alle voci degli intellettuali, la realtà del popolo: era un giornale attento alla cronaca, anche nera, alla quotidianità, ai fenomeni sociali che investivano i palermitani in un’epoca di grande trasformazione per la Sicilia.
Come dice Antonio Calabrò, qui intervistato: “Prima ancora che ci arrivassero altri giornali a mescolare basso e alto, c’era arrivato L’Ora”.
“La corsa de L’Ora” è un documentario ben fatto, che porta il coraggio sullo schermo, che fa riflettere su come adesso sia più semplice parlare di mafia, e che, se lo è, è grazie a persone che amavano la verità e l’informazione, ma che si sono trovate a vivere in un periodo in cui portare avanti questi ideali significava rischiare la vita. Oltre all’attentato del 1958 presso la sede de L’Ora, si ricordano, infatti, i nomi di Cosimo Cristina, Mauro de Mauro e Giovanni Spampinato, giornalisti uccisi tra il 1960 e 1972.
Eppure, nonostante questo, Antonio Bellia ci racconta di come gli anni subito dopo questi omicidi furono, per il giornale, quelli più creativi e di maggiore notorietà, nonostante le continue intimidazioni che pesavano sui cronisti. Ma quello de L’Ora era un giornalismo militante, che credeva profondamente in quello che faceva e che non si sarebbe piegato.
Abbiamo bisogno di conoscere le vicende di questo giornale. Abbiamo bisogno di ricordare come un’intera generazione di intellettuali e artisti, come lo erano Sciascia, Guttuso, Scafidi, Nanetti, Caruso e tanti altri, si sono fatti carico della necessità di arrivare alla consapevolezza del fenomeno mafioso, loro prima degli altri, e successivamente di prendere posizione davanti al cambiamento sociale di quegli anni e di scendere in campo, come protagonisti e attivisti, vedendo la cultura stessa come strumento di lotta politica.
Forse un auspicio, una chiamata agli intellettuali contemporanei, lontani dal popolo, affinché possano ritrovarsi e insieme saper inaugurare una nuova stagione in cui si coniughino militanza e cultura. O forse, un documentario che si dedica interamente alla memoria storica, che ci rende consapevoli, portandoci a ricordare.

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