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Intervista a Gianfranco Rosi su Below Sea Level

Intervista a Gianfranco Rosi. Con Below Sea Level sbaraglia Parigi.

Below Sea Level di Gianfranco Rosi ha ottenuto la massima ricompensa della 31 edizione del Cinéma du Réel a Parigi.

Ritratto di una comunità di individui che vive al di fuori delle strutture sociali in un recesso del deserto californiano a 40 metri sotto il livello del mare, il documentario di Gianfranco Rosi è stato una delle belle sorprese dell’ultima Mostra del cinema di Venezia. Il Gran Prix del Cinéma du Réel ne conferma le grandi qualità.

Diretto, schietto e generoso, Gianfranco Rosi sa mettere chi ha di fronte subito a suo agio, prova tangibile dell’empatia e della voglia di comunicare che caratterizza il suo lavoro. Prima di “tirare fuori” la cinepresa Rosi instaura un vero rapporto, tesse un’amicizia con i suoi personaggi, ne condivide per lunghi periodi la vita. La sua passione e il suo coinvolgimento umano oltre che artistico si traducono nella durata della preparazione in sito dei suoi documentari: così fu anche per il suo primo lavoro, il mediometraggio Boatsman, girato in India (1994). Nei tre anni di preparazione del film Rosi si recò otto volte a Benares restando sul posto ogni volta due o tre settimane e passando le sue giornate dall’alba fino al crepuscolo in compagnia di Gopal, battelliere su una barca del Gange, personaggio principale del film.

Below sea level si fonda sullo stesso coinvolgimento radicale: per quattro anni il regista ha trascorso dei lunghi periodi di tempo a Slab City, luogo fuori dalle mappe della società americana, “ultima spiaggia” nel deserto californiano, rifugio e oasi per un gruppo di persone che ha voltato le spalle alla sua vita di sempre. Una galleria di personaggi straordinari defila davanti ai nostri occhi trascinandoci in un carosello di stati emotivi: confessioni toccanti e dolorose si alternano a momenti di speranza e di ottimismo, la commozione si mescola al riso, l’eccezionale al quotidiano. In nessun momento si prova della compassione per queste persone: il regista ce ne restituisce la fragilità senza mai intaccarne la dignità. Mike, Lily, Ken, Carol, Wayne, Cindy e Sterling sono dei personaggi a pieno titolo: i loro dialoghi, pieni di sarcasmo e di auto-ironia, sembrano usciti dalla penna di uno scrittore. Below sea level investe le zone effimere e vulnerabili dell’interazione umana riuscendo a mantenere, dalla prima all’ultima inquadratura, un approccio profondamente rispettoso delle persone filmate.

L’intervista con Gianfranco Rosi ha avuto luogo dopo l’annuncio del Palmarés giusto mezz’ora prima della proiezione ufficiale del film: il regista ha accettato molto simpaticamente di rispondere alle mie domande, nonostante il tempo assai limitato a sua disposizione e l’effervescenza generale che circonda, sempre, il vincitore di un festival. La nostra conversazione rispecchia l’entusiasmo del momento, è ricca di riflessioni sul circuito dei festival, sul loro funzionamento e tocca l’aspetto vitale della distribuzione del film.

Come é nato il progetto di Below Sea Level?

In genere si parte sempre da un’idea molto precisa poi piano piano s’iniziano a scoprire delle nuove cose. Per quanto riguarda Below sea level l’idea all’origine era quella di fare un film sulle catastrofi naturali, avevo deciso che il deserto ne sarebbe stato il contesto. Ho iniziato così a viaggiare per gli Stati Uniti alla ricerca del luogo adatto quando qualcuno mi ha parlato della comunità di Slab City situata nel deserto a tre ore da Los Angeles. Quando ho cominciato a scoprire questo luogo ho deciso di abbandonare il mio progetto iniziale, di rimandarlo a dopo. In un primo tempo volevo focalizzarmi principalmente sui vari personaggi che pensavo di estrapolare dal luogo in questione seguendone gli spostamenti altrove. Poi pian piano il luogo stesso ha finito per diventare il soggetto centrale del film e i vari personaggi ne sono diventati parte integrante. È la natura stessa di Slab City che ti porta a radicarti lì: sono in pochi, infatti, a lasciare questo posto che sembra quasi “risucchiare” chi ci arriva. Alla fine anch’io ho vissuto lì con loro e ho finito lentamente per farmi un posto all’interno di questa società, restando ovviamente pur sempre un privilegiato in mezzo a loro.

Guardando il film si ha l’impressione che tu sia invisibile, come hai fatto ?

