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NON SI SEVIZIA UN PAPERINO di Lucio Fulci (Italia, 1972)

Non si sevizia un Paperino non è solo uno dei film più noti di Lucio Fulci, ma anche quello che forse è in grado di esprimere appieno la trasversalità del suo percorso creativo, percorso che l’ha portato, fin dall’inizio della sua carriera come sceneggiatore, a confrontarsi praticamente con tutti i generi cinematografici popolari, dai film di Totò, a quelli di Alberto Sordi, ai cosiddetti “Musicarelli”, passando per Franco e Ciccio fino ad approdare al cinema Horror.

Non si sevizia un Paperino, caso forse più unico che raro all’interno della cinematografia Italiana degli anni ’70, trova così la sua forza peculiare proprio nella capacità che ha Fulci di riuscire a travalicare e sintetizzare diversi generi cinematografici effettuando, in questo specifico caso, un’arguta operazione di ricontestualizzazione della tematica dell’omicidio seriale, trattato secondo i canoni del cosiddetto “Thriller all’Italiana” (istituzionalmente affermatosi due anni prima grazie a Dario Argento), che finisce qua per essere trasposto in chiave quasi neorealista.

Prendendo spunto da una serie di fatti di cronaca avvenuti a cavallo fra il 1971 e 1972 a Bitonto (dove nell’arco di pochi mesi, 5 bambini vennero trovati annegati dentro una cisterna in un quartiere prevalentemente abitato da venditori di stracci), il regista ambienta così un episodio analogo ad Accendura, un immaginario paese della Lucania, dove Fulci articola la narrazione facendo leva prevalentemente sui contrasti intrinseci della cultura popolare del luogo, immersa in una religiosità a cui fanno (letteralmente) da contraltare, da una parte i tentativi dei bambini di esprimere la loro nascente sessualità, e dall’altra le credenze superstiziose dei suoi abitanti. Tutte contraddizioni che vengono poi amplificate e rese palesi dallo scontro forzato di questa civiltà rurale con gli esponenti dell’istituzionalità, in questo caso rappresentata dai giornalisti e i Carabinieri che invadono il paese per indagare sui delitti.

Tale chiave di lettura è eviscerata simbolicamente fin dalla prima scena del film, dove le immagini dell’autostrada che passa di fianco al paese (uno dei simboli negli anni ’70 della modernità e del progresso sociale), hanno come accompagnamento sonoro un canto popolare del Sud.

Fedele quindi all’estetica del contrasto spinto ai limiti estremi della provocazione, Fulci costruisce con lo stesso materiale molti dei momenti più drammatici e controversi di tutto il film, come la scena in cui la maciara (la figlia dello stregone) viene massacrata a catenate in faccia sulle note della dolcissima canzone Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni, o la scena in cui Barbara Bouchet completamente nuda tenta di sedurre un bambino di 12 anni (scena che tra l’altro costerà a Fulci una denuncia).

A partire quindi da questi elementi messi in gioco, l’attenzione dello spettatore viene continuamente pilotata sui vari indiziati grazie a un lavoro di sceneggiatura che fa un sapiente uso di tecniche al limite dell’espediente (non a caso uno dei suoi detrattori, il critico Morando Morandini, lo accuserà di “disonestà nell’impiego della suspense”).

Gli indiziati vengono poi accuratamente selezionati fra i vari caratteri devianti del tessuto sociale del luogo (lo scemo del villaggio guardone, la ricca Milanese dedita alla marijuana, lo stregone e sua figlia la maciara), e saranno puntualmente scagionati dalle accuse dall’inesorabile evolversi degli eventi. All’interno di questo zigzagante dipanarsi della trama, Fulci non tralascia però di seminare qua e là, come in ogni giallo che si rispetti, indizi quasi subliminali su colui che alla fine risulterà essere il vero assassino.

Tale capacità di amalgamare fra loro elementi così differenti ed eterogenei, e di esacerbare in modo così estremo le contraddizioni e le pulsioni della società Italiana dell’epoca, spiega non solo la quasi totale avversità della critica del periodo nei confronti dei suoi film, ma anche l’affermazione che, nel 2004, Fulci fa relativamente alla sua estetica: «Alcuni mi ritengono completamente pazzo perché tento sempre di uscire dal genere, tento di essere un terrorista del genere. Sto dentro, ma ogni tanto metto la bomba che tenta di far deflagrare il genere. Infatti ne ho trascorsi tanti, di generi…»

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Alberto Bario

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