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AND THE WINNER IS… (di Lucia Malerba)

E IL VINCITORE È… (RUMORS E PRONOSTICI DEI BENINFORMATI) a cura di Lucia Malerba

Ci siamo, mancano poche ore alla fine di questa 31esima edizione del Torino Film Festival.

Le ore passano, i film si susseguono uno dopo l’altro e con l’avvicinarsi della conclusione la scelta di cosa vedere e cosa lasciare indietro si fa sempre più ardua.

Rinunciare ai vampiri di Jim Jarmush in favore dell’imponente documentario di Claude Lanzmann? Dare o meno una chance a Jodorowski? Perdersi Robert Redford attempato ma aitante skipper in balia di una tempesta nell’atteso All is Lost di Chandor?

A volte le variabili esterne aiutano gli indecisi. Una coda troppo lunga mi ha tagliato fuori dal gettonatissimo Only Lovers Left Alive di Jarmush, spingendomi invece in una sala semivuota del Lux in compagnia di un impegnativo e concettuale documentario filippino, Anak Araw (Gym Lumbera, 2012), una meta-riflessione sperimentale sul colonialismo e le tracce che ha lasciato nel paese e nei suoi abitanti, soprattutto nel linguaggio e nell’uso dell’inglese.IMG_0520

Ma di questo e dell’interessante sguardo sul colonialismo lanciato dalla sezione documentaristica del Festival avremo modo di parlare in un’altra occasione.

Pensiamo invece al lato più vistoso, mondano, modaiolo di ogni festival: i premi. Tra poche ore sarà annunciato il vincitore del TFF 2013 e, all’avvicinarsi della conclusione, iniziano i rumors sul possibile vincitore.

Tendendo l’orecchio tra la folla in coda, dal chiacchiericcio confuso sfugge diverse volte il nome del film coreano prodotto da Kim-Ki Duk, Bulg-Eun Gajog aka Red Family (Corea del Sud, 2013) di Ju-Hyoung Lee. Commedia politica dai toni tragici, affronta lo strappo insanabile tra Corea del Nord e Corea del Sud. Sembra che questo film abbia colpito e commosso gran parte del pubblico di Torino. Non della critica però, che sembra invece non esserne altrettanto entusiasta. Le reali chances di vittoria di questo film stanno forse nel premio del pubblico.

IMG_0535Tendere l’orecchio nella press & lounge, raduno degli addetti ai lavori, si rivela invece molto più utile.

Gran parte dei giornalisti sono già partiti verso altri lidi. Dopo sei giorni di sole glorioso, stamattina è arrivata anche la neve, a incalzare la fine della festa. Fatto sta che la sala dove i giornalisti si sono seduti a lavorare in giorni di febbrile attività, oggi è semi vuota. Fa un effetto strano. I pochi rimasti, come dei sopravvissuti, perdono quello sguardo accigliato e quel contegno severo, lasciandosi andare a commenti e battute. Tanto non si disturba più nessuno.

E proprio in questa atmosfera cameratesca un giornalista annuncia: “Ma tanto si sa già, ha vinto Pelo Malo! Se l’è lasciato sfuggire Virzì – aggiunge sicuro – in conferenza stampa: ci ha detto di parlare tanto e bene, domani sui giornali, di Pelo Malo. Poi ha subito corretto il tiro dicendo che non intendeva questo, che era così per dire, di scrivere e parlare di tutti i film…”.

Ma tanto ormai la frittata era fatta.

989ee_pelo-malo-posterPelo Malo in effetti è stato sulle bocche di pubblico e critica sin dai primi giorni, subito dopo la sua proiezione. Il suo nome ritornava e risuonava, tra il pubblico, la critica, le code, i curiosi. Il pronostico (o la certezza) del beninformato giornalista è quindi altamente plausibile. Ora non ci resta che attendere qualche ora, guardando dalla finestra la neve che si posa su Torino, per sapere se il giornalista beninformato aveva ragione oppure no.

Per chi volesse saperne di più:

Film venezuelano della regista, sceneggiatrice e artista visiva Mariana Rondòn, girato in 35mm e lungo 95 minuti, Pelo Malo parla del piccolo Junior, 9 anni, e del rapporto difficile con la madre, Marta, vedova e disoccupata. Il bambino è ossessionato dai suoi capelli crespi e dalla ricerca del modo per poterli stirare. La madre è una persona dura, brusca, provata dall’esistenza e non riesce a tollerare la vanità del figlio arrivando, in un crescendo di incomprensioni, ad accusarlo di ambiguità sessuale.pelo_malo_2

La regista a proposito del film ha detto: “Mi interessa parlare di personaggi indifesi, ai quali mancano i mezzi per sopravvivere a livello emotivo. Come punto di partenza ho voluto mettere in dubbio l’amore materno: è una questione istintuale o un dovere incondizionato? Le emozioni non sono un dovere”.

treno2Altro successo è stato l’italiano Il treno va a Mosca (Italia, 2013). I registi Federico Ferrone e Michele Manzolini, in collaborazione con Home Movies, Archivio dei filmati di famiglia, costruiscono un film documentario quasi interamente costituito da materiali d’archivio. Nell’estate del ’57 un gruppo di ragazzi parte dal paese romagnolo di Alfonsine per prendere parte al sesto Festival della Gioventù che si tiene a Mosca. Incontrano ragazzi arrivati da tutto il mondo, portano fiori alla statua di Stalin, chiacchierano, ballano e intravedono la reale miseria che si ctrenoelava dietro al magniloquente apparato socialista e alla sua propaganda. A raccontare l’entusiasmo e l’illusione di quei giorni è la voce di Sauro, uno dei protagonisti di quel viaggio e autore, insieme ai suoi amici, di molti di quei filmati in 8mm.

Senso to hitori na onna, almeno per quanto riguarda il premio del pubblico. Questo film forte, ruvido e crudo riflette sulla violenza che la guerra porta con sé, iniettandola nell’uomo, mescolando pulsioni annichilenti, amore e morte. Nell’introdurre il film al pubblico in sala, in presenza del regista, il direttore Virzì con il suo modo di fare quasi cabarettistico, ha concluso dicendo “E ora beccatevi sta cazzottata giapponese nello stomaco”. Poco sottile, ma abbastanza veritiero. Il film arriva come un pugno che ti toglie il respiro e arrivare in fondo richiede resistenza e sangue freddo. Il regista, prima dell’inizio della proiezione, ha chiesto al pubblico di non lasciare la sala durante lo spettacolo. “Non posso chiedervi di divertirvi”, ha detto, “è un film che parla della guerra”.

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