X

Tomorrow di Andrey Gryazev (Russia, 2012)

TOMORROW

Se prendiamo lo sbirro a pugni in faccia, cosa succede? Niente di più facile, si mette a frignare come un bambino. E noi diciamo: gente rassegnatevi! Questa è arte contemporanea. Tutti in piedi, standing ovation”.

Oleg Vorotnikov non ha dubbi sul definire la sua arte e sul come “applicarla”. Quando nel 2007 fonda il collettivo Voina (in italiano “guerra”) l’intento è quello di sferrare pugni non solo in faccia a dei poliziotti ma all’intero sistema. Natalia Sokol, Leonid Nikolev e una ventina di attivisti-artisti, si uniscono a Oleg in questa battaglia esangue e docile solo all’apparenza. Il nemico è la loro patria Russia con i suoi fedeli alleati: oligarchia politica, polizia di Stato e Chiesa Ortodossa, capaci di ferire anche senza fucili. Nonostante ciò, Voina è sempre in prima linea, perché l’attesa non è dei vittoriosi. Quando il “popolo” rimbocca sotto le coperte la sua comoda apatia e le strade si fan sempre più nere e fredde, questi artisti anarchici sgattaiolano furtivamente tra i vari angoli della città, alla ricerca d’ispirazione. Una macchina parcheggiata, un cartellone del “regime” appeso tra due palazzi in onore delle forze dell’ordine, una camionetta per il trasporto detenuti, diventano materiale sul quale intervenire per poi erigerlo allo stato di Arte. E non vi è galleria degna di una tale esposizione. Secondo Oleg questi luoghi-gingilli per piccoli borghesi annoiati e prostituiti al Potere, sono semplici “covi di spazzatura”. Squallidi contenitori riempiti dal nulla. Meglio la nuda e cruda strada, senza preconcetti né censure, oppure la “scenografia” dei palazzi pubblici quali musei, stazioni di polizia, tribunali…

Performance come Scopa per il successore – l’orsacchiotto, l’orgia inscenata al museo di Biologia di Mosca alla vigilia dell’elezione del presidente Dmitry Medvedev (medved significa orso) o Rivoluzione di Palazzo in cui volanti di polizia vengono ribaltate davanti a un commissariato di San Pietroburgo, sono un esempio di quanto le loro provocazioni delineano un estremismo estetico che non può non esser condannato da un governo così reazionario. Non a caso queste provocazioni vengono continuamente tacciate dai mass media russi come atti vandalici, dissacratori e teppistici. Ma da quando nella concezione estetica dell’arte si è passati dall’“oggetto” al “gesto concettualizzato”, i fraintendimenti sono inesorabilmente proliferati. Sin dai tempi di Duchamp, tale rischio era in agguato. Quindi, vale la pena d’esser incompresi pur di produrre un’arte reale, capace di generare modelli di comportamento alternativi rispetto al sistema.

L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo”, dice Vladimir Majakovskij e così Voina vuole con le sue performance da street art, forgiare la società e la politica russa.

Un’altro Vladimir dal cognome Putin, rappresenta invece il loro principale bersaglio, tanto da rischiar la galera pur di abbatterlo. L’articolo 213 del codice penale russo prevede il reato di estremismo e perciò sulle teste dei nostri attivisti pendono quattordici azioni legali. Condanne non del tutto nocive perché: se da un lato tale illegalità li costringe a vivere clandestinamente, dall’altro concede loro una forte risonanza internazionale, e conseguentemente un forte sostegno ideologico da parte di artisti di tutto il mondo. E’ grazie a Bransky e ai suoi 20 mila dollari di cauzione che Oleg e Leonid non hanno pagato la loro Rivoluzione a Palazzo con la prigione.

Siamo disgustati dalle autorità che annichiliscono i diritti umani e le libertà in Russia e per questo non abbiamo paura di affrontare le conseguenze delle nostre azioni” dichiara Plutser-Sarno altra voce di Voina. Un pensiero particolarmente caro anche a H.D. Thoreau che ne La disobbedienza civile scrive : “Sotto un governo che imprigiona ingiustamente, il vero posto per un uomo è solo la prigione”.

Il collettivo Voina, disobbedendo alla “politica estetizzata”, politicizza l’arte con un coraggio da ammirare. 20120911_085800_217_MOV_2462eea2_b

L’arte contemporanea in Tomorrow non è messa in primo piano, ma come spiega il suo regista Andrey Geyazev:”È più uno studio sulla società civile e la sua formazione oggi in Russia. In generale riguarda il paese, i suoi tentativi di dare forma e identità alla democrazia e di creare un ambiente in cui si possano esprimere opinioni personali, sia sui leader che sulla società in generale”.

La macchina da presa, che oscilla tra le mani e le spalle del regista, segue insaziabile ogni attimo di vita quotidiana di Oleg, Natalia e Casper, il loro bambino di un anno e mezzo. A questi spaccati così intimi e giocosi, si intervallano parti di filmini autentici, girati dallo stesso collettivo per imprimere indelebilmente le loro performance.

Tensioni, liti, dolci abbracci tra madre e figlio, rinvigoriscono d’umanità le difficili giornate che la famiglia deve affrontare. Senza lavoro, con la polizia alle spalle, anche il semplice sostentamento diventa arduo. L’inizio del film sbatte addosso allo spettatore, senza preamboli, i furti che Oleg e Natalia, con Casper appresso, fanno pur di mangiare.

Gesti poco artistici certo, ma che non perdono mai la loro dignità: finalizzati ad una autentica disobbedienza, si vestono di “nuovo”. Quando Natalia cerca tra i bidoni dei vestiti usati qualcosa che vada bene a Casper, non si sente nemmeno per un momento una degradata, un’emarginata, bensì trova degradante come la gente riesca a buttare senza ritegno cose ancora utili, come i giocattoli per bambini.

Tomorrow paradossalmente, non lascia pensare a un domani, perché è ora che si deve agire. La nostra responsabilità di spettatori consiste nell’alimentare, con la visone dei nostri occhi, film come questi: dissenzienti e pieni di fermento vitale. Bastasse un’ “osmosi visiva” per renderci più “ribelli”…

Oh gentiluomini, la vita è breve…Se viviamo viviamo per camminare sulla testa dei re” Shakespeare, Enrico IV

Chiara Seghetto

 

Tags: