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CROSSING THE BRIDGE – THE SOUND OF ISTANBUL di Fatih Akin (Turchia, 2005, 90')

Istanbul è un ponte che è stato attraversato da 72 nazioni. Istanbul è la città delle contraddizioni. Città viziata, città altera. Bisanzio”.

Una città difficile da afferrare nella sua essenza, polimorfa, chiassosa e mutevole, un po’ Asia un po’ Europa, porta in sé qualcosa dell’uno e qualcosa dell’altro: “Noi cerchiamo di essere europei ma allo stesso tempo siamo aperti all’Oriente. È una parte di noi. Siamo nomadi. E questo vale specialmente per i musicisti”.

imagesFatih Akin sceglie un linguaggio che non ha bisogno di interpreti, quello della musica, per accompagnarci attraverso le affollate e rumorose strade della città. Turco di origini ma nato ad Amburgo, Akin sembra a sua volta abbandonarsi alla scoperta del luogo in cui affondano le sue radici. La contaminazione culturale e la scoperta sono i presupposti alla base del percorso seguito. “Per capire la cultura di un posto devi ascoltarne la musica” recitano in apertura le parole di Confucio: quasi una dichiarazione di intenti ad indicare la strada che il film intende seguire. La strada della conoscenza del panorama musicale vivace e variegato, ma anche dell’incontro culturale, del dialogo, della scoperta e della curiosità per una città che da secoli seduce i suoi visitatori.

crossing-the-bridgeLa scelta del Virgilio che ci guiderà attraverso i suoni è significativa: Alexander Hacke, compositore e bassista del Einstürzende Neubauten, talento eclettico che aveva già collaborato con Akin per la colonna sonora del film La sposa turca (2004). Non un turco quindi, ma un musicista tedesco. La presenza di un occhio esterno alla guida la dice lunga: non si comprende un luogo polimorfo e complesso come Istanbul se non attraverso un percorso libero e onnivoro. E proprio perché i volti di questa città e della sua musica sono tanti e stratificati niente di meglio di una guida curiosa e famelica, desiderosa di incontri e scoperta, per fare le veci dello spettatore e guidarlo nell’ascolto. Istanbul, come dichiara Hacke, è e rimane un mistero, per questo vuole catturarne i suoni: per riuscire a comprenderli e, con essi, a comprendere la città. Proprio come noi. Guida e spettatore giungono, in un certo senso, a identificarsi nel desiderio di conoscere, pronti a lasciarsi stupire e catturare. Hacke ha lo spirito e l’esperienza adatti: alle spalle ha lunghe collaborazioni con gruppi di varia provenienza e genere, oltre ad un album (Sanctuary, 2005) frutto di un viaggio nel mondo durato tre anni che lo ha visto collaborare con i più disparati talenti musicali sparsi per il globo terrestre. Qui arriva armato delle migliori intenzioni e della più fornita attrezzatura, conscio e agguerrito, munito di microfoni, hard disk e registratori fino ai denti. La guida perfetta, lo spettatore ideale.

Che il viaggio abbia inizio. Aprono le danze i Baba Zula, gruppo psichedelico underground aperto alla sperimentazione e alla contaminazione. Suonano a bordo di un battello sul Bosforo perché, spiegano, l’ambiente ha una grande influenza sulle performance. Inizio più appropriato non si poteva immaginare. La commistione inscindibile di suono e luogo prende forma dal punto più rappresentativo della città: il canale che segna l’incontro tra Oriente e Occidente, il simbolo di Istanbul e della sua essenza inafferrabile. E’ la partenza di un viaggio sonoro e fisico vorticoso, che conduce lo spettatore attraverso musica tradizionale curda e rom, rap, rock, musica di strada e altro ancora.

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La premessa imprescindibile della contaminazione, della porta tra Oriente e Occidente, del luogo di passaggio, della stratificazione geografica e culturale, si rispecchia nel percorso del film. La musica cambia e si muove ma non si stacca mai dalle immagini, dalle persone che la producono e dalle loro storie. È così che, con un ritmo coinvolgente, sotto l’occhio (e l’orecchio) dello spettatore si compone un quadro vitale e sfaccettato della città. Dal Bosforo a un’antica cisterna, dalla strada a un locale underground nel quartiere creativo della città. I luoghi si fondono e sembrano a loro volta generare musica. E intanto clacson, muezzin e motorini si srotolano come un tappeto ai piedi delle immagini e della colonna sonora. Un film stratificato e multiforme come l’oggetto di cui tratta. La musica si mescola anche alle parole, conversazioni che si affacciano qua e là durante il film: si parla di musica, naturalmente, ma anche della città, perché risulta difficile parlare dell’una senza l’altra.

Quando vivi qui le orecchie sono aperte a tutto, anche senza volerlo”.

Lucia Malerba

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