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Berlinale 65

Il Festival del Cinema di Berlino raccontato da chi ci va per la prima volta: impressioni ed istantanee della nostra inviata Sara Fabbiani.

Prima di iniziare a raccontare questa iniziale e intensa esperienza, occorre sottolineare qualche dettaglio che probabilmente alcune persone, prese dall’ansia e dalla gioia come la sottoscritta, hanno avuto l’occasione e la fortuna di notare. Andare al cinema per vedere i film in concorso alla Berlinale non è come andare a vedere un normale film in un qualsiasi cinema, e questo lo sapevamo già. Ma non si tratta solo di questo: si esce di casa, si cerca un film che si vorrebbe vedere, si fa una fila chilometrica per poi, finalmente, arrivare alla cassa con la speranza che ci siano ancora biglietti disponibili, per chi come la sottoscritta, non possiede un utile accredito. Capita anche di giungere alla cassa, che appare sempre più come un traguardo leggendario, e di essere liquidati con un sonoro “Sold out”.

2Minuto di sconforto, minuti di pensieri, minuti spesi in metro. Ebbene si, per andare alla Berlinale occorre organizzarsi al meglio, le idee chiare sono ben accette, una pianificazione ferrea consigliata e in più sperate in un pizzico di fortuna, soprattutto se stiamo parlando dei primi giorni del festival.

Dopo tanto errare, dopo biglietti non trovati, dopo aver lasciato una consistente dose di buon senso a casa, dopo parole casuali in tedesco, inizio a comprendere il sottile meccanismo del festival, incomincio a godermi l’atmosfera, i titoli, la bellezza e la grandezza dei cinema, gli spazi, il chiacchierare delle persone che attendono di entrare, le automobili dai vetri oscurati, le file non sembrano poi così infinite e l’organizzazione non sembra poi così diabolica.

ixcanul1Il primo film che vedo, dopo tanto vagabondare è Ixcanul, Berlinale Palast ore 19. Il cinema è immenso, elegante, sipario e poltrone di velluto rosso, la sala è piena, tento di trovare il mio posto, mi siedo mi rilasso. Entra sul palco una donna elegante, cammina veloce su tacchi vertiginosi, presenta il film in tre lingue, applausi, il sipario è pronto ad aprirsi, si spengono le luci, inizia il film. Silenzio e poi un primo piano, primissimo piano di una ragazza sudamericana, dal volto scavato, dagli occhi grandi, tristi, quasi rassegnati. Ixcanul è la storia di Maria, una giovane donna di origini maya, che tenta invano di scappare dal suo futuro matrimonio, dalle sue tradizioni semplici e quotidiane, dalla sua terra incontaminata. Vorrebbe vedere un nuovo mondo, vorrebbe farsi trasportare da dolci correnti sconosciute. Il ragazzo di cui si innamora, o di cui crede di essere innamorata, lavora in una piantagione di caffè e anche lui, proprio come lei, sogna un posto lontano, oltre il vulcano, oltre fiumi e foreste, un luogo chiamato Stati Uniti, dove ognuno ha una casa con un piccolo giardino. Sogni, promesse, false speranze a cui la nostra giovane protagonista ambisce e che difficilmente riuscirà a dimenticare. Un film sulla terra fertile e sulla fertilità, sul forte rapporto tra madre e figlia, ma è anche un film sull’impossibilità di poter cambiare il proprio destino, già segnato, già deciso da troppo tempo. Il cerchio si chiude e si ritorna all’inizio, lasciando molte questioni irrisolte. La fotografia è incredibile, l’uomo appare così piccolo e indifeso davanti all’immensità della natura e del vulcano, percepito come luogo mitico e come divinità, onnipresente nelle vite dei personaggi. Una storia vera raccontata con estremo realismo senza ricorrere al documentario.
Lunghi minuti di applausi. Lentamente salgono sul palco il regista, la madre e la figlia, si abbracciano, parlano nella loro lingua nativa e accennano qualche parola in spagnolo, saluti perlopiù, la voce trema, le emozioni sono palpabili, il pubblico è davvero entusiasta e sembra essere appena iniziata una festa.

