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IL CARICATORE di Eugenio Cappuccio, Massimo Gaudioso e Fabio Nunziata (1996)

Se il cinema, come sosteneva André Bazin, è un precipitato della realtà, Eugenio Cappuccio, Massimo Gaudioso e Fabio Nunziata sono la realtà che precipita nel cinema. Sceneggiatori, registi ed interpreti de “Il caricatore”, fanno della loro difficoltà nel realizzare un film, un film. Contemporaneamente dietro e davanti alla macchina da presa, la loro onniscienza genera un piccolo gioiello autobiografico dal retrogusto romanticomalinconico. Come tre Don Chisciotte, in nome della loro cinéfilia, combattono contro le avversità del cinema-mercato. Incoscienza, passione ed entusiasmo sembrano non bastare. Ma in realtà sono proprio i pochi mezzi e i pochi soldi, ad alimentare quella creatività solitamente assopita dal convenzionale.

Il_caricatore_1996Nasce così un’idea. I tre cineasti girano nel ’95 un cortometraggio dal titolo “Il caricatore”, con il quale vincono il premio della critica e del pubblico al Locarno Film Festival. Sono quindici minuti di stato germinale di una storia che esattamente un anno dopo, si svilupperà sino a raggiungere i novanta minuti di durata. Il passaggio dal corto al lungo, quasi obbligato, obbliga i nostri tre a cercare un produttore.

Nasce così il film. La storia è quella di Eugenio, Massimo e Fabio che interpretano se stessi alle prese con un caricatore di pellicola. Ne fanno un corto di un minuto, dove si scorge il corpo di una giovane donna in procinto di spogliarsi. Con “Veronica”, vincono un festival e pellicola sufficiente per girare finalmente un lungometraggio. Qui il metacinema irrompe ancor più: i tre neoautori scrivono la storia di tre amici che vogliono realizzare un film.

Esilaranti battute, personaggi surreali e accadimenti oscillanti tra il tragico ed il comico, risultano sapientemente orchestrati in un ritmo scandito dall’incalzante musica originale di Daniele Sepe. Perfetti gli incastri di questi ironici sketches che vanno a delinare un parodistico vademecum di come (non) fare un film.

Un tripudio di luoghi comuni si vestono di un’acuta ironia, mentre  ipertrofiche rappresentazioni  elencano  i vari step da percorrere per giungere al “the end”.

Emblematico l’incontro con il produttore: i tre protagonisti letteralmente navigano fiumi e affrontano desolate colline, pur di proporre il loro soggetto a Gianluca Arcopinto (che è anche il reale produttore del film), interprete di se stesso con i suoi vizi e virtù.

“Ci vuole fisico per fare cinema”, dice Arcopinto, e non sempre si è sicuri della riuscita.

Umiliazioni, compromessi, crisi, si interpongono agli eccessi di passione dall’instancabile istinto di sopravvivenza, rendendo il tutto particolarmente faticoso. Fatica trasudante dal corpo di Fabio costretto a giocare estenuanti partite di calcio, pur di imbonirsi il produttore; fatica tra le estremità delle dita di Massimo, sbattute sui tasti di un pc alla disperata ricerca di parole da sceneggiare; fatica retta a stento dai pensieri di Eugenio, che facilmente si arenano in un pessimismo dal funesto peso.

Il bianco nero delle riprese in super 8 (gonfiato poi in 35 mm) e lo sfondo di una Roma quasi anonima con il suo mesto litorale, accentuano il retrogusto malinconico serpeggiante lungo l’intero film.

Ma ciò che rimane nello spettatore è un compiaciuto senso di appagamento nell’aver partecipato, sorridendo, alle gioie e ai dolori che la realizzazione di un film comportano.

Perché seppur ci si ritrova immoti nella bonaccia di un corto circuito, la passione prima o poi giunge a destar gli animi. Se a quest’ultima si accompagna qualche finanziamento, “rischia” di destarsi anche il cinema italiano.

Chiara Seghetto

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