Questo viene dal lungo rapporto di amicizia e di rispetto reciproco che si è stabilito fra di noi. È nel tempo che si crea questa relazione. Pure il mio documentario precedente Boatsman ci misi tantissimo tempo a farlo, ben cinque anni, anche se poi guardandolo sembra la storia di una giornata, dove tutto accade per miracolo, semplicemente così, per fortuna. Ci vuole molto tempo per capire i personaggi, il luogo, la situazione e quello che vuoi filmare. In realtà io sono stato a Slab City per tre mesi interi senza mai tirare fuori la telecamera. A me pesa moltissimo filmare,  proprio il fatto in sè di tirare fuori la telecamera è una cosa che mi risulta enormemente difficile… Si tratta di identificare il momento in cui si può filmare: per me questo è, come dicevo, un processo arduo e doloroso.

La presenza di una cinepresa cambia tutto, no?

In effetti la macchina da presa crea della aspettative e crea anche una messa in scena. La frontiera tra documentario e finzione è di fatto molto sottile, proprio per questo il cosiddetto cinéma vérité secondo me non esiste: un’inquadratura, un angolo o una semplice domanda, sono sempre delle scelte molto precise. Non c’è mai stata un’imposizione da parte mia, non ho mai domandato nulla a questa gente, sono loro che pian piano hanno iniziato a mettere in scena se stessi e la propria vita recitando, in un certo senso, la loro realtà.

Come hai proceduto nella fase del montaggio?

Nell’arco di quattro anni ho filmato circa cento ore che poi non sono nemmeno tantissime: alla fine, ovviamente, quando racconti tutto questo nell’arco di due sole ore devi sapere estrapolare. Con il mio montatore Jacopo Quadri siamo riusciti a montare il film in due mesi. Ovviamente prima di iniziare questa tappa io avevo già ordinato e selezionato il materiale, però il vero lavoro di ri-scrittura che si fa col montaggio è stato effettivamente fatto in soli due mesi, che è molto poco. Ciò è successo anche grazie alla pressione che avevamo per poter presentare il film a Venezia. Quando Below sea level é stato selezionato per la Mostra del cinema infatti non era ancora assolutamente un film finito. Venezia ci ha messo una buona dose di pressione! Durante il montaggio il film è passato da otto a sei e poi a quattro ore, ovviamente dovevo ridurlo ancora. Una notte mi ricordo di essere stato completamente disperato, non sapevo più come andare avanti; la gente mi diceva che non si riuscivano a capire le storie dei vari personaggi, che tutto era confuso.Mi sono reso conto che i sette personaggi alla fine erano una sorta di archetipo, un soggetto unico con tante personalità: a quel punto ho cercato di identificare le specificità di ogni singolo, le sue caratteristiche distintive e così ho potuto finalmente realizzare il montaggio finale del film. Un film è buono secondo me solo quando il regista riesce a sottrarsi alla memoria della propria esperienza, di quello che ha vissuto; soltanto così riesce a far sì che il film diventi una metafora di quello che vuole raccontare.

Che importanza ha il lavoro di scrittura nella tua pratica del documentario?

C’è scrittura durante il lavoro sicuramente, molto dipende anche dalle cose che i vari personaggi raccontano. Per fare un esempio: Mike aveva un’ossessione con le mosche, così ho iniziato a lavorare su questo soggetto, a cercare delle informazioni. È lo stesso tipo di procedimento che segue anche chi fa il documentario classico: anch’io mi preparo delle domande, faccio degli studi, delle ricerche sulle persone e poi le indirizzo verso un percorso. Questo ovviamente è un processo più interiore che esteriore; devi sapere dove stai andando, non ti può capitare tutto così per caso, è un po’ come un rapporto d’amore insomma…

Nel tuo film colpisce particolarmente la qualità, la bellezza dell’immagine.

L’immagine è fondamentale per me. Rimango sempre stupito quando vedo dei documentari che sembrano girati mentre il regista fuma una sigaretta, ha in mano la macchina, si muove e dove tutto succede per caso. Per me il racconto che c’è all’interno di un fotogramma è importantissimo, é proprio lì che inizia la narrazione. Io vengo dalla scuola del cinema super 16, ho sempre girato pensando al grande schermo per cui la qualità dell’immagine è capitale. In Below Sea Level ho filmato tutto da solo e ho fatto il suono da solo. Si trattava di trovare la luce giusta e non è stato semplice; spesso ho dovuto girare con le nuvole o con pochissima luce, c’erano poi dei momenti in cui non vedevo quasi nulla.

Ci sono stati all’inizio della tua carriera dei registi che ti hanno particolarmente influenzato?