heckIl secondo film è Cobain:a montage of Heck. Un documentario di circa due ore e mezzo sulla vita dissipata della star del grunge. Non occorrono presentazioni, non occorrono lunghi preamboli sul personaggio, tutti conoscono Kurt Cobain e tutti sanno qual’è stato il suo successo, la sua aura mitica e la sua fine. Un poeta maledetto sull’orlo della fine degli anni ’80. Un artista dal carattere malinconico, perennemente rinchiuso in un atmosfera cupa e aggressiva.
Un documentario interessante, uno sguardo intimo che racconta, anno dopo anno, la storia e il successo del cantante americano. Un lavoro intenso durato ben otto anni, durante i quali il regista Brett Morgen ha potuto attingere al tesoro inedito di materiali lasciati dallo stesso Kurt Cobain nel momento del suo suicidio: dipinti, filmini di famiglia, note, pensieri, foto, schizzi, effetti personali. Un collage ben architettato fatto di animazioni, interviste, video e musiche originali. Il risultato è un ritratto al microscopio, minuziosamente documentato, della rockstar che finì nel vortice del successo e di tutto quello che esso comporta. Il film decolla lentamente per poi dare spazio a un climax ascendente che sembra non avere pace se non nella più completa distruzione.
Timidi applausi. Si esce dalla sala quasi stremati ed è difficile comprendere se questo sentimento sia dettato dal film stesso oppure dalla biografia incredibile di questa giovane e mitica rockstar.

Dalle cupe note del grunge mi sposto lentamente verso un’altra storia, verso un altro continente. Mi metto in fila, attendo il mio turno, arrivo lentamente alla cassa e riesco incredibilmente a comprare l’ultimo biglietto per il prossimo film: Boda Boda Thief.
boda_boda_4_IMG_367xVARVisi, parole sconosciute, gesti mi accompagnano all’entrata della sala del CineMaxx, mi siedo di fianco a un ragazzo intento a scrivere appunti veloci, non alza lo sguardo fino ai titoli di testa. Non conosco quasi nulla del cinema africano ma leggendo la breve recensione, una frase ha subito attirato la mia attenzione “Un omaggio a Ladri di Biciclette”, un film che ha segnato nel profondo il cinema italiano, mi sembrava un buon motivo per vederlo. La sala è piena, le persone entrano a fiumi dal grande ingresso, poi piano piano le luci iniziando a spegnersi e il film può avere inizio.
Il film è ambientato nelle strade di Kampala, in Uganda, profonda Africa, gran traffico: macchine, persone, polvere e cibi per strada, colori caldi e poi tanti Boda Boda, moto-taxi usate per trasportare beni e persone da una parte all’altra della città.
Questa è la storia del giovane Abel, che dopo l’incidente di suo padre, è costretto a prendere il suo posto di autista del leggendario Boda Boda, unica fonte di reddito della famiglia. Abel è un ragazzo come tanti, che ama divertirsi, scommettere alle partite di calcio e bere con gli amici, amici che ben presto non si riveleranno tali, trasportandolo in un pericoloso vortice dal quale farà fatica a risalire. Proprio come nel film di De Sica, il Boda Boda non è semplicemente un mezzo di trasporto, ma è molto di più, è un bene necessario per la sopravvivenza dell’intera famiglia, simbolo emblematico e insostituibile. Un film profondo che mostra dinamiche sociali e famigliari del tutto simili al film italiano, con l’intenzione di raccontare un’altra realtà fatta di corruzioni, soprusi, minacce e paure. Una pellicola dal ritmo incalzante, che crea molta curiosità agli occhi dello spettatore.
Titoli di coda, musiche esotiche animano la sala alla fine della proiezione, il presentatore invita sul palco il regista e tutte le persone che hanno lavorato a questo progetto. Fiumi di applausi e di domande, sembra esserci un’atmosfera molto rilassata, felice, colorata.

1Esco, ore 21, quarto giorno di Berlinale, ci sono molte altre proiezioni alle quali vorrei partecipare, controllo il programma e penso se andare a vedere un altro film, è una buona abitudine alla quale si fa fatica a rinunciare. Osservo il passare veloce delle persone che sanno esattamente dove andare e cosa fare, sembrano sicure, vecchi conoscitori di festival, giovani esperti in questo mare in cui non è facile navigare. Mi dirigo verso Berlino Est, tento di comprare un biglietto all’ultimo minuto, sono in buona compagnia, bolognese per la precisione, non mi è permesso fare nomi. Penso alla direzione e alle fermate, con la speranza di non perdere troppo tempo, di non perdere troppi metro, ma d’altronde sono appena arrivata nella capitale tedesca, imparerò, lentamente, a conoscerla. C’è tempo.

Testo e foto di Berlino a cura di Sara Fabbiani

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