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PER LE STRADE DEL CINEMA CONTEMPORANEO. RIFLESSIONI SUL RACCONTO CINEMATOGRAFICO (di Lucia Malerba)

[…continuano i report dalla nostra inviata al TFF….]

Saltando di sala in sala, ci si accorge presto che la varietà di film in cui si può incappare è notevole.

Innanzitutto ci sono le varie categorie, o sezioni, del festival: troppe per elencarle tutte (potete però trovarle qui), le quali a loro volta racchiudono un’incredibile quantità di sguardi, racconti, stili. Attraversare questi titoli significa osservare la caleidoscopica e multiforme faccia dell’immagine e del racconto. Ed è così che può capitare di passare da un horror tedesco pieno di mutanti tra ghiacciai insanguinati (Blutgletscher/The station di Marvin Kren, Austria, 2013) a un documentario dalle lunghe inquadrature che riflette sull’utopia del racconto cinematografico ed esistenziale (A spell to ward off the darkness di Ber Rivers e Ben Russell, Francia/Estonia, 2013). Bisogna essere pronti davvero a tutto. E saper scegliere gli orari giusti in cui piazzare i film, perché la mattina alle 9 si è particolarmente sensibili e ciò potrebbe influenzare non poco il giudizio, oltre all’umore di tutta la giornata.

Quello da cui però vorremmo far cominciare il nostro racconto del Tff visto dal Kinodromo sono proprio i film contenuti nella sezione TFFDOC. Questo è infatti il luogo dove sono raccolti i cosiddetti “documentari”. Iniziamo da qui perché la varietà, nei temi e nelle forme, di questa programmazione disegna la vitalità del cinema contemporaneo e, nello specifico, del “documentario”.

Basta in realtà questa definizione a scatenare una pioggia di riflessioni. Scorrendo l’elenco dei titoli che racchiude e poi andando a vederli, ci si accorge in fretta di come questa denominazione sia ormai poco più che una gabbia. Sotto questo nome ormai stretto si celano indagini sull’immagine e riflessioni sul racconto cinematografico che spaziano attraverso ricerca e sperimentazione. Sembra essere questo il campo in cui si nascondono le sorprese più interessanti e dove il cinema si spinge più avanti, sperimentando e mettendosi alla prova, cercando di superare i propri limiti e le proprie più consolidate tradizioni.

IMG_0517E’ ovviamente impossibile nominare tutti i titoli presenti, ma ci si può fare una buona idea della varietà attraverso una rapida e parziale selezione di quelli che, fino ad ora, ci sono capitati sott’occhio.

A partire da The uprising di Peter Snowdon (Belgio/UK, 2013): film costituito dal montaggio delle immagini (raccolte da youtube) della primavera araba e delle sue rivolte, propagatesi tra Tunisia, Egitto, Bahrein, Libia, Siria e Yemen. Un racconto corale che dà vita a un’unica “grande protesta panaraba che per il momento esiste solo sullo schermo”. La visione è faticosa, la qualità dei filmati è quella bassa e sgranata dei telefonini, la sensazione è quella di finire dritti nel cuore della rivolta, lo stomaco si contorce, le budella si attorcigliamo, la confusione delle immagini dà la nausea. Ma, al di là dell’argomento scottante, è interessante la riflessione sul video suggerita dall’uso di questo materiale amatoriale e in gran parte anonimo. Per Snowdon questa è “la prova incontrovertibile che il video funziona” poiché preserva “quella voce individuale senza la quale la più grande delle folle non vale niente”.

Altra riflessione sull’immagine, ma di tutt’altro tipo, è L’image manquante di Rithy Panh (Francia/Cambogia, 2013). Potente, stimolante e sfiancante, il documentario ricostruisce l’infanzia nei campi di lavoro e il genocidio dei Khmer Rossi che hanno segnato la vita del regista. Il racconto viene però fatto attraverso piccoli pupazzi di argilla che sostituiscono e ricreano l’ “immagine mancante”. Un documentario quasi privo di materiale d’archivio, ad eccezione di qualche breve frammento. Eppure, accompagnato solo dalla voce narrante in prima persona del regista, il film è un pungo nello stomaco e spinge un po’ più in là il recinto, ormai inutile, non solo del documentario ma dell’indagine cinematografica e del valore dell’immagine, andando a piazzarsi da questo punto di vista quasi all’opposto di Uprising.

Si vira verso l’osservazione antropologica con Stop the pounding heart (Usa/Belgio/Italia, 2013) dell’italiano naturalizzato statunitense Roberto Minervini che, con camera a mano e vicinanza snervante, sembra spiare la vita di una piccola comunità del Texas, tra tori, rodeo, capre e letture della Bibbia. In particolar modo si osserva la vita di Sara: dodici tra fratelli e sorelle, figlia di allevatori di capre, educata in casa secondo rigorosi precetti cristiani, lontana dal resto del mondo, eppure attraversata da una crisi interiore sommessa e strisciante.

Si incontra poi qualcosa di stampo più classico, in questa lunga carrellata di (per comodità continuiamo a chiamarli così) documentari. The Stuart Hall Project (UK, 2013) di John Akomfrah ripercorre le teorie dell’intellettuale più influente della new left inglese, fondatore dei cultural studies e che oggi si rivelano ancora attuali e forti. Si parla di identità e multiculturalità, riflettendo sul passato coloniale e sull’evoluzione della società. Non è lontano, come genere e intenti, dal documentario di Ken Loach, The spirit of ’45, nel suo riflettere sul passato cercando spunti per comprendere e migliorare il presente.

Si cambia ancora una volta di genere invece con I Fantasmi di San Berillo, di Edoardo Morabito (Italia, 2013) che ci porta nel quartiere di Catania un po’ maledetto e dimenticato che dà il titolo al film. Accompagnati da testi di Goliarda Sapienza e Calvino scopriamo questo angolo di mondo “dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi”.

Ci sarebbe ancora molto da dire e molti titoli di cui parlare, argomenti su cui riflettere, ma per oggi ci fermiamo qui. Anche perché una nuova giornata inizia, il sole splende e il buio del cinema ci attende. Una nuova immersione in questo fluire di immagini, volti, angoli di mondo.

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