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DAYS OF HOPE di Ditte Haarløw Johnsen (Recensione di Pierluigi Musarò)

Days of Hope. Il prezzo da pagare per re-sistere dall’altra parte del Mediterraneo

Nella città costiera di Nouadhibou, in Mauritania, Harouna è solo. Partito dal Mali troppo tempo fa per raggiungere l’Europa, il giovane pittore si ritrova in trappola tra il deserto del Sahara e l’Oceano Atlantico. Il sogno di raggiungere il Vecchio Continente lo ha condotto sino alla costa, ma la vista del mare e dei cadaveri prosciugati dal sole dopo il naufragio di un barcone lo terrorizza.

Che fare? Attendere.

Come fanno migliaia di uomini e donne provenienti da tutta l’Africa: persone che si lasciano alle spalle genitori, fidanzata, bimbi appena nati, per popolare in silenzio le coste che dal Senegal alla Libia lasciano intravedere la promessa di una vita migliore. Un silenzio che nel documentario della regista svedese Ditte Haarløv Johnson assume i toni discreti del rispetto per l’altro, la sua storia, la solitudine, ma anche la rabbia, i sogni e la nostalgia struggente di una casa ormai lontana. Senza commento parlato né sottofondo musicale, la regista riesce a trasmettere la drammaticità delle situazioni dipinte senza mai cadere nel pietismo che spesso caratterizza il racconto dell’uomo bianco (o della donna, in questo caso) delle sfortunate avventure dell’uomo nero. Non c’è traccia di gratuita compassione per quelle vittime di guerra o della carestia che affligge tanti luoghi di partenza, nè di quel tono allarmistico di tanto giornalismo italico che dipinge quel diritto di fuga (come lo definisce Sandro Mezzadra, evidenziandone l’intimo rapporto con la configurazione della cittadinanza nelle democrazie occidentali) con le tinte forti dell’illegalità, che per equivalenza diventa criminalità o anche terrorismo.

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Perchè se è vero che gli immigrati sono parte permanente e strutturale del nostro tessuto sociale ed economico – nel mercato del lavoro versano contributi previdenziali, hanno un conto presso una banca italiana, acquistano beni immobili – è al contempo vero che le cronache del giornalismo italiano, così come i discorsi prodotti dalla politica, veicolano una rappresentazione deformata del fenomeno migratorio, confinandolo alla sola dimensione dell’allarme sociale e della criminalità.

Gli immigrati, come i cittadini, partecipano allo sviluppo del paese come lavoratori e produttori, contribuenti, consumatori, risparmiatori e, in alcuni casi, anche come elettori. Ma a differenza dei cittadini, vengono stigmatizzati come “illegali”, “diversi”, “criminali”, in una rappresentazione che enfatizza gli sbarchi e l’immigrazione irregolare, o la retorica riguardante i crimini attribuiti o realmente commessi dagli stranieri, al punto da occultare l’immigrazione ordinaria, effettiva faccia di un fenomeno storico e globale.

Un esempio? Il tema prediletto dei media sul tema immigrazione riguarda gli sbarchi di clandestini sulle nostre cose: compare regolarmente in estete o in occasione di qualche naugrafio, e spesso si accompagna a temi quali la sicurezza, la ciminalità o la presenza di clandestini. Il che lasciano in altre terre guerra e fame per raggiungere l’Italia su piccole barche, fragili gusci di noce, in mano a trafficanti senza scrupoli né pietà. Eppure, i dati del Ministero dell’Interno ci dicono che solo un cittadino straniero irregolare su otto (il 12%) arriva via mare, mentre la gran parte raggiunge l’Italia in aereo utilizzando un visto turistico (sono i cosiddetti overstayers). Dunque l’immagine dell’aeroporto di Roma o Milano, e non il porto di Lampedusa, dovremmo avere in mente quando pensiamo all’immigrazione irregolare. (Paradossi e contraddizioni tali sono al centro del libro Media e Migrazioni, da me curato insieme a Paola Parmiggiani).

Il pregio maggiore del documentario diDitte Haarløv Jensen è dunque la capacità di traslare in immagini quello che tanti telegiornali non raccontano, di dare voce a quanti spesso vediamo solo come corpi da governare, respingendoli alla frontiera, rinchiudendoli nei CIE per renderli invisibili, raccoglienmaxresdefaultdone i corpi galleggianti dopo le “tragedie”, accogliendoli quando proprio non se ne può fare a meno, e approfittando dello spettacolo messo in scena per esaltare il nostro buon cuore di cittadini ospitali e compassionevoli.

Al contempo, la regista evita sottilmente di prendere le parti dei protagonisti: il suo sguardo sui migranti ha il taglio da ritratto fotografico, capace di mettere a fuoco le sfumature dei diversi volti e delle storie di tragedia e speranza che si portano dietro.

In Italia, un gruppo di richiedenti asilo vive nel Centro di prima accoglienza Umberto I di Siracusa, una prigione dove regna la sospensione identitaria e dei diritti, chiedendosi se qualche futuro è possibile in Europa. A Copenaghen, Nwasuma e un gruppo di persone che come lei hanno lasciato il Ghana con l’illusione di raggiungere la terra promessa vivono alla costante ricerca del denaro da mandare alla famiglia, lasciando intravedere uno sfruttamento ancora più amaro. Le raccapriccianti immagini di uno smartphone riprendono i cadaveri sulla spiaggia dell’oceano di quanti hanno provato a partire, con i soldi attaccati addosso con il nastro adesivo e le foto dei propri cari in tasca..

“Conosci qualcuno che ce l’ha fatta, che sia tornato qui con i soldi?” Chiede un’anziana signora del Mali al giovane Harouna che anela il mare.

La risposta non può che essere negativa.

Eppure Harouna, sospeso tra il desiderio di partire e la nostalgia di casa, non desiste. Quel mare di mezzo (come lo definisce Gabriele Del Grande denunciando le migliaia di morti che la distesa di acqua salata si porta dentro) resta più attraente dell’impossibilità di attraversarlo. La posta in gioco appare più forte del rischio di annegare. La speranza di un futuro migliore non impedisce di prendere il largo. La cieca ingenuità che sull’altra sponda ci siano porte aperte e sorrisi ospitali alimenta il sogno della traversata, in un viaggio onirico che trasfigura un abisso ancora più profondo: quello che separa il migrante dal resto dell’umanità.

Immagine dopo imagine, lo spettatore sperimenta insieme ai protagonisti l’alienazione, l’incapacità di comprensione, la graduale perdita di senso. Nel mentre, fuori dallo schermo, la trappola dell’immigrazione continua, nella nostra totale indifferenza.

Pierluigi Musarò
( Presidente dell’associazione YODA, professore associato presso l’Università di Bologna e research fellow presso IPK, New York University e London School of Economics and Political Science, UK)

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