Pur avendo fatto la scuola di cinema a New York sono sempre stato un po’ autodidatta. Quando sono partito in l’India per filmare il mio primo documentario non sapevo né usare la macchina da presa, né fare la presa del suono. Boatsman è stato proprio un’esperienza sul campo, quotidiana: è lì che mi sono formato. L’unica cosa che sapevo era che solo lavorando completamente da solo sarei riuscito ad ottenere una vera intimità col personaggio, un confronto costante con lui, cosa quasi impossibile in presenza di un cameraman o di un ingegnere del suono. Guardando all’interno della macchina da presa si inizia veramente a capire il racconto. Collaboro spesso con dei registi che si servono di un operatore; è qualcosa che non riesco a capire, per me in questo caso c’é una sorta di sfasamento. Pasolini, che è uno dei miei registi preferiti, filmava moltissimo lui stesso. Il rapporto con la macchina da presa diventa fisico, si viene a instaurare una specie di amore-odio. Per me personalmente l’atto di filmare è un enorme dolore.

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Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ritornerò prossimamente negli Stati Uniti dove ho un carissimo amico che per me è  una specie di maestro. Si tratta dello scrittore Charles Bowden che ho conosciuto qualche anno fa, nel frattempo ci siamo molto legati. Bowden mi ha aiutato tantissimo durante la lavorazione di Below sea level, in questo momento si trova a New Orleans dove sta scrivendo un libro; mi ha invitato a raggiungerlo per il 15 di aprile convinto che io possa iniziare un nuovo film. Ho molta fiducia in lui, andrò lì, lo incontrerò e poi vedremo. Bowden conosce delle persone con cui sta lavorando da anni, mi ha detto che loro potrebbero essere un buon punto di partenza per il mio prossimo lavoro.

Anche nel caso di Below Sea Level è andata così?

Effettivamente è stato un amico, un giornalista di Los Angeles ad indirizzarmi verso Slab City; da lì in poi però il percorso per arrivare a conoscere e a raccontare questo luogo così particolare senza cadere nella banalità e negli stereotipi è stato molto lungo. All’inizio avevo paura che guardando il film si dicesse: “Ma che ce ne importa di questa gente!”. Questo è stato in fin dei conti anche il commento che ha fatto il giornalista di Variety : “Who cares about this drunken loosers!” Per me la cosa più bella dei personaggi di Below Sea Level è che hanno, nonostante le loro particolarità  individuali, un carattere universale.

Penso che ognuno di noi trovi nei personaggi del tuo film qualcosa in cui riconoscersi.

Certamente! Questa è la forza del film. L’ho constatato anche qui a Parigi dove ci sono state finora tre proiezioni tutte pienissime; la commozione era realmente palpabile in sala. Anche il lato comico di Below sea level sembra avere toccato il pubblico, ci sono state molte risate durante il film. È importante sdrammatizzare attraverso l’ironia; i personaggi stessi hanno una fortissima dose di autoironia. Nella scena in cui Mike e Carol si raccontano le circostanze della morte rispettiva dei loro figli c’è un momento in cui Mike dice: “Maledizione, sto parlando di mia figlia, in fin dei conti è morta in un banale incidente di macchina. Chiunque può morire in un incidente stradale, non è un granché, ma che io sappia, non sono in molti a ricevere una pallottola al posto di loro madre. Mia figlia non si è presa una pallottola al mio posto, è semplicemente entrata nella macchina sbagliata!”. Mike interrompe così il pianto di Carol. Per me questa è una scena pazzesca, ha una forza enorme ed è capitata lì davanti a me. È proprio questa la magia del documentario: è una cosa meravigliosa quando accadono queste situazioni totalmente inaspettate.

Cosa ti sta particolarmente a cuore nel tuo documentario?

Ci sono dei dialoghi nel film che nessuno scrittore al mondo sarebbe in grado di elaborare a tavolino. Adesso sto facendo i sottotitoli e sto leggendomi proprio tutto, trovo che i dialoghi siano di una grande bellezza. Un mio amico dice che Below Sea level sembra un film dei fratelli Cohen : “ But it is real!” Mike per esempio è un vero vate, somiglia ad un personaggio di Whitman, i suoi discorsi sembrano dei frammenti tratti dalla più bella letteratura americana. Provo un amore enorme per questi personaggi che si rivelano come dei poeti del futuro, in loro c’è qualcosa di ulteriore, sono come un’ultima frontiera dell’America. Secondo me l’America muore o rinasce proprio in quello spazio.

Maria Giovanna Vagenas (Estratto dell’intervista pubblicata su www.schermaglie.it)

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