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Voyage en barbarie: cose che voi umani non potete neanche immaginare! > Recensione di Pierluigi Musarò

Ho viste cose che voi umani non potete neanche immaginare.

Forse questo testo del celebre monologo del film Blade Runner è la didascalia che meglio si addice alla sequela di immagini che Voyage en barbarie propone. Con la differenza che Ridley Scott ha girato un film di fantascienza, mentre Cécile Allegra e Delphine Deloget un documentario sulle migrazioni degli eritrei e le torture a questi inflitte dai beduini nel Sinai.

Oltre diecimila persone, il più delle volte giovani istruiti, non sono usciti vivi da questo teatro degli orrori. Per ottenere un riscatto dalle famiglie, le vittime rapite durante la migrazione verso il Sudan vengono rinchiuse per mesi in sotteranei, picchiati, marchiati con la plastica rovente, stuprati e torturati con le scosse elettriche. Il tutto in diretta telefonica con le famiglie, dove le urla dei figli rappresentano la garanzia per la richiesta di un riscatto.

Le immagini che accompagnano la testimonianza inedita dei tre sopravvissuti sono dunque degne della citazione del replicante di Blade Runner. Ma qui non siamo nell’extramondo. Piuttosto, nell’ennesimo dramma sulle rotte della migrazione.

voyage 2Voyage en Barbarie è un documentario duro, doloroso, che colpisce dritto nello stomaco. E le immagini rimangono impresse nella memoria. Nella coscienza, visto il totale silenzio che avvolge il dramma degli eritrei. Le cicatrici e i corpi mutilati, deformati, marchiati a vita, la gente che prega di morire, dipingono un triste affresco di cosa significhi fuggire la dittatura per inseguire la “normalità”.

Germay Berhane, ora rifugiato al Cairo, Robel e Haleform, rifugiati in Svezia, sono gli involontari protagonisti di questo infernale destino. E al loro fianco si odono le voci di chi offre assistenza alle vittime: Estefanos Meron, svedese di origine eritrea, e Mohammed Hassan Awwad, giovane sceicco egiziano.

Meron è anche uno degli autori del libro ‘The Human Trafficking Cycle: Sinai and Beyond’  insieme a MEH van Reisen, e CRJJ Rijken in cui vengono riportate le testimonianze di tante vittime del traffico nel Sinai, denunciando i legami con Israele e le responsabilità politiche dell’Europa.

Come lui, sono tanti gli eritrei della diaspora che testimoniano contro i crimini commessi da Isaias Afewerki, il presidente-padrone dell’Eritrea che da oltre vent’anni governa uno dei paesi più poveri e chiusi del mondo. Il servizio militare obbligatorio (spesso a tempo indeterminato) prevede l’addestramento per i minori e i lavori forzati per le reclute e i prigionieri politici e di coscienza. I diritti umani non esistono e, laddove abbozzati, sono oggetto di costanti violazioni accompagnate da esecuzioni sommarie, sparizioni e torture. La mancanza di libertà e la paura costringono gli eritrei alla fuga. Dapprima verso il Sudan e spesso verso la fortezza Europa.

Proprio in questi giorni è stato pubblicato il report The Migration Machine  di Selam Gebrekidan, in cui viene spiegato e denunciato il sistema raffinato di rapimenti, ricatti e trasferimento di denaro che l’Europol ha stimato tra i $3 e i $6 miliardi di dollari per il solo 2015.

Basta leggere la petizione su Change.org promossa da Mussie Zerai, sacerdote eritreo candidato al Premio Nobel per la Pace, per capire la situazione.

I richiedenti asilo che arrivano sulle coste italiane sono in gran parte eritrei. Ogni mese circa 5000 persone, soprattutto giovani, fuggono dal regime di Isaias Afewerki, che nega ogni forma di democrazia, ogni libertà, anche la più elementare, avendo trasformato il Paese del Corno d’Africa in una “galera a cielo aperto” – scrive il prete eritreo, evidenziando come la Commissione Europea finanzi l’Eritrea attraverso un nuovo pacchetto di aiuti allo sviluppo, di oltre 300 milioni di euro. Soldi che di certo non migliorano i diritti umani.

Mussie Zerai, sacerdote e presidente dell’Agenzia Habeshia, è impegnato da anni nell’assistenza dei rifugiati e migranti in Italia e in Europa. Il suo numero di telefono è conosciuto dalla maggior parte di quanti intraprendono la rotta Mediterranea. E’ lui infatti, il più delle volte, a convincere i militari italiani a soccorrere le carrette del mare.

Voyage en Barbarie

La sistematica e grave violazione dei diritti umani, che ha creato un clima di paura in cui ogni forma di dissenso è repressa, dove una vasta parte della popolazione è costretta al lavoro forzato e alla reclusione, mentre centinaia di migliaia di persona fuggono dal paese per rifugiarsi in Europa – conclude la nota che accompagna la petizione – potrebbe essere definite crimini contro l’umanità”. Sono infatti queste le conclusioni a cui è giunta la Commissione di inchiesta sui diritti umani in Eritrea, istituita dal Consiglio ONU dei Diritti Umani nel giugno 2014.

Come il documentario esplicita, per fermare l’esodo dall’Eritrea non servono altri soldi, ma democrazia e libertà.

Queste immagini rendono dunque chiaro il dramma dell’Eritrea, la Corea del Nord dell’Africa: un regime totalitario che ha imprigionato migliaia di oppositori, militarizzato un’intera società, ingabbiato i suoi giovani.

Questo dramma è anche al centro della narrazione che Alessandro Leogrande ci propone sulla Frontiera descritta come linea immaginaria eppure realissima, una ferita non chiusa, un luogo di tutti e di nessuno di cui ognuno, invisibilmente, è parte’.

Nell’accattivante viaggio lungo questa linea che separa e insieme unisce il Nord e il Sud del mondo, l’autore parte dalla grave strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, dove su 368 morti, 360 erano eritrei. Dato che non stupisce se si tiene conto che gli eritrei costituiscono circa un terzo delle persone che arrivano via mare in Italia.

Quel che stupisce è il fatto che nessuno parla dell’Eritrea. Perché?

Come chiarisce l’autore – e come lui la scrittrice post-coloniale Igiaba Scego – ci sono due rimozioni in atto. La prima riguarda il nostro passato coloniale, l’occupazione dell’Eritrea, cioè quella che è stata la più antica e longeva colonia italiana: l’incomprensione del fenomeno migratorio dal Corno d’Africa in buona parte si intreccia con la negazione pubblica del nostro passato coloniale, della violenza coloniale. La seconda rimozione riguarda l’Eritrea contemporanea: il regime di Isaias Aferwerki, nato dalla degenerazione della guerra di liberazione nazionale condotta contro l’occupante etiopico che ha dato l’indipendenza al paese nei primi anni novanta.

Voyage en Barbarie ci impone di guardare in faccia la realtà di questo ‘extramondo’, caduto per troppo tempo nel baratro della nostra rimozione collettiva.

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