X

QUI di Daniele Gaglianone (Recensione di Alberto Berardi)

Una di quelle faccende terribilmente difficili da filmare, che non si sa bene da dove iniziare. Apparentemente sotto gli occhi di tutti e per certi versi inabissata, la questione del movimento NO TAV in Valsusa si allunga nel tempo e nello spazio come una creatura complessa e smisurata. Daniele Gaglianone si avvicina alla valle e ai suoi abitanti a piedi, gambe e camera in spalla, consapevole dell’inutilità di un approccio che provi a dire o mostrare tutto. Facendo questo lascia a bocca asciutta chi si aspetta un documentario “risolutivo” come pure lo spettatore in cerca di un approccio d’assalto, da giornalista d’inchiesta, da Report, che non troverà pane per i suoi denti. Le attese che si creano sullo schermo, dall’inizio, dal primo ritratto umano in poi, sono invece altre e non saranno deluse.

Qui-2014-Daniele-Gaglianone-002Avvicinarsi a chi lotta o ha lottato per uno spazio e una causa, farsi mostrare i luoghi e sentirne le storie, con affetto partigiano e rispetto umano. Ciò che Gaglianone cerca è sempre nel senso del titolo. “Qui” sta per un evento che riguarda i valsusini e noi allo stesso tempo, perché noi possiamo essere loro e loro possono essere noi. Perché ogni racconto trascende la sua dimensione particolare esattamente nel momento in cui la concretizza in azioni e sentimenti, prima comuni, poi condivisibili e infine universali. In quel senso “Qui” è ovunque. Nel racconto tremendo del rapporto con la burocrazia e con la violenza cieca di uno stato che è più grande e più inafferrabile che qualsiasi creatura mitologica, colpisce come tutti usino le stesse parole semplici e come i toni non siano mai sopra le righe. In certi casi si arriva quasi alla battuta, all’ironia, nonostante tutto quello che è successo e ancora succede. Questo è possibile perché tutte le persone alle quali si dà voce hanno in comune una cosa: la serenità che deriva dal sapersi schierati dalla parte giusta. La parte giusta è quella del “noi” che non ha un vero “loro” come nemico.

Gaglianone intelligentemente si guarda bene dall’additare o dal (far) nominare direttamente i cattivi, perché non è interessato a una radicalizzazione delle forze schierate – è già così – ma piuttosto prova a estendere quella dimensione del “noi” fuori dai confini della valle. Vedere dove può arrivare quel “qui”, quanto si può allargare, quello è il suo scopo. E il noi bisogna percorrerlo, a piedi, vederlo e farselo mostrare: le barricate e i cancelli, i luoghi degli scontri, il bosco rimasto e il bosco che “vedi, era là, dove ora c’è quel pilone”. Per questo il regista evita sempre il filmare o fotografare frontale, consapevole del fatto che può diventare una forma di guerra fredda, come le schedature fotografiche che fanno i digotti, interrompendo a un certo punto le riprese del documentario stesso (e a quelle schedature i valsusini rispondono ironicamente con le proprie fotocamere immortalando gli operai al lavoro). La sua telecamera invece cerca più lo stare accanto, il “fammi vedere” o il “raccontami”. E alla fine ci riesce, a disegnare i contorni del drago senza averlo mai guardato negli occhi, facendogli un lungo giro attorno: gli alberi divelti, gli scavi, le tracce di un passaggio violento, le parole di chi l’ha visto e di chi è riuscito a scappare, con qualche ferita, dalle sue fiamme e dal suo fumo. Nel dissolversi in nero dell’ultimo racconto, dopo il passaggio del mostro, capiamo che ora il turno di guardia tocca a noi, perché anche se la videocamera ha smesso di registrare sappiamo che non è finito QUI.

Tags: