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CHIACCHIERE DA BAR (di Lucia Malerba)

Pausa. Seduta in un bar di fronte al cinema Reposi attendo che la prossima proiezione abbia inizio. Mi guardo intorno. E’ un posto pretenzioso, musica jazz, piante di plastica negli angoli, tavolini di vetro e, alle pareti, un’esposizione di quadretti con cornici troppo pesanti.

Però è comodo, a due passi dal cinema, c’è il wifi gratis. Fuori fa freddo e qui hanno trovato rifugio tutti i cinéphiles in cerca di nutrimento: nutrimento del corpo, e non dell’anima, una volta tanto. Su ogni tavolo campeggiano i programmi aperti, a monito della provvisorietà di questo momento di ristoro. Le teste ricurve, concentrate nella consultazione.

Ma torniamo a noi e ai nostri film.

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Man mano che il Festivaliero Indefesso avanza nella sua abbuffata cinematografica, le immagini iniziano a sovrapporsi nella sua testa, i ricordi si fanno confusi e affollati, le cose da dire e scrivere aumentano a dismisura. Prendere appunti è necessario. Fare un sonnellino in sala, di tanto in tanto, anche. In breve tempo si apprende poi la fondamentale arte del saper mettere il film giusto al momento giusto, e non solo di riuscire ad incastrarne gli orari. Piazzare al terzo o quarto posto del proprio programma giornaliero qualcosa di leggero e disimpegnato, magari un’allegra commediola, o un sano horrorazzo svuota-testa, piuttosto che un documentario armeno sperimentale, diventa questione di sopravvivenza.

Invece, un po’ per distrazione un po’ per mancanza di pensiero strategico, ho dato inizio alla giornata proprio con il film più leggero, forse di tutto il Festival: una commedia canadese, della sezione “Festa Mobile”, dal titolo The grand seduction di Don McKellar (Canada, 2013).

Ricordate quel piccolo ma interessante film sull’ultima notte prima della fine del mondo, Last night (se non l’avete visto, recuperatelo)? Ecco, il regista è lo stesso. Il tipo di film, invece, proprio no. Si tratta in questo caso di una fiaba a lieto fine, il racconto di una grande opera di seduzione, appunto, messa in atto dagli abitanti di un villaggio di pescatori per convincere un giovane medico a restare tra loro. Ironico e leggero, dai toni delicati, il risultato è scorrevole e godibile ma tanto, troppo, enormemente prevedibile. A due minuti dall’inizio si sa già quale percorso seguirà e come si concluderà. Si capisce che non scontenterà nessuno, che alla fine tutti vivranno felici e contenti. Divertente e simpatico, si, ma noioso. Non sembrava però essere d’accordo con me (sai che novità) il resto della sala, da cui si levavano grasse e gustose risate. E’ giusto che si sappia. Come è giusto ricordare che la mia è solo l’opinione molto soggettiva di una che non ama i lieto fine e le battute strappa-risata a tutti i costi.

Proprio qui però sta la caratteristica del Festival e, in particolar modo, di questa edizione del TFF che il nuovo direttore, Virzì, ha definito “pop”: di film ce n’è per tutti i gusti, sessi, età, nazionalità e interessi. Il programma non scontenta nessuno. Dal mainstream all’indipendente, dallo sperimentale al commerciale, dal cinema di finzione al cinema del reale, al suo interno c’è posto per tutte le caleidoscopiche facce del cinema.

Anche una persona difficile e un po’ pesante come me trova quindi pane per i suoi denti e, dopo tanta leggerezza, ho avuto subito modo di rifarmi. Anche troppo.

torino-film-festival-11Per nutrire il bizzarro desiderio di atmosfere cupe e ambigue mi è venuto in soccorso lo spagnolo Albert Serra con il suo Història de la meva mort – Story of my death (Spagna/Francia, 2013). Centoquarantotto minuti di silenziosa e intellettuale decadenza, al seguito di un Casanova ormai invecchiato, sperduto e un po’ imbolsito, mentre lancia i suoi ultimi sprazzi di vita e vaga irrequieto in paesaggi poveri e tenebrosi. La morte incombe, ma non quella fisica bensì quella della storia. E’ la fine di un’epoca, sulla quale aleggia minaccioso Dracula, incarnazione della nuova era. In questa dicotomia, tra due figure simboliche, prende corpo il passaggio dal XVIII secolo al XIX secolo e al Romanticismo.

Certo non è un film per tutte le occasioni e forse è un po’ pretenzioso nel suo simbolismo metaforico. Ma le immagini di quel Casanova decadente, quella sensazione ambigua di transizione e quelle atmosfere occulte e notturne colpiscono l’immaginario rendendo palpabile quella sensazione di transizione e incertezza di fronte al cambiamento.

Alzo lo sguardo dal computer. D’improvviso il chiacchiericcio intorno a me si spegne, i programmi spariscono dai tavoli, il pretenzioso caffè si svuota. Guardo l’ora: quasi le 14. Il prossimo film sta per iniziare. Finito il tempo per il nutrimento corporale, si torna a quello spirituale nel buio delle sale. E’ tempo di rimettersi in coda.

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