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La necessità di raccontare l’essere umano – 7 domande a Antonio Martino

ABUSALIM il prezzo della libertaIn questa breve intervista a Antonio Martino, pluripremiato regista classe ’77 che ospiteremo mercoledì 15 febbraio al LOFT Kinodromo in una serata dedicata al documentario d’inchiesta, parliamo di Libia, di cinema “estremo” e del labile confine che spesso separa eroi e antieroi nel mondo reale.

L’intervista è a cura di Angelo Talarico.

> Cosa ti spinge a raccontare attraverso la telecamera le storie dell’essere umano e i relativi contesti dove realizzi i tuoi progetti documentaristici?

Penso che la presentazione on line sul mio sito sia proprio azzeccata per la sua domanda: “La necessità di raccontare l’essere umano e l’ambiente in cui vive, in un momento di profondi cambiamenti sociali, mi spinge a lavorare nel mondo del documentario. Spesso le storie che scelgo riguardano temi-ambientali, sociali, politici. La rivoluzione digitale che ha avuto luogo negli ultimi anni nel mondo del cinema, mi ha permesso di raccontare storie in posti estremi, seguendo approcci narrativi non convenzionali.”

> Che cosa ti attrae della Libia per studiarla così approfonditamente attraverso i tuoi due ultimi lavori, The Black Sheep e questo ultimo, ancora in progress, che porterai al LOFT il 15 febbraio: Abu Salim – Il prezzo della libertà?

La Libia è come un far west, ancora poco esplorata e ancora troppo poco raccontata. Ci sono capitato quasi per caso, quindi l’attrazione è arrivata dopo averla conosciuta. Non voglio dire nulla sui miei film girati in Libia, ma consiglio di guardarli con attenzione. In Libia si trovano alcune delle chiavi che apriranno i cancelli di una potenziale stabilità politica in Europa e quindi anche del nostro paese.

> Parlaci della campagna di crowdfunding che presenti al LOFT Kinodromo. Per quale motivo le persone dovrebbero sostenerti in questa avventura che hai lanciato sul web?

ausman and gunLa storia di Valentin è unica nel suo genere e considerata la mia passata esperienza con lui, sono anche l’unica persona che può girare questo film. E’ una storia urgente che ci farà riflettere su una storia che è esempio vivente di un qualcosa che ci riguarda da vicino, i diritti sull’infanzia e il mondo che stiamo costruendo per le future generazioni. Ci farà riflettere sull’illusione di un’Europa di certi “valori” che tanto decanta, ma che si rivelano sempre più dettati da questioni geopolitiche, economiche e non da questioni umanitarie. Penso comunque che la visione del mio precedente documentario Gara de Nord_copii pe strada possa già convincere abbastanza della validità del nuovo progetto.

> Che emozioni hai provato e quali le sfide che hai affrontato durante la tua permanenza in Romania nel 2006 per girare Gara de Nord_copii pe strada?

Ho tantissimi bei ricordi di quel periodo, un lungo viaggio con lo zaino in spalla e la camera in mano. Le emozioni furono tante, non sempre belle, non sempre brutte. Ma quella che ricordo meglio è la gioia di aver trovato un profondo senso di umanità tra quei bambini.

> Perché ora vuoi raccontare al mondo la storia di Valentin, uno dei protagonisti dell’omonimo documentario girato in Romania nel 2006?

Mostar---Old-Bridge---2014La storia di Valentin è arrivata da sola, non l’ho mai cercata, né mai avrei potuto immaginare di girarla. E’ un personaggio forte, sensibile, consapevole della sua storia, tutte caratteristiche importanti per girare un film biografico, ma soprattutto rappresenta, nel suo essere, una crisi politica e sociale che sempre più sta pervadendo l’Europa. La cosa però che mi ha convinto a tornare a girare un film in Romania, è il fatto che Valentin, fino al giorno in cui non si è rivisto per caso nel documentario che girammo dieci anni fa, trovando il film su Youtube, non ha mai parlato con nessuno della sua storia passata. Una volta visto il film in cui lui era poco più di un infante, ha deciso di affrontare il suo passato e guarire le ferite ancora aperte.

> Qual è l’esperienza che più ti ha coinvolto o, in qualche modo, segnato particolarmente in tutti i lavori che hai realizzato finora?

Sicuramente la Libia. Mi ha cambiato, profondamente. Lavorare nel paese nordafricano mi ha dato l’opportunità di poter vedere l’Europa da un punto di vista inedito. Paradossalmente vivere e lavorare in Libia mi ha aiutato a capire molte delle dinamiche sociali e politiche che oggi prendono corpo in Europa.

> Che cosa intendi per eroi e antieroi?

Più che uno statement, è una domanda. L’aver viaggiato e testimoniato con i propri occhi alcuni tra gli eventi più significativi avvenuti nei paesi più instabili degli ultimi anni, mi ha obbligato a pormi delle domande sui personaggi che io filmavo. Noto sempre più spesso che i limiti dell’etica comune e della morale diventano liquidi, labili, a tratti soggettivi, e diversi in relazione alle diverse correnti politiche. Un esempio: l’ex presidente degli Stati Uniti , Obama, è considerato un eroe pacifista da tutti i movimenti progressisti del mondo, ma una persona bugiarda, ipocrita, guerrafondaia e maestra del “politically correct” da altri movimenti politici non progressisti. Queste due visioni, oggi, non possono mai incontrarsi e si escludono l’una con l’altra, spesso con modalità violente.

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