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MARMATO di Mark Grieco (Recensione di Alberto Berardi)

Mark Grieco documenta i cambiamenti che la cittadina colombiana di Marmato affronta durante i sei anni che seguono la decisione del governo di aprire il mercato agli investitori esteri, nel 2006. Attraverso le vicende di alcuni abitanti e protagonisti della lotta tra Marmato e la canadese compagnia mineraria Medoro, poi Gran Colombian Gold, assistiamo alla penetrazione delle leggi del mercato globale in una realtà che per i cinquecento anni precedenti ha mantenuto i propri equilibri sull’autonomia economica e sulle tradizioni locali.

Siamo nel mezzo del film. Una sera umida come tante altre tra le spoglie case di Marmato. Alla fine di un giorno di festa le figlie del minatore Josè Dumar chiedono al padre il permesso di utilizzare il corredo scolastico fornito a ciascun bambino dalla Gran Colombia Gold, che ha appena sponsorizzato l’inaugurazione del nuovo anno scolastico in un tripudio di balli, foto per i giornalisti e discorsi su un futuro radioso e a portata di mano per la cittadina. Il problema è che molti genitori, come Dumar, hanno già comprato il corredo scolastico ai propri figli. Eppure quelle matite colorate e quelle cartelle tutte uguali sono irresistibilmente nuove e scintillanti, e il logo della multinazionale canadese luccica più dell’oro che resta ancora da estrarre nelle viscere della montagna. Un gigante verde dove 8000 persone sono sedute su 20 miliardi di dollari che finiranno ovunque tranne che nelle loro tasche, se il progetto di miniera a cielo aperto pensato dalla multinazionale vedrà la luce.

Marmato 2Non che per i precedenti cinquecento anni il popolo di Marmato abbia visto chissà quali ricchezze. Tuttavia all’inizio del 2006 il regista e foto-reporter Mark Grieco arriva in una cittadina in cui fa in tempo a riprendere gli ultimi istanti di un’esistenza povera ma in equilibrio, appena prima che il grafico del valore dell’oro inizi la sua prima perentoria impennata. Proprio l’andamento a salire di questa linea, digitalmente impressa su un’immaginaria parete interna della miniera con la fiamma di una lampada a zolfo, apre i titoli di testa del bel documentario di Grieco e viene richiamata periodicamente a scandire l’arco temporale delle vicende narrate. Qualcuno ha criticato l’ingresso di questa immagine artefatta, creata mediante computer grafica, in un documentario che per il resto filma e non tradisce mai la ripresa del reale. Invece pensiamo che la scelta sia perfetta, perché in maniera precisa illustra la lontananza dall’orizzonte degli eventi di tutti i protagonisti della storia. Regista incluso.

Come il lavoro cieco nella miniera, nel buio della montagna, la lampada a zolfo assolve e illustra la propria funzione di visione limitata. Il lavoro materiale, l’estrazione, contribuisce all’andamento del mercato mondiale ma non ne ha di fatto alcuna coscienza. Così la luce della lampada inizia e finisce di aiutare la visione delle cose su quella parete, dove l’oro materialmente si estrae e dove la corsa all’oro materialmente arriva al proprio traguardo, come se fosse il campo visivo ridotto dai paraocchi di un cavallo che può correre e vedere solo davanti a sé. Infatti, nonostante diverse (belle) riprese dall’alto mediante droni, l’occhio cinematografico di Grieco non riesce mai a vedere a sufficienza. Non si risolve nella fedeltà a una distanza analitica, coerente con quella visione dall’alto, né a compiere un salto dall’altra parte della barricata per penetrare nel cuore della montagna e del problema. Ci si avvicina, in qualche occasione, mettendo a parlare tra loro persone con ruoli diversi, come in un bel momento di verità durante il quale José Dumar e Lawrence Perkes, il responsabile delle perforazioni al soldo della multinazionale, si confrontano nel buio dei tunnel su quello che accadrà a Marmato da lì a poco.

Marmato 1Per tutto il resto del tempo Grieco affianca le esistenze dei suoi vicini di casa, riducendo il proprio punto di vista al loro – e aggiungendo un paio d’interviste ai cattivi – per restituirci un mosaico di esistenze messe in crisi dal cambiamento e afflitte dalla mancanza di comprensione degli eventi, che restano insondabili e inamovibili come la montagna in palio. Ciascuno fa quello che sa fare e non potrebbe essere da meno: il minatore scava, i bambini vanno a scuola, il manager arraffa, il sindacalista impugna il megafono, il cantastorie canta e il documentarista riprende. Tutti assieme, in tempo reale e senza alcuna sorpresa, avanzano verso il conflitto annunciato da Perkes e su cui termina il film ma non le vicende. Qual è allora qui il ruolo del cinema documentario? Forse proprio quello assolto dal cantastorie: ricordare e addolcire un evento traumatico con una ricostruzione che metta fatti e persone al proprio posto, bagnandoli nella nostalgia per una tradizione secolare che è destinata a essere superata, ma che potrà essere salvata nella memoria di chi avrà occhi per vedere e orecchie per sentire.

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