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MAGIC ISLAND di Marco Amenta – Recensione

Il Viaggio di Andrea Schiavelli nell’Isola Magica

 

di Andrea Pedrazzi

Vincent Schiavelli è stato un grande caratterista americano di origini siciliane comparso in circa 150 film,  più o meno conosciuti, tra cinema e Tv. I titoli sono tra i più disparati, si va da Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman a Batman – Il ritorno di Tim Burton, oltre che a numerosissime produzioni minori. L’attore è morto dopo una lunga malattia all’età di 57 anni. Essendosi trasferito nel 95 a Polizzi, paese in provincia di Palermo del quale era originario, Schiavelli si congedò da questo mondo in un luogo isolato e ben distante dai riflettori hollywoodiani. Soprattutto lontano dal figlio Andrea, avuto dalla prima moglie e con il quale era rimasto in contatto nonostante l’assenza di un rapporto strettissimo. Il documentario di Marco Amenta racconta proprio di come Andrea Schiavelli, dopo essere venuto a conoscenza di una quota di eredità che gli spetta e che deve essere riscossa, si reca in Sicilia, avendo così la possibilità di riscoprire quel mondo al quale suo padre era così affezionato.  Magic Island è la storia di un figlio che compie un percorso nel tentativo di appropriarsi di una modesta somma di denaro lasciatagli dal padre, ma, soprattutto è il viaggio di Andrea. Un viaggio attraverso i ricordi della sua infanzia ed alla riscoperta di quel mondo appartenuto specialmente al padre ed indissolubilmente legato al suo ricordo, ma nel quale può ritrovare le proprie origini.

Una volta arrivato a Polizzi il protagonista incontrerà le persone che sono state vicine a Vincent Schiavelli nelle ultime fasi della sua vita. Persone che appartengono anche al passato di Andrea ma che probabilmente erano state dimenticate o quantomeno accantonate da lui. La macchina da presa ci mostra in modo distaccato ed imparziale (il limite con il racconto di fiction è molto sottile) le principali tappe del viaggio del “figlio d’arte” chiamato per la prima volta, dopo anni, a confrontarsi con la morte del padre. Lo seguiamo tanto nel tentativo di sbrigare le pratiche legali alle quali è chiamato quanto nei tentativi di dialogo con gli amici del genitore scomparso nella speranza di ricostruirne gli ultimi anni di vita, segnati dal distacco spaziale ed emotivo. Ed è proprio in queste scene che si percepisce il contraddittorio rapporto che Andrea detiene nei confronti di quel mondo. La distanza culturale che si scontra con il legame affettivo. Lui parla un italiano meno che stentato e tra le persone che incontrerà saranno pochissimi quelli capaci di maneggiare la lingua inglese in maniera adeguata a stabilire un dialogo.  Ne conseguono delle scene a dir poco imbarazzanti, nelle quali i personaggi cercano in tutti modi di comunicare tra loro parlando una lingua ibrida tra l’italiano, il siciliano e l’inglese. Tra parole abbozzate e silenzi densi di significati inespressi, queste scene vengono portate a termine a discapito del ritmo e provocando un senso di alienazione nello spettatore.

Quindi dove risiede la forza di forza Magic Island? La risposta è la più cinematografica possibile: nelle immagini. Sono queste ad accompagnarci più di qualsiasi altro elemento attraverso il percorso del protagonista. Un pranzo all’aria aperta nella campagna siciliana, delle foto risalenti all’infanzia di Andrea ed una breve sequenza nelle quali lo si vede giocare con i bambini di oggi nella piazza del Paese. Queste sono alcune delle parti che più restano impresse e che soprattutto mostrano cosa rappresenti quel luogo per il protagonista.

Magic Island è però, come dicevamo, anche il tentativo da parte di un ragazzo di riavvicinarsi alla figura paterna anni dopo la sua morte. Morte probabilmente mai metabolizzata dal figlio a causa della distanza che separava i due in quel periodo. Ed anche in questo caso le immagini corrono in nostro soccorso. Se dalle parole del protagonista pare che il lutto venga percepito come qualcosa di distante ed ormai superato, le sue lacrime improvvise nel momento di recarsi presso la tomba del padre (mai visitata in precedenza) sono la migliore dimostrazione di quello che si cela sotto l’immagine trasandata e goffa di Andrea Schiavelli e solo un altro passo verso la comprensione del suo conflitto interiore.

L’immagine che ne emerge è quella di un giovane che, a causa di un passato tutt’altro che facile, non abbia ancora scoperto con assoluta precisione quale sia la propria identità, della quale è alla disperata ricerca. Il viaggio nell’Isola Magica assume, quindi, un valore particolare nel momento in cui viene percepito dal protagonista come uno sguardo diretto al proprio passato per ricordarsi chi sia stato e capire quindi chi potrà tornare ad essere in futuro. L’aver chiuso per sempre il rapporto lasciato in sospeso nei confronti del padre rappresenta per lui un motivo di crescita interiore che lo porterà a sentirsi maturato come persona. Perché, come dichiarato dal protagonista in una delle battute finali del film, ci sono cose che facciamo semplicemente perché riteniamo che siano importanti e queste ci permettono di evolverci anche se non sempre ci portano a sentirci meglio.

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