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L'ACCORDO di Jacopo Chessa (Italia, 2011)

Intuitivamente tutti sanno cos’è un accordo sindacale: un testo più o meno lungo nel quale due parti, l’azienda e il sindacato, prendono degli impegni che, più o meno, riguardano i lavoratori. L’accordo ha quasi sempre una premessa e questa premessa consiste in una carrellata di affermazioni di principio, dichiarazioni un po’ fumose che riguardano l’esperienza passata, il contesto attuale, la tendenza del mercato, le previsioni future.

E dopo la premessa, che dai tempi di Henry Ford “forma parte integrante dell’accordo”, vengono elencati i vari punti su cui le parti concordano. Alle volte ci sono anche sottopunti e capoversi, paragrafi e sottoparagrafi.

Ecco, in un certo senso si può dire che L’Accordo (prodotto nel 2011 da Prime Bande per la regia di Jacopo Chessa) è un documentario che si occupa del cosiddetto accordo Mirafiori, firmato il 23 dicembre 2010, utilizzando la struttura di un accordo sindacale: c’è una premessa, ci sono 6 punti dedicati a 6 diversi argomenti, c’è anche un punto suddiviso in vari sottopunti.

La premessa del film, quindi, è un’introduzione al contesto, ma un’introduzione utile per orientarsi nei complicati meandri della vicenda Mirafiori, un’introduzione che si apre all’esterno dello stabilimento, davanti ai cancelli, mentre Giorgio Airaudo (Segretario nazionale Fiom-Cgil, responsabile auto) rievoca l’esperienza passata e la marcia dei 40 mila, ossia la sfilata dei colletti bianchi che nel 1980 decretò la sconfitta del sindacato nella vertenza con la Fiat e la fine delle iniziative di lotta.

Nella premessa del film c’è anche una carrellata che percorre, in un unico piano sequenza, uno dei lati del perimetro di Mirafiori. Le immagini sono accompagnate da una voce femminile che spiega a cosa serve l’accordo e cosa succede se non viene approvato dal voto che più di 5100 lavoratori Fiat devono esprimere nel referendum del 13 e 14 gennaio 2011.

Nei 6 punti in cui è suddiviso il film si susseguono gli interventi di operai, sindacalisti, economisti e

personaggi noti come Landini, Bertinotti, Zagrebelsky, Chiamparino, Airaudo, Cofferati. Non sono interviste, o almeno, non vengono utilizzate come tali. Sono più dei contributi, delle testimonianze ordinate per argomento. Ed il primo è dedicato a Sergio Marchionne. Che tuttavia non compare mai. Viene costantemente evocato, citato, commentato, però – ogni volta che lo si sente parlare – sullo schermo non c’è il suo volto ma il nero. Una scelta azzeccata perché la dimensione acustica fa sì che le sue parole risultino, da un lato, ingombranti fino alla saturazione, dall’altro, singolari fino al paradosso. Il paradosso di non avere interlocutori. Marchionne non parla al sindacato, non parla alla politica né agli operai Fiat. Neppure quando promette un miliardo di investimenti nello stabilimento di Mirafiori in cambio del sì all’Accordo. Marchionne si rivolge direttamente ai lavoratori italiani. È una voce che tuona da ogni ribalta, anche la più improbabile: le colonne di un giornale, il meeting di Rimini, una trasmissione televisiva (non a caso viene citato proprio il programma Che tempo che fa condotto da Fabio Fazio).

A questo punto, proprio come l’articolo 1 di un accordo condiziona quelli successivi, gli altri 5 capitoli del film (la fabbrica, la trattativa, il referendum, i diritti e – per finire – il contenuto dell’accordo) risentono del timbro e dell’impostazione del primo. Tant’è che la voce di Marchionne torna ancora, rarefacendosi in brevi interpolazioni. Sicché le pause, i silenzi e le schermate nere che intervallano alcuni contributi, non solo spezzano il ritmo del montaggio, creano una cesura fra ragionamenti e permettono alla narrazione di tirare il fiato. Quei silenzi diventano anche i silenzi di Marchionne, che sceglie di ignorare il sindacato, di snobbare la politica, di non rispondere ai lavoratori.

E sembra essere proprio lì, in quella scelta, una possibile risposta alla domanda che pone il regista: ma questo accordo, è nato da una vera trattativa o da un ricatto? Il film, va detto, riesce ad essere equilibrato, non usa idee preconfezionate, non enfatizza le parole di una parte, non mette in discussione la dignità delle scelte dell’altra, evita accuratamente la retorica sull’operaismo e lascia lo spettatore libero di usare, come meglio crede, gli strumenti che un documentario mette a disposizione. E dunque, nel suo essere equilibrato, rispettoso e lucido, non soffoca la risposta a questa domanda. Che non è nelle parole di Landini, di Airaudo o Cofferati. È nella mancanza di un dialogo fra quelli che dovrebbero essere interlocutori privilegiati.

Vedendo le immagini del presidio Fiom in piazza Castello, la gente che passeggia, i pochi che si avvicinano ai manifestanti, viene davvero il dubbio che nessuno sappia a quale interlocutore rivolgersi. E che l’importante sia alzare la voce, nella speranza che qualcuno ascolti.

Nelle giornate del 13 e 14 gennaio 2011 si svolge il referendum sull’accordo. Le immagini davanti allo stabilimento – che sembrano rubate, come girate dopo la fine di un evento (del quale non si sa nulla) e perciò segnate da una certa aria di smobilitazione – risultano tanto più efficaci in quanto prendono lo spettatore in contropiede, impreparato e un po’ perplesso rispetto ai risultati del referendum: ha votato il 95% degli aventi diritto. Il 54% a favore, il 46% contro. Ma è quest’ultimo ad avere alzato la voce.

Gli accordi sono tutti così: c’è chi li vuole, chi li discute, chi li sottoscrive. Più o meno. Poi c’è anche chi deve applicarli e chi ne subisce gli effetti. E chi li giudica per i risultati prodotti. Guardare L’Accordo oggi, dopo che il progetto Fabbrica Italia è tramontato (e con esso l’investimento economico promesso), dopo che il numero delle vendite è crollato, dopo che il nuovo modello di relazioni industriali promosso da Fiat non ha attecchito in nessun altro settore produttivo del paese, aiuta a riflettere. E induce a credere che anche quel 46% di no, come il documentario ben racconta, è stato il frutto di una scelta difficile, che ha prodotto degli effetti. Magari non ha coperto la voce di Marchionne, ma gli ha dato un volto. L’unico che compare nel film, nelle ultime scene: il volto in gomma piuma di un manager vampiro che si aggira per le strade rifilando bastonature, anch’esse parte integrante dell’accordo.

Mauro Orletti

 

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Mauro Orletti è nato in provincia di Chieti nel 1977. Si è trasferito a Bologna per studiare giurisprudenza. Neolaureato, è stato chiamato dall’Iveco per occuparsi di relazioni sindacali all’interno di uno stabilimento produttivo. Ha vissuto a Torino per quasi un anno. Tornato Bologna, ha continuato ad occuparsi di relazioni sindacali per un’azienda della città.

Nel 2009 ha pubblicato per l’editore torinese Zandegù il romanzo Mi sento già molto inserito – Cronache dalla fabbrica (dis)integrata, che racconta la sua esperienza all’Iveco,un universo ostile ed incomprensibile, governato da leggi assurde che impongono l’osservanza di liturgie totalmente prive di contenuto e totalmente inutili ai fini lavorativi. Fra caricature di manager, sindacalisti un po’ ambigui, operai premiati con frullatori, colletti bianchi alle prese con ossessioni anglofone, carrieristi in competizione alla macchinetta del caffè.

Dal 2006 al 2010 ha collaborato alla redazione della rivista L’Accalappiacani, settemestrale di letteratura comparata al nulla, edita da Deriveapprodi.

Nel 2012 è uscito il suo secondo romanzo Un uomo in movimento (Discanti editore), che indaga il mondo di Comunione e liberazione.

 